CRISI DELLA MUSICA E MUSICA CONTRO LA CRISI. INTERVISTA A BRUNO CRUCIANI DI “CLOSER” [Antonio Serra]

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Gli ultimi dati resi noti dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana di Confindustria, www.fimi.it) mostrano, nei primi 9 mesi del 2014, una crescita del 5 % del mercato discografico, trainato dal segmento digitale. Quest’ultimo rappresenta circa il 45% dei ricavi complessivi delle case discografiche e, fortemente trascinato dai ricavi connessi ai servizi streaming, cresce del 20%. In particolare i servizi in abbonamento quali, ad esempio TIMmusic, Spotify, Google Play, Deezer, ecc. sono saliti del 109% mentre i servizi supportati dalla pubblicità, come YouTube e Vevo sono cresciuti del 78%.

Insieme al digitale prosegue il trend di crescita anche del vinile, in controtendenza con il comparto del fisico. Si tratta certo di una piccola nicchia di mercato, ma il +66% è sicuramente un segnale importante.

Le note negative vengono purtroppo sempre dal supporto fisico, che cala ancora del 4 %, ma anche dal download che registra un secco meno 19 %.

Per conoscere “da dentro” la situazione del mercato musicale, l’amico Antonio SERRA, alla sua prima collaborazione con “Appunti oristanesi”, ha sentito BRUNO CRUCIANI, titolare di “Closer”, l’unico negozio musicale rimasto aperto in città (via Tirso 148).

Figlio di un noto commerciante oristanese, Bruno, assecondando la sua passione per la musica, ha aperto la sua attività nel 1992. Ha dunque vissuto in prima persona tutte le grandi trasformazioni del mercato musicale dopo l’avvento delle tecnologie digitali con il fortissimo sviluppo del web e della telefonia mobile. Trasformazioni queste che – ahinoi! – hanno coinciso con la lunga e pesantissima crisi delle economie occidentali, soprattutto di quelle più deboli. Questa crisi, facendo crollare i consumi, ha colpito duramente proprio il settore discografico italiano, peraltro mai eccessivamente florido, e, in particolare, la sua parte commerciale, con tante dolorose chiusure di negozi, anche storici ed importanti. [ADRIANO SITZIA]

Bruno, è diventato un vero e proprio luogo comune dire che non si vendono più dischi. Tu però sei la dimostrazione vivente che non è esattamente così. Che cosa ci puoi dire?

Bisogna stare attenti a non generalizzare, perché se facciamo il paragone coi decenni passati, anni ‘70, ‘80 anche ‘90, oggi la vendita della musica attraverso i canali tradizionali è sicuramente molto diminuita, ma questo non significa che il mercato non abbia trovato altre forme di commercio. In pratica si è frammentato in una serie di fenomeni – internet su tutti, ma anche l’usato e la stessa la vendita privata da tutto il mondo ecc. – per i quali il vecchio negozio di dischi che campava vendendo 200 copie del disco primo in classifica s’è praticamente estinto, o comunque chi come me è ancora attivo le 200 copie le fa non con un titolo solo ma con cinquanta! In pratica oggi bisogna fare i conti con migliaia di potenziali titoli reperibili, e con quanto altro è collegato alla musica: abbigliamento, gadget ecc. E’ un mercato più complesso.

Il tuo negozio, “Closer”, nasce come negozio alternativo, quasi specializzato in taluni generi, che poi coincidevano con i tuoi gusti musicali. Poi pian piano hai ampliato la tua offerta con titoli “commerciali”, che oggi riempiono i tuoi scaffali. Come mai? La tua clientela è cambiata così tanto?

E’ vero, nasco come negozio alternativo, come dici tu, “specializzato”. Ma anche qui devo premettere una cosa: Oristano negli anni ’90 è arrivata ad avere sei negozi di dischi, per cui diciamo semplicemente che trattavo generi musicali particolari, che gli altri difficilmente avevano. Certo mi piaceva anche proporre agli altri ciò che piaceva a me, ma era soprattutto un discorso, come dire, di ritagliarmi uno spazio mio attraverso una particolare offerta musicale.

Chiaramente col tempo mi sono “aperto” a cose molto piu’ commerciali e molto Hip Hop, anche se la mia clientela è prevalentemente Rock nell’animo. Si va dal ragazzino che segue Salmo alla signora che cerca Giorgia o Violetta per la figlia, o a suo marito che vuole i King Crimson.

Le ultime statistiche parlano di una rinascita del vinile anche in Italia. Cosa ne pensi?

Guarda, il vinile non è mai “morto”. Nei paesi dove la musica è vissuta e consumata come il pane, – America, Inghilterra -, il vinile ha sempre avuto il suo spazio, anzi capita che lo stesso titolo venda più come LP che come CD. Il CD è certo più pratico, meno delicato, ma il fascino, la poesia, il suono del vinile, soprattutto per gli appassionati meno giovani ma adesso anche giovani, è tutta un’altra cosa! Pensa solo alle confezioni, alle copertine, agli stessi supporti “picture”, colorati, inserti. Ecco dico che si tratta di una – almeno in Italia – doverosa rinascita. Anche a Oristano, sempre un po’ pigra, ho visto che il vinile comincia a riconquistare qualche cliente, soprattutto con le ristampe dei classici del rock, dai Pink Floyd ai Metallica, al Prog ecc.

Pensi che questo ritorno al passato possa preludere alla fine del download?

No, sono due cose molto diverse, che riguardano pubblici molto diversi. Il download a volte è l’unico mezzo per tante persone di “avere” musica da sentire. Poi succede spesso che chi è “famelico” da quel punto di vista, non si accontenta del download ma vuole avere il supporto fisico della sua band preferita, o, magari lo vuole regalare. E poi ci sono i non pochi appassionati di musica, che oggi magari proprio grazie al download, o, che so, a youtube hanno la possibilità di arrivare ad artisti, gruppi ecc. poco noti, di apprezzarli per poi comprarne i dischi. Quando io ero ragazzo per esempio l’unico modo per ascoltare qualche nome di nicchia, indipendente, alternativo, erano alcune radio, oltre alle poche riviste musicali alternative.

Torniamo alla crisi. Come vanno le cose qui a Oristano?

Se mi chiedi in generale, mi pare che gli effetti della crisi siano sotto gli occhi e sulla pelle di tutti magari no, ma certamente di tanti. Per fortuna, gli appassionati di musica rimangono: magari selezionano di più, resistono di più alla tentazione quando non sono sicuri, ma, per fortuna, ci sono. Infatti è vero che la crisi ha colpito il settore discografico ma l’acquisto ora è piuttosto una scelta, visto che alcuni beni di consumo dalla benzina alle sigarette etc. sono aumentati parecchio. In più la crisi ha portato le stesse case a proporre tanti titoli a prezzi “popolari”, per cui io vendo molti dischi anche recenti persino a 7,90 euro, le vecchie 15000 lire, oppure a 10, 11, 12 euro. E poi ci sono anche belle edizioni particolari, limitate, soprattutto in vinile, che possono perfino diventare un buon investimento.