ALDO MORO: UNA VERITA’ LUNGA E SCOMODA. GERO GRASSI AD ORISTANO [ADRIANO SITZIA]

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Ogni tanto Oristano riesce nella non facile impresa di uscire dal bosco fatato in cui beatamente sonnecchia tranquilla. Uno di questi felici momenti si è vissuto ieri sera, quando nella sala dell’Hospitalis Sancti Antoni, l’on. Gerolamo “Gero” Grassi del PD ha parlato di fronte ad una settantina di attenti ascoltatori, della tragica vicenda Moro, snodo fondamentale della nostra storia repubblicana. Grassi, originario di Terlizzi, ha alle spalle un lungo percorso politico nella DC prima, poi in PPI e Margherita per approdare nell’attuale PD. Già Sindaco della sua città e segretario provinciale di PPI e Margherita, nel 2006 è diventato deputato, venendo poi rieletto anche nel 2008 e 2013. Attualmente è vicepresidente del gruppo PD alla Camera e componente della Commissione affari sociali. Alla sua lunga attività politica Grassi ha sempre affiancato un’attenzione tutta particolare al rapimento e all’uccisione del suo illustre corregionale, al quale ha dedicato anche diversi volumi e documenti, tra cui persino un romanzo storico. Ma soprattutto è stato colui che si è battuto perché il Parlamento con un’apposita commissione riprendesse in mano tutta la vicenda per arrivare finalmente ad una verità ufficiale completa e chiara. I lavori di questa commissione, da molti avversata, dovrebbero iniziare in autunno. L’incontro dal titolo forse pretenzioso “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”, è stato introdotto da un breve video con la famosa colonna sonora di “La polizia sta a guardare”, e poi avviato dall’onorevole Caterina Pes e da un non altrimenti noto Federico Porcu, studente universitario ma soprattutto coordinatore regionale di “FutureDem” – ma che è? – e dunque destinato ad essere in cima alla “future” nouvelle vague progressista sarda (tartruffò permettendo), i quali hanno brevemente riportato quesiti e dubbi – molti! – su questa vicenda e sul suo tormentato percorso politico e giudiziario. A Gero Grassi è invece spettato il pesante onere di riassumere le oltre 800000 pagine degli atti (relazioni, sentenze ecc.) di cinque processi e quattro commissioni parlamentari, e quel migliaio di pubblicazioni che hanno riguardato direttamente o indirettamente la vicenda e la figura del grande statista pugliese. Il parlamentare pugliese ha affrontato il difficile compito con grande slancio e passione, gli stessi con i quali va instancabilmente percorrendo la penisola per tener desta l’attenzione su questo cruciale avvenimento e sulla necessità che si arrivi finalmente ad una verità completa, ora possibile grazie a nuovi documenti e testimonianze nel frattempo acquisiti – circa 15000 da archivi italiani e, soprattutto, stranieri (Russia ecc.) -, gli stessi che hanno spinto la Procura di Roma a riaprire l’inchiesta nonostante i 36 anni trascorsi. Quello di Grassi, visto anche il limitato tempo a disposizione, è stato un vero e proprio lungo elenco di tanti episodi, date, particolari, congetture, collegamenti, giudizi, impressioni e omissis che direttamente o indirettamente hanno a che fare con l’Operazione Blitz, le sue origini, i suoi mandanti, i suoi esecutori e le eminenze grigie, autoctone e/o forestiere, che tiravano – o avrebbero tirato – i fili di questa intricata matassa. Ne è venuto fuori un quadro, a dir la verità, piuttosto confuso, un puzzle con tanti pezzi mancanti e con diverse figure e vicende rimaste sfumate o scollegate dal contesto. Gli USA, la Nato e la Germania, l’URSS, il PCUS e lo strappo di Berlinguer, l’”americano” Cossiga, l’onnipresente Andreotti e i servizi, italiani e stranieri, la P2 e Gladio, gli articoli di Pecorelli, la malavita mafiosa e quella della Magliana, il terrorismo mediorientale, la Libia, il Libano e Israele, il Vaticano, misteriosi aerei da e per Beirut, brigatisti veri e presunti, Morucci e Moretti, Gallinari e Senzani, frate Mitra e l’eterno latitante Casimirri, i reduci pentiti. E ancora l’affollatissima via Gradoli, i covi misteriosi, le mancate perquisizioni, i depistaggi e i “non ricordo”, le armi mai trovate ed il misterioso superkiller – se mai c’è stato (???) – le morti sospette legate alla vicenda parallela del “Memoriale Moro” – dattiloscritto questo davvero stregato (tutti coloro che lo ebbero in mano o furono uccisi o ebbero infarti) – e le sedute spiritiche di Prodi, Baldassarri e Clò, che forse parlarono con gli spiriti di Piperno e Andreatta. E non dimentichiamoci di Marcinkus, di Vitalone, di Evangelisti, ma anche di Tony Chichiarelli, di Sokolov, Senatore (purtroppo non Paola), di Cutolo di … ecc. ecc. Era assente solo la famosa “Entità” di Walter Veltroni, che, forse proprio perché tale, è stata “dimenticata”. La ricostruzione proposta ieri a volte “saltava” da un dato o da una data all’altra così velocemente da non permettere di cogliere subito i legami. Un esempio è l’accenno ai fatti terroristici di Fiumicino, degli attentati agli israeliani in Italia (e di quello tentato all’aereo di Golda Meir) e del conseguente presunto “patto” segreto dell’Italia con l’OLP, che si impegnava a non operare più nel nostro territorio in cambio di un intervento italiano per bloccare la reazione di Tel-Aviv e tener desta l’attenzione internazionale sulla causa palestinese (Anni 73-4). Tutto questo, presente sia nelle lettere di Moro, sia nelle versioni diversamente censurate del Memoriale, è stato citato dopo che s’era parlato di alcune strane missive per i nostri agenti a Beirut proprio nei giorni del rapimento Moro, senza però una sua più precisa collocazione dentro la vicenda, rimanendo come sospeso per aria. Per evitare un tale maremagnum, forse sarebbe stato opportuno procedere per capitoli, per argomenti, concentrandosi su quelli considerati più importanti e cominciando proprio dal quel 16 marzo, dalle modalità di azione, da ciò che è rimasto e da quanto è stato visto da chi quel giorno c’era. Ma, ieri, soprattutto ci è mancata una ricostruzione particolareggiata del quadro politico nazionale nel ’78, dei suoi movimenti e dei protagonisti, in particolare dentro quell’arcipelago vasto e colorato che era la DC; una ricostruzione tale da spiegare innanzitutto come mai Moro, nonostante una posizione sul “filo del rasoio”, apparve quasi colto di sorpresa dall’atto terroristico e poi fu letteralmente abbandonato, lasciato completamente solo in quel terribile periodo. Eppure l’ala sinistra democristiana, l’Area Zac ecc., raccoglievano oltre un terzo del partito ed annoveravano politici popolari, influenti e potenti; eppure a Moro non dovevano mancare gli “amici” di partito, negli altri partiti e nelle istituzioni. E il PCI? E Berlinguer? Nessuno sapeva? Nessuno si accorse di nulla, nessuno ebbe sentore? Strano, viste poi tutte quelle segnalazioni, soffiate, suggerimenti che sono entrati nel ponderoso corpus dell’ “Affaire”! Oppure, invece, mancò … qualcos’altro, …, proprio come trent’anni prima, in quel 26 luglio del ’43 quando addirittura un intero partito-apparato si sciolse come neve al sole, dopo l’arresto del tutto incruento, del suo capo? Caterina Pes, forse richiamandosi anche al quadro venuto fuori proprio dai verbali degli otto Consigli dei Ministri tenutisi durante i 55 giorni, recentemente oggetto di una pubblicazione da parte di David Sassoli e di Garofani, ha ieri colto la fragilità e insieme la sorpresa e l’impreparazione della nostra politica ad affrontare una tale emergenza e un simile affronto, chiedendosi perché, come mai. Invece, dal racconto di Grassi, è emersa tutt’altra realtà, tutt’altra politica, questa sì determinata a portare avanti un suo progetto, alternativo a quello di Moro, del coinvolgimento del Partito Comunista nel governo, del superamento del bipartitismo imperfetto. Un progetto da condurre a termine abbattendo qualunque ostacolo. Ora, secondo molti, Moro fu ucciso da Yalta, cioè da chi quell’equilibrio voleva conservare a tutti i costi. Secondo me invece, è ora che questo Paese, e la sua “intellighenzia” trovino il coraggio di fare i conti con la loro storia, di riappropriarsi della storia del Novecento e di disvelare quei suoi tanti, troppi cosiddetti “misteri”, che, però, come pensava Pasolini, poi tali sono solo all’apparenza. Fare i conti con la propria storia significa soprattutto affrontare le proprie responsabilità, a prescindere dalle vere o presunte intromissioni esterne. Moro, fino a prova contraria, fu ucciso da italiani in un contesto politico italiano, dopo esser stato abbandonato dalla classe politica italiana a lui contemporanea – “amici” inclusi – e da questa consegnato prima ai suoi aguzzini e poi, per tanti anni, nelle sicure mani di quella retorica politica tipicamente italiana, spesso molto più efficace dello stesso piombo. Questo non va mai dimenticato per non cadere in quella tendenza tipicamente nostrana all’autoassoluzione consolatoria. A proposito di cattiva politica, ieri sera, all’incontro con questo bravo parlamentare democratico, non s’è visto nessun dirigente oristanese del suo partito. E quando dico “nessuno” non esagero: erano tutti a tifar Cagliari, al Memorial Spiga, ai congressi di circolo o al mare. Non s’è fatto vedere neppure il segretario provinciale, notoriamente molto devoto all’immaginetta di Moro (un po’ meno al suo lascito politico). Ora, questa ennesima prova della ormai persino sfrontata partigianeria dell’attuale dirigenza PD dovrebbe – finalmente!!!!!!!! – far riflettere tutti coloro che, dentro questo partito, hanno sinceramente a cuore le sorti della politica.