BIRRA: UNA PASSIONE SEMPRE PIU’ SARDA [ADRIANO SITZIA]

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Birra
Quando si parla di birra sarda, il primo e unico nome che ai più viene in mente è “Ichnusa”, nata nel 1912 a Cagliari, secondo alcuni per iniziativa di Amsicora Capra, secondo altri di Giovanni Giorgetti, che poi l’anno successivo l’avrebbe ceduta alla “Vinalcool”, la società di Capra. Comunque siano andate le cose nel 1912, fu proprio l’imprenditore di origine quartese, proprietario di distillerie e di cantine perla produzione di vini pregiati destinati all’esportazione – grazie a una piccola flotta di otto mercantili di sua proprietà – a portare l’Ichnusa al successo, quando decise di dedicarsi anima e corpo alla produzione birraia in seguito all’invasione della fillossera, che mise letteralmente in ginocchio il settore vitivinicolo sardo.
Dominatrice incontrastata in Sardegna, l’Ichnusa a partire dal secondo dopoguerra comincia a varcare il mare con buoni riscontri, tanto che nel 1963 vengono iniziati i lavori per un nuovo e moderno impianto di produzione ad Assemini, che entrò in funzione nel 1967.
Nel 1986 l’Ichnusa è entrata a far parte della galassia Heineken, il terzo produttore mondiale di birra.
E, come segnalò due anni fa anche “Il Fatto Quotidiano” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/22/birra-in-sardegna-successo-incontrastato-e-poco-spiegabile-della-ichnusa/389502/), in Sardegna lo storico marchio con i “Quattro mori” continua a dominare incontrastato, in ciò favorito anche dalla minor fortuna che ebbero altri analoghi tentativi, tra cui quello, tutto oristanese, della “Birra Puddu”, che i meno giovani certo ricorderanno con nostalgia.
Tuttavia negli ultimi anni, in Italia come in Sardegna, qualcosa sta cambiando. Infatti la birra ha conquistato una certa fetta di veri appassionati ed intenditori, soprattutto giovani, che, in diversi casi, oltre ad esserne fini conoscitori e – ovviamente – consumatori, hanno intrapreso il difficile cammino di diventarne anche produttori. E’ così nato il fenomeno dei “microbirrifici”, diffuso ormai in molte realtà – circa 400 produttori per circa l’1 % del totale produttivo nazionale – e che, soprattutto in tempi recentissimi, ha preso piede anche nella terra dell’Ichnusa, sulla scorta dei primi pionieristici tentativi, iniziati quasi sempre come homebrewing.
La realtà produttiva sarda oggi annovera almeno 23 microbirrifici sparsi un po’ in tutta l’isola, dai centri principali, Cagliari (più hinterland) e Sassari – a Olbia il tentativo di “Beerland Sardinia”, aperto nel 2003, purtroppo ha da tempo chiuso l’attività – ai piccoli e piccolissimi centri. Dopo i primi coraggiosi quanto sfortunati tentativi di “Adis Scopel” a Capoterra, poi – dal 2006 – a Guspini con il nome di “Montevecchio” -, della “Birra Sarda Sadile” (2002) di Leonardo e Salvatore Pittalis e Diego Tondini, di “Beerland Sardinia” (Erminio Sirianni, Gabriele Rossi); e quelli di “Orteip” a Oliena (1999) e “Sambrinus” a Muros (1997), tuttora aperti, negli ultimi 5 anni ben 14 microbirrifici hanno iniziato ufficialmente a produrre, e, di questi, addirittura la metà nel solo ultimo anno! Un fenomeno dunque non trascurabile e che ha visto alcuni di questi piccoli produttori ottenere anche importanti riconoscimenti nelle rassegne nazionali, e guadagnarsi qualche canale di vendita addirittura all’estero (Francia, USA ecc.), a dimostrazione della qualità del loro lavoro e dei loro prodotti.
E’ questa dunque una realtà certo ancor piccola ma decisamente interessante e degna d’esser conosciuta e valorizzata, tanto più che, anche nella nostra Provincia non mancano buoni quanto recenti esempi di giovani dinamici e pieni di passione e di conoscenze specifiche che vi si stanno dedicando, pur in un momento dove mettersi in proprio appare ai più roba da “widowmakers”. Infatti sono già tre i microbirrifici attivi nell’Oristanese: “Buffa” a Zeddiani (ancora solo “beer firm”), “Horo” di Sergio Ciulu a Sedilo, e “La volpe e il luppolo” di Christian Frau a Simaxis.
A questo proposito non bisogna dimenticare un dato particolarmente interessante: i Sardi, stando alle statistiche disponibili, appaiono essere i maggiori consumatori pro capite di birra in Italia, con circa 60 l/anno (più o meno a livello dei Danesi), rispetto a una media nazionale, inferiore ai 30. Se poi si tiene nel dovuto conto che il settore birraio è uno dei pochi che va bene – c’è stato addirittura un aumento nelle esportazioni e quindi della stessa produzione! -, e che questa antica bevanda ben si sposa con gli stessi prodotti della nostra purtroppo declinante agricoltura, non può sfuggire l’importanza di valorizzare un settore che in futuro può rappresentare davvero qualcosa di interessante anche dal punto di vista economico.