L’IMMUTABILE PD SARDO

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Lai 3

Se il clima di questa estate continua a stupire per la sua straordinaria mutevolezza, quello dentro il PD sardo invece continua a non stupire per la sua stabilità: presenza costante di una bassa pressione ideologica e programmatica. Ne è fin troppo eloquente testimonianza la lunga intervista di Umberto Aime al segretario (uscente?) dei Democratici sardi, il senatore Lai, pubblicata sabato 2 agosto sulla “Nuova”. Che questo politico ancor giovane ma già molto scafato, avesse nel funambolismo argomentativo uno dei suoi punti di forza, già da tempo lo si sospettava. Ma cotanto approfondito dialogo dissipa ogni possibile dubbio in tal senso. Il titolo stesso ne è un paradigma: “Credo in Pigliaru, scommetto su Renzi”. Chiaro no!?
Esaminiamo meglio le avvedute parole del politico sassarese, fermandoci soprattutto su ciò che dice a proposito delle riforme istituzionali: “Io penso, come la maggioranza dei parlamentari del PD, – afferma Lai – che la scelta di un Senato
delle autonomie (il grassetto da qui in poi è mio), sia coerente con le elaborazioni del centrosinistra sin dalle tesi dell’Ulivo, dalle radici del PD”. Sarà un bene per il Paese – è questa la sua incrollabile certezza! – l’approvazione di questa riforma perché supera il bicameralismo perfetto, che, evidentemente, non si può in nessun altro modo superare.
Poi Lai si sofferma anche sul percorso riformistico sardo, esprimendosi in questi termini: “Fa bene chi richiama il rischio di cadere nella
trappola del proporre riforme quando non si ha altro da proporre (!!!). Dopo cinque anni di paralisi in alcuni settori, più che fare rivoluzioni, che spesso fanno perdere altri anni, occorre una buona manutenzione ed implementare ciò che c’è, …”. L’intervistatore, evidentemente colpito da queste sibilline parole, giustamente lo incalza: “Con solo le manutenzioni, c’è il rischio però di tenere tutto ancora fermo”. Ma qui Lai supera oltre al bicameralismo perfetto anche se stesso: “Per niente, la vera rivoluzione di cui la Sardegna ha bisogno è quella che non è riuscita a Soru (ma va?): cambiare la struttura della Regione, rendendola flessibile e al servizio dei cittadini e non dell’autoconservazione della burocrazia”. Grande Silvio!!!
E il segretario, in preda ad una eccezionale trance agonistica che lo porta persino a ripetere una seconda volta la parola “rivoluzione”, non si trattiene più: “Occorre
cogliere la riforma degli enti locali, affiancando il cambiamento nazionale con originalità, per evitare un ulteriore accentramento di poteri … i servizi, da quelli scolastici a quelli sanitari, a quelli sociali, per le famiglie, i bambini e gli anziani, devono essere pensati dalla Regione e poi organizzati, realizzati coerentemente da chi amministra i territori”. Più di così!
Ora, a parte l’osservazione direi banale che c’è una bella differenza tra “buona manutenzione” e “rivoluzione”, tra “implementazione di ciò che c’è” e “cambiamento della struttura della Regione”, è evidente come tutto il discorso di Lai si sviluppi all’insegna di una programmatica contraddittorietà. Per esempio, a proposito del “nuovo” senato, il leader del PD sardo lo definisce con il titolo qualificante “delle autonomie”, facendone un patrimonio già dell’Ulivo, così come fece la stessa Boschi, il ministro competente, contro Vannino Chiti ed altri. Ora chi però ha avuto, anche solo in periferia, un po’ di dimestichezza con il lungo, ambiguo e tortuoso percorso riformatore ulivista, peraltro costantemente tenuto lontano dalla base militante, sa bene che le cose non sono mai state chiare e ben delineate così come gli intrepidi giovani renziani – in un’intervista la Boschi ha dichiarato che aveva solo 15 anni “quando l’Ulivo mise nelle sue tesi l’idea di un Senato non elettivo, sul modello tedesco” – oggi vogliono farci credere (e comunque il Bundesrat è organo di uno Stato federale, quale l’Italia non è e, temo, mai sarà!). Per esempio, se si va nel sito di Luciano Violante, autorevolissimo esponente ulivista, si può trovare questo suo intervento del 2007, che riporta i 15 punti di una proposta dell’allora “Ulivo” presentata in sede di tavolo delle riforme: 1) riduzione a cinquecento del numero dei deputati; 2) riduzione orientativa, in relazione alla composizione, a duecentocinquanta del numero dei senatori; 3) per gli eletti all’estero, valutare la loro appartenenza ad una o ad entrambe le Camere, in relazione alle funzioni attribuite a ciascuna di esse, e alla legge elettorale; 4)
elettorato attivo e passivo al Senato e alla Camera a diciotto anni di età; 5) differenziazione delle funzioni delle Camere con attribuzione alla sola Camera del potere di dare e togliere la fiducia; 6) le funzioni legislative devono essere semplificate, di modo che il superamento del bicameralismo paritario non comporti aggravamenti del procedimento legislativo; 7) potenziamento della sede redigente; 8) il Senato federale deve essere rappresentativo delle realtà regionali e locali e non deve essere pregiudicata la sua autorevolezza istituzionale; 9) impegno per l’esatta ed inequivoca definizione delle materie perle quali è previsto un procedimento legislativo bicamerale; 10) potere del Presidente della Repubblica di nomina e revoca dei ministri su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri; 11) il Senato deve essere sempre in grado di richiamare i provvedimenti di competenza della Camera, che mantiene il voto finale secondo le modalità previste dalla Costituzione; 12) è disciplinato il ricorso ai decreti-legge; 13) il Governo può chiedere, secondo le modalità indicate dai regolamenti parlamentari, che un disegno di legge sia votato entro un termine determinato; 14) si dovrà discutere dell’ammissibilità della sfiducia costruttiva; 15) la riforma dell’articolo 117 della Costituzione farà parte di una distinta proposta di legge. (http://www.lucianoviolante.it/index.php?option=com_content&task=view&id=1425&Itemid=30).
Se ci si mette d’impegno nella ricerca, quasi sicuramente di versioni “uliviste” (Anni ’90, 2000, 2007 ecc.) se ne trovano diverse.

Oltre a ciò, c’è poi l’uso enimmatico della parola “autonomie”: infatti che vuol dire “Senato delle autonomie”? E perché non “Senato federale”, come invece in Violante? E qual’è il disegno complessivo del Paese che sta dietro questa scelta … lessicale? Domande non insensate, perché mentre “autonomia” è niente più che un trasferimento di funzioni (anche legislative) dall’alto al basso, dal centro del potere ai suoi organi periferici, invece “federale” riporta a “federalismo” e a “federazione”, ossia a un’unione politica di soggetti statuali, che, pur dentro un sistema di governo e di costituzione comune, hanno “sovranità” in determinate, specifiche competenze, sancite da un “foedus”, da un “patto”. La differenza è evidente, così come la non intercambiabilità dei termini. Lai invece sembra sorvolare indifferente su tutto ciò qui e altrove, per esempio quando, parlando del futuro PD sardo, auspica addirittura un “congresso costituente per arrivare a un partito sardo e federato, che resta per me l’unico rimpianto”! Costituente? Partito federato? Rimpianto? Chiaro no!?
A questo proposito così come a proposito della mancata riforma della Regione da parte di Soru, c’è un’altra domanda che sorge spontanea dalla lettura del segretario PD: ma Silvio Lai in tutti quegli anni dove stava? E, soprattutto, che faceva?
Misteri blu notte!

Credo in Pigliaru, scommetto su Renzi”, “credo in Ganau, scommetto su Letta”, “credo in Fadda, scommetto su Bersani”: più chiaro di così!?