FERMODINAMICO? [ADRIANO SITZIA]

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Mercoledì sera, in occasione della presentazione, all’Hostel Rodia di Oristano, del progetto di centrale ibrida solare termodinamica, da realizzarsi a San Quirico, molti sono stati i dubbi esposti da cittadini, associazioni, ma anche dagli stessi politici e amministratori intervenuti. Del resto è ormai sotto la lente d’ingrandimento dell’opinione pubblica nazionale tutto quel controverso fenomeno in grande e disordinata espansione legato alla produzione di energie rinnovabili, che, in non poche realtà sarde e continentali, ha portato ad una dura contrapposizione tra comitati di cittadini e imprese del settore. I primi, sempre più numerosi – ormai nella sola isola se ne contano oltre trenta – rivendicano a gran voce il diritto di decidere il futuro della loro realtà territoriale, contro il degrado ambientale, lo sperpero di risorse (soprattutto pubbliche), e, come è stato scritto “l’aggressione alla salute, ai territori e al lavoro”. Le altre, ancor più numerose soprattutto grazie ai consistenti incentivi pubblici, giorno dopo giorno si affannano a presentare sempre nuovi progetti di centrali e di impianti, alcuni validi, utili e innovativi, altri a dir poco discutibili. In mezzo sta o dovrebbe stare la politica, di destra come di sinistra, ancora una volta incapace di metter in piedi un insieme normativo e programmatico generale completo, capace di imporre limiti, di tracciare obiettivi e percorsi, di evitare inutili sprechi e, soprattutto, quel perniciosissimo allarme sociale, che, ancor più in un momento difficile come l’attuale, sarebbe da evitare.
Il progetto che ci riguarda, quello della San Quirico Solar Power SRL, società privata, nata nel 2011 a Bolzano, rientra nella categoria degli impianti CSP o “Concentrated/-ting Solar Power”, che producono energia elettrica utilizzando, secondo il principio di Archimede, degli specchi per catturare e concentrare l’energia solare, trasformarla in energia termica e infine, attraverso un generatore convenzionale (turbina a vapore, ecc.), convertirla in energia elettrica da immettere nella rete. Si tratta di una tecnologia non proprio recentissima – negli Stati Uniti numerosi impianti CSP di vari tipi sono in funzione anche da alcuni decenni – che però sta suscitando nuovo interesse anche qui da noi soprattutto dopo l’introduzione, come mezzo di trasferimento del calore (fluido termo-vettore), dei più performanti, economici e sicuri “sali fusi” al posto degli olii diatermici, in genere a base paraffinica raffinata (temp. max. raggiungibile di “soli” 300°, max 400°). Il grande vantaggio dei “sali fusi”, “mistura eutettica” al 60 % di Nitrato di Sodio (NANO₃) e al 40% di Nitrato di Potassio (
KNO₃), già utilizzati come fertilizzante in agricoltura, dunque disponibili in quantità e a costo limitato, non infiammabili né tossici, è dato dal loro range di operatività che sta tra un minimo di 290° e un massimo di ben 550°, cioè + 150/250° rispetto ai fluidi ad olio. Ma quando la temperatura di tali sali scende sotto i 238°, gli stessi cristallizzano e diventano inservibili.

Uno dei fautori del solare termodinamico, del resto, è stato proprio il parlamentare e storico leader dei Verdi italiani Alfonso Pecoraro Scanio, che da ministro dell’ambiente emanò il DM 11 aprile 2008 con il relativo “conto energia” per questo tipo di centrali, esteso nel 2012 anche agli impianti ibridi. Pecoraro Scanio anche recentemente non ha mancato di far sentire la sua voce a favore di queste tecnologie italiane, in quanto figlie delle ricerche del premio nobel Rubia.

Il 14 luglio del 2010 è stato inaugurato il primo impianto italiano a “sali fluidi”, a Priolo Gargallo in provincia di Siracusa. Si tratta di una centrale da 5 MW, con circa 30.000 metri quadrati di specchi e 5,4 km di tubi ricevitori, divisi in 9 stringhe da 600 m l’una. L’energia termica raccolta produce vapore ad alta pressione che, convogliato nelle turbine della vicina centrale termoelettrica ENEL su due gruppi da 752 MW, recentemente riconvertita a ciclo combinato a gas naturale, consente la produzione di energia elettrica, riducendo il consumo di combustibile e quindi anche l’inquinamento.

E’ invece del 3 luglio 2013 l’inaugurazione nell’area industriale di Massa Martana (Perugia) di un impianto sperimentale-dimostrativo autonomo a sali fusi, realizzato in tre anni di lavori, da Archimede Solar Energy del Gruppo Angelantoni – forse l’unico produttore al mondo per scopi commerciali dei nuovi tubi ricevitori a sali fusi, utilizzati anche a Priolo Gargallo – e da Chiyoda Corporation di Yokohama, proprio “per promuovere l’economia, la bancabilità e l’affidabilità degli impianti di energia solare a parabola. Si tratta – ha dichiarato Gianluigi Angelantoni, presidente di Archimede – di una tecnologia innovativa che ha bisogno di essere provata affinché gli investitori possano avere la garanzia del suo corretto funzionamento, per poter poi finanziare la costruzione di altre centrali a scopi commerciali”. Le ambizioni sono notevoli: infatti sempre stando ad Angelantoni: “l’importanza di questa tecnologia sarà massima per il Maghreb e i Paesi del Golfo. Di tutto il calore prodotto, viene trasformato in energia il 20%, per via degli attuali limiti delle turbine. Ma il restante 80% sarà utilizzato per desalare l’acqua del mare, per separare il sale dall’acqua marina e sfruttarla per scopi irrigui”.

E la centrale di Oristano rientra sicuramente nello sviluppo commerciale di questa tecnologia “italiana”, anche se, nel caso sardo, supportata progettualmente e tecnicamente in maniera determinante dall’ingegneria e dall’industria tedesche (M&W Group di Stuttgart, Linde Group di Munchen, Flabeg FE GmbH, Sclaich-Bergermann and partners di Stuttgart, e, per le verifiche, il TÜV-SÜD di Monaco.

A differenza della centrale umbra, realizzata in un’area di 3 ha della locale Zona industriale di Villa San Faustino, accanto a un moderno stabilimento di circa 30000 mq della stessa Archimede-ASE, per produrre dal 2011 proprio i famosi tubi ricevitori a sali fusi (previsti 140000 l’anno), quella oristanese sorgerà in piena campagna agricola, in un’area di ben 77 ettari, quasi tutti di un unico proprietario. Si tratta di un vero e proprio impianto industriale, il cui cuore sarà costituito da un campo solare di circa 48 ettari (984 x 487 m), diviso in 48 file di collettori parabolici (specchi) mobili, lunghe ciascuna 400 metri. Ogni “parabola” avrà un’apertura di m 7,5, per un’altezza massima verticale di m 6,0, su una struttura portante in carpenteria d’acciaio. Verranno inoltre realizzati i serbatoi per l’accumulo dei sali, alti 10 m e con diametro di 19 m, dove circoleranno circa 5000 t di sali, il blocco di potenza e un generatore di calore a biomassa, alimentato con 75 t al giorno – 2250 t al mese!? -, di legno cippato (cioè a piccole scaglie) di provenienza locale (?), necessario per mantenere i sali in temperatura, quando è carente l’energia solare. I fumi ed i gas esausti prodotti saranno trattati con 3 comparti: un sistema di controllo in camera di combustione; un ciclone abbattitore a sfruttamento della forza centrifuga; e un elettrofiltro per le polveri PM10. E’ stimata una produzione annua di polveri di 0,9 t all’anno, l’equivalente delle emissioni di 21 camini di focolari a legna. La potenza della centrale sarà di 10,8 MW, mentre l’acqua necessaria per le turbine a vapore è stimata in 117000 mc annui, lo 0,14/0,18 del totale prelevato ogni anno in zona, forniti da due pozzi con portata massima di 6 l al secondo. Le biomasse saranno stoccate e lavorate in un apposito grande capannone. L’impatto acustico così come quello visivo – la struttura più alta, il camino, non supera i 23 m – , a detta dei progettisti, dovrebbero essere limitati. La centrale dovrebbe essere attiva per una trentina d’anni.

E Oristano che ci guadagna? Ci guadagna nelle opere civili e di impiantistica, il cui costo si aggira attorno ai 4,270 milioni di euro; con i circa 100 operai che lavoreranno nel cantiere per almeno un anno a 25 euro all’ora (6 milioni?); nei servizi di ingegneria, pari a 346,500 euro; nelle 19 persone, tra cui almeno un paio di ingegneri, che vi troveranno impiego a tempo indeterminato; con le imprese che si occuperanno della manutenzione al costo di 408,000 euro all’anno; con le opere pubbliche connesse per 873,000 euro. Ci guadagnerà il Comune con 50000 euro all’anno più l’IMU (almeno 400.000 euro). E forse qualcosa potrebbe gocciolare pure dalle biomasse.

Fin qui, tutto chiaro. Anzi, forse no. Perché questi sono dati ottimistici, forse persino troppo, forniti da chi, imprenditore e progettisti, ovviamente e legittimamente, ha tutto l’interesse di magnificare la sua intrapresa.

Invece al cittadino oristanese e a chi lo rappresenta, da amministratore e da politico, spetta il compito di vagliare, di valutare il progetto dal punto di vista della/e opportunità per il territorio, della convenienza e dei rischi (per la salute, ambientali, ecc.), e quindi di individuarne imprecisioni, sottostime, criticità, lacune. E mercoledì sera quasi tutti gli interventi, tecnici e politici, hanno messo in luce aspetti – è proprio il caso di dirlo – poco chiari di questo progetto.

Ma forse il dato più importante è proprio quello relativo ai “costi-ricavi”. Oristano mette a disposizione una vasta area agricola, di buona terra; mette a disposizione la sua principale ricchezza, finora svalutata, e cioè l’acqua; si espone a rischi piccoli o grandi che siano – ora non è dato saperlo – di consumo e degrado del proprio territorio, di compromissione ambientale, che poi potrebbero trasformarsi anche in pericoli per la stessa salute dei suoi abitanti; permette di togliere una certa quantità di CO2 (23000 t/anno) dall’aria mondiale, per guadagnarci – almeno teoricamente! – circa 2.300.000 euro l’anno, oltre all’investimento costruttivo, a poche decine di buste paga, e qualche marginale opera pubblica, peraltro asservita alla centrale e al cavidotto di collegamento con la rete elettrica Terna. I cittadini ricaveranno zero, dico “zero” benefici o vantaggi diretti e il tessuto produttivo locale, soprattutto agroalimentare e agrituristico, potrebbe esserne addirittura danneggiato, mentre non è affatto certo che ad avvantaggiarsi dei servizi all’impianto siano davvero e soltanto le imprese locali. In pratica l’unica a guadagnarci qualcosa di concreto sembra proprio l’Amministrazione comunale. Da qui i tanti dubbi che assillano la cittadinanza, peraltro solo ora coinvolta nella faccenda (ma questo modo di fare è un vero e proprio marchio di fabbrica del Centrosinistra oristanese, o, più esattamente, di chi lo dirige).
Forse l’atteggiamento degli Oristanesi sarebbe stato ben diverso se le proposte di contropartita e di ricaduta a vantaggio del territorio fossero state ben più concrete di una generosa partecipazione alla certo nobile crociata contro l’effetto serra! Parliamo di veri risparmi nella bolletta energetica, di teleriscaldamento, o – ancor meglio – di un coinvolgimento produttivo diretto della stessa città in questo particolare settore energetico. Se infatti – e come è accaduto concretamente a Massa Martana, dove però si è ragionato in termini di filiera energetica – accanto alla proposta di una centrale fosse stata fatta anche quella di uno stabilimento per la produzione per esempio di questi nuovi termoconduttori, magari affiancato da un laboratorio di ricerca su tali materiali, ecco, sicuramente accanto alla ovvia diffidenza del cittadino ci sarebbe stato, diverso e forse superiore, il suo interessamento soprattutto guardando al futuro. Invece così facendo appare concreto il pericolo di dare ancora una volta ragione al noto detto “Pinta la legna e mandala in Sardegna”! Che poi la vernice sia almeno all’apparenza verde, poco cambia.