PORTIXEDDA: DA OPERA DI FORTIFICAZIONE A ORTO BOTANICO? [Adriano Sitzia]

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Una recente caduta di calcinacci proprio dal Palazzo degli Scolopi, nella parte che si affaccia su via Dritta, avrebbe dovuto riportare all’attenzione dell’opinione pubblica, ma soprattutto degli amministratori, il problema del controllo e della manutenzione periodica di edifici pubblici, strade, marciapiedi ecc. Siffatti regolari controlli ed interventi, oltre ad evitare pericolosi incidenti, come quello di lunedì mattina, metterebbero al riparo l’ente da quei gravosi esborsi necessari per recuperare situazioni, che i duraturi abbandoni, a lungo andare, inevitabilmente provocano. Lo stato (pietoso) della cancellata che cinge le scuole elementari di via Cima ne è inequivocabile dimostrazione.

Un discorso di questo tipo dovrebbe trovare anche maggiore attuazione, quando gli edifici in questione hanno una particolare rilevanza storica. Invece – purtroppo! – persino nei confronti di queste vestigia del nostro importante passato, l’attenzione è … quella che è! Ecco allora che, per esempio, transitando davanti alla torre di “Portixedda”, nel gomito tra le vie Mazzini e Solferino, si può ammirare – come mostrano le foto – questa vetusta opera militare resa oggi meno marziale da uno spontaneo ed abbondante verdeggiare. Le probabili conseguenze per il monumento, quanto meno a medio termine, sono immaginabili.

Portixedda, anche nota come “porta ‘e su Castellanu”, è stata sottoposta a un completo restauro per il suo recupero e la fruizione pubblica, agli inizi degli Anni ’90, a cura di Comune e Soprintendenza, con progetto e direzione dei lavori dell’architetto Antonio Loddo. In quell’occasione furono effettuati anche accurati saggi di scavo per tentare una più chiara lettura della storia della torre superstite, dalle origini – forse addirittura antecedenti alla stessa cinta muraria di Mariano II (fine Duecento) – fino ai successivi interventi di adeguamento ai progressi della tecnica militare, che ne modificarono radicalmente pianta e struttura.
Stante dunque l’importanza storica di questa che è una delle pochissime parti rimaste – o lasciate! – in piedi delle grandi mura che per secoli hanno protetto Oristano, chiedere nei suoi confronti una particolare attenzione è, al minimo, un atto necessario e doveroso. Il Codice “Urbani” all’articolo 20, afferma chiaramente che “
I beni culturali non possono essere distrutti, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione”. Ma, a danneggiare o, peggio, distruggere i beni culturali, sono, nella grande maggioranza dei casi, soprattutto l’incuria, la trascuratezza, il “non fare”.