L’ITALIA E IL NUCLEARE: I PROGRAMMI MILITARI

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Fermi

Tra le nefaste conseguenze del disastroso esito della Seconda guerra ci fu anche il declassamento politico-militare dell’Italia, che ancor oggi condiziona in parte la politica estera del Paese. Il Trattato di pace, la subalternità agli Americani, bilanci sempre scarsi e, almeno nei primi anni, il grosso gap tecnologico e scientifico cominciato già negli Anni Trenta, ridussero a livelli molto bassi la nostra capacità di innovazione e di autonomia militare.
Ciò nonostante, non appena si aprì qualche spiraglio (guerra fredda, Corea ecc.), soprattutto la nuova Marina Militare tentò subito di recuperare in qualche modo rango e importanza, impostando programmi tali da darle una dimensione di rilievo almeno nello scacchiere mediterraneo. Ovviamente quanto realizzato fu solo una minima parte di ciò che venne progettato o solo ipotizzato, per motivi finanziari certo ma, in diversi casi come vedremo, soprattutto per intromissioni “esterne”. Tutto ciò però non toglie niente all’importanza e allo sforzo portati avanti tra la fine degli Anni ’50 e i primi ’70 per ridare all’Italia una Marina quale era stata prima fino agli Anni ’30.
Sicuramente il programma più importante ed ambizioso, ma poco conosciuto, è stato quello nucleare, le cui origini si possono già individuare nella creazione intorno alla metà degli Anni ’50 del CAMEN (Centro Applicazioni Militari Energia Nucleare), poi CISAM, con sede dal 1961 a San Pietro a Grado – Pisa, in una struttura dove di lì a poco venne costruito e messo in funzione anche un reattore nucleare sperimentale progettato dai tecnici del Centro e oggi smantellato. Infatti quelli erano anni dove in Italia si guardava al nucleare con molto interesse, sia come fonte energetica alternativa a basso impatto e costo, che nelle sue applicazioni nel campo della grossa propulsione soprattutto navale. In seguito, come ben si sa, le cose avrebbero preso una direzione opposta. Se ciò è stato un bene o un male, nessuno ancora può dirlo con qualche certezza. Sicuramente la tecnologia e la ricerca italiane si sono viste chiudere una via di crescita molto promettente e, viste le premesse, potenzialmente importante, senza trovarne subito – e mai! – altre su cui puntare.
Comunque, allora la nostra Marina ipotizzò un programma di potenziamento che prevedeva un ruolo fondamentale del nucleare, sia come propulsione che come capacità di offesa. Così alla fine degli Anni 50 fu messo allo studio il progetto per una classe di due sottomarini d’attacco a propulsione nucleare, denominata “Marconi”, in seguito ridotta ad un solo battello per i costi plurimiliardari della complessa realizzazione. Il “Marconi” avrebbe avuto un dislocamento di 2300/3400 t, una velocità di 30 nodi in immersione, una notevole autonomia e un armamento di 6 tubi lanciasiluri da 533 mm con una dotazione di oltre 30 siluri. La realizzazione di questo sottomarino, del quale esistono ancora due modellini, non si concretizzò per la mancata collaborazione USA, sempre molto restii a trasferire know-how e tecnologie di rilevante importanza e valore bellico ed economico a paesi esteri, in particolare a quelli caratterizzati da una forte presenza comunista. E probabilmente, gli Stati Uniti non vedevano bene in ottica politica un rafforzamento militare italiano.
In questo senso va interpretata la successiva scelta della Marina per l’impiego della propulsione nucleare: nel 1966 infatti venne annunciato il progetto della “Fermi”, che avrebbe dovuto essere una grossa – 18.000 t – unità ausiliaria per rifornimento di squadra e appoggio, anche se dotata di artiglierie, di armamento missilistico, di apparati elettroniche e di un ponte di volo poppiero con hangar coperto, in grado di portare 4 elicotteri o, addirittura, 3 aerei a decollo verticale. Il “Fermi” venne bloccato quando era giunto ad un buon stato di avanzamento, con tutti i progetti esecutivi ormai pronti e con il reattore  già realizzato ed acceso. Furono ancora una volta gli Americani a fermare tutto, nonostante la ulteriore disponibilità italiana nei loro confronti, che si concretizzò con l’accordo del 1972 e la conseguente con – cessione della base di Santo Stefano in Sardegna.Invece l’idea di dotare la Marina di una componente missilistico-balistica medio-lunga gittata in grado di portare ordigni atomici, nata anch’essa intorno alla metà degli Anni ’50, si concretizzò con l’installazione e il collaudo (1961-1962) di 4 pozzi di lancio per missili “Polaris” sull’incrociatore “Garibaldi”. Questi sistemi di lancio furono progettati e realizzati in Italia, per poi essere collaudati negli USA, risultando perfettamente funzionali a quel tipo di missile balistico.
Ma ancora una volta gli USA, che pure avevano fattivamente collaborato, non cedettero alla nostra Marina il proprio vettore. La Marina comunque decise di andare avanti, impostando il programma di un vettore missilistico nazionale, che poi divenne l’Aeritalia “Alfa”. Impostato sempre intorno alla metà degli Anni ’60, l’Alfa, con caratteristiche simili al “Polaris”, divenne una realtà a partire dal 1971, quando ne iniziò la fase esecutiva, conclusasi esattamente 39 anni fa con il lancio del primo prototipo dal Poligono di Quirra, seguito da almeno altri due lanci. In questo caso il programma fu accantonato dopo che l’Italia sottoscrisse, nel 1976, l’accordo di non proliferazione nucleare. Con l’“Alfa” la nostra flotta avrebbe avuto un missile lanciabile sia da unità di superficie sia da sottomarini e in grado di portare testate – peso max 1 t – fino a 1600 km di distanza: praticamente dall’Adriatico si sarebbe potuta colpire anche Mosca.
In tempi molto recenti e da più parti si è scritto e parlato del progetto – messo in cantiere pare all’inizio degli Anni ’80 – di realizzare addirittura una bomba atomica italiana; progetto per il quale era disponibile sia la tecnologia sia i mezzi ma che, come i precedenti, è rimasto tale. E tale rimane però anche la grande contraddizione di un Paese, l’Italia, che rinuncia – forse affrettatamente ed emotivamente – ad un proprio nucleare, civile o militare che sia, pur essendo circondata da Stati che il nucleare hanno usato e usano molto, e pur avendo ospitato centinaia, se non migliaia, di ordigni nucleari e, con esse, diverso naviglio a propulsione nucleare, senza mai individuare vere alternative su cui puntare ed investire soldi e intelligenze. Peraltro questi ordigni e questo naviglio, pur in numero molto inferiore, sono ancora qui.