GRAMMATICA-MENTE 1: “UNA LINGUA IN PRESTITO, QUANDO BASTA LA PAROLA” [MARIO SALIS]

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Finalmente, ci siamo! Con questo primo articolo, questa volta scritto e curato da MARIO SALIS, inizia infatti la nostra rubrica “open” dedicata alla lingua italiana in tutti i suoi aspetti. Annunciata oltre un mese fa, per tutta una serie di motivi è giunta solo adesso al suo primo appuntamento. Attendiamo le vostre opinioni e i vostri commenti (anche sul nuovo logo).
Buona lettura.

Ne uccide più la lingua che la spada” (Siracide), non meno della parola e della penna. Una massima dalla stupefacente saggezza che affonda radici in una società primordiale, laddove gli accordi raggiunti, proditoriamente violati, pervicacemente difesi, col valere oltremòdo delle proprie ragioni anche a colpi di fendente. 

Non si andava tanto per il sottile, e se qualcuno minacciava lo squillo delle trombe, di rimando si potevano sciogliere a distesa le campane. Insomma prima il peso delle parole, anteprima del fragor della battaglia ma pure scorciatoia del buon senso e di più miti ravvedimenti. Ci si intendeva oltre che tra schieramenti opposti perfino tra idiomi diversi seppure privi di traduzione simultanea.  

I tempi sono cambiati evidentemente, ma i confronti corrono sempre il rischio degli scontri. Tra le prime vittime, quelle di sempre, la verità: Storia per i vincitori, menzogna per gli sconfitti. 

Francesismi, anglicismi hanno seguito le stesse vie tortuose nelle conquiste del vecchio Continente, solcando rotte sconosciute verso il Nuovo Mondo, senza dimenticare appunto l’idioma ispanico.  

Esiste oggi anche una bilancia dei pagamenti delle parole, una decisiva leva del credito, che oltre a tediare l’economia attraverso una recessione strisciante, come testimoniano i rilevamenti di questi giorni, determina il deficit o l’espansione di un lessico nazionale. Il dibattito è sempre stato a fasi alterne: s’infiamma, si spegne e si riaccende, senza smettere di appassionare o deludere indomiti puristi, permissivi o rassegnati pluralisti, con l’alibi di essere più democratici, grammatica – mente parlando.  

L’influenza della lingua inglese si sviluppa attraverso i secoli e maggiormente con l’avvento della Rivoluzione Industriale, caratterizzando in più fasi il linguaggio letterario, politico, economico e commerciale. Noi che avevamo steso a lungo i panni del lessico in Arno, senza troppa convinzione abbiamo consentito il risciacquo veloce sul Tamigi, addirittura quello centrifugato nell’Hudson, che seppur a stelle ed a strisce, deve il suo nome all’omonimo esploratore britannico Henry.  

Oggi non è facile trovare un angolo di meritato relax neppure per un drink. Il target è diventato l’ossessione dell’occupato come del disoccupato, che comunque deve avere doti non comuni di problem solving del lavoratore autonomo o di quello dipendente. Degli stessi dirigenti, quelli che sopravvivono allo star system. Prima invece, quante pedalate per Coppi e Bartali prima di tagliare il loro agognato “target”. 

Con tutto quello che è stato impiegato e pensato per fare prima L’Italia! Camillo Benso conte di Cavour no, visto che si ostinava a parlar francese, poi gli Italiani finalmente, secondo Massimo d’Azeglio. La leva militare obbligatoria che fece incontrare i dialetti dello Stivale, combattendo poi l’analfabetismo usando il monoscopio televisivo. Abbattute finalmente le distanze con internet, ci troviamo quasi allo stesso punto di partenza: rifare l’italiano. 

Una lingua viva è (e) vera, quella che cercava Alessandro Manzoni, a cui non chiudeva le porte, lo stesso Leopardi senza nutrire pregiudizi verso neologismi od esotismi. Una lingua che non si evolve non si rigenera, ma si tutela anche conservandosi, senza cadere vittima del cambiamento tumultuoso a tutti i costi.  

Possiamo disdettare unilateralmente una sorta di Convenzione di Schengen della libera circolazione delle parole? Dopo aver codificato quella liberalizzata degli uomini. Una posizione indifendibile perfino con gli acuti di chiarine od i rintocchi delle campane. Dopo tutto, anche una lingua attraversa congiunture più o meno favorevoli. L’equilibrio di bilancio lessicale può essere perseguito attraverso un’oculata politica del suo ac – credito, una volta tanto a parole, naturalmente non a chiacchiere. Utilizzando i flussi virtuosi dei prestiti di necessità, quelli inevitabili provenienti da altri idiomi, perché più efficaci ed immediatamente spendibili, centellinando quelli superflui, cosiddetti di lusso. Per meglio translate: in surplus. 

Bisogna pur dire che se i greci, i latini – ma come si fa a considerarli forestieri – gli stessi francesi, dopo tutto cugini, dovessero chiederci indietro i loro vocaboli, non avremmo altra scelta se non a considerali invulnerabili bottino di guerra. 

Le idee si esportano anche con le parole, un’opportunità per dare nuova vita alla nostra lingua, senza perdere un “attimino” ma assolutamente sì! Invero, una questione di equilibrio come sempre, ma anche di buon gusto. Secondo l’autorevole istituzione dell’Accademia della Crusca, in una recente intervista su una testata nazionale, i pericoli sembrano provenire più dal potente settore burocratese che dal linguaggio dei new media. 

Ma nelle fasi introduttive di alcuni corsi universitari di Scienze della Comunicazione, in alcuni Atenei si ripropongono opportunamente le buone maniere del lessico italiano, anche per scrivere un’e-mail. Un lusso, una necessità? 

In uno di quegli empori essenziali, avamposti commerciali della periferia cagliaritana anni Sessanta, il Signor Pippia con alle spalle i capienti cassetti a compasso di legumi, smise improvvisamente di servire le avventrici, esaminando sconfortato quei libretti neri del credito – de comprai affiru – appena ingentiliti dal rosso dei bordi esterni delle pagine. Portando la mano al lapis da falegname – antenato inconsapevole del mouse – inforcato sul fianco del suo vigile orecchio destro, decretò nel silenzio generale: immoi fazzu unu cartellu: NON SI FA PIU’ CREDITO A NESSUNO. Fu all0ra che il disappunto irreversibile del suo sguardo s’imbatté sul mento appuntito di un bambino, poggiato sul bancone di marmo, risalendo fino ai suoi occhi sparuti ed innocenti. Da rimanere “senza parole“. Vabbè! Chi c’è adesso? Quel cartello per fortuna non fu mai scritto, né appeso. Ma riesce ancora a comunicare. Quel negozio è ancora lì chiuso, non divenne mai un mini-market.