ALBA MARCOLI “LETTERE ALL’ANIMA” [ADRIANO SITZIA]

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Oggi “Appunti oristanesi” inaugura un suo nuovo spazio dedicato alle recensioni. Lo fa con una presentazione da parte di Adriano Sitzia, dell’ultima, pregevole opera della compianta Alba Marcoli (1939-2014), interessante figura di docente e psicologa oristanese, sulla quale domani presso la sala conferenze dell’Hospitalis in via Cagliari, con inizio alle ore 18,00,  è in programma un interessante convegno.
Colgo quest’occasione per invitare chiunque abbia da proporre una recensione o anche soltanto una semplice segnalazione di libri, film, dischi, ritenuti interessanti, a  proporcela. Basta un semplice commento a questo post o un messaggio via facebook a Mario Salis o ad Adriano Sitzia.
Buona lettura [MARIO SALIS]
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Devi assolutamente leggerlo. Lo troverai molto interessante!”, mi disse qualche mese fa l’amico  Umberto Marcoli donandomi una copia dell’ultima opera di sua zia Alba. Infatti la diffidenza nei confronti di questo genere di opere gli era ben nota, né ho mai fatto mistero della mia predilezione per letture – come dire? – concrete, siano esse di argomento storico, tecnico, politico o la stessa letteratura gialla. Invece scritti o anche interventi dedicati a domande come quelle tanto famose quanto prive di effettiva utilità pratica come “chi siamo?”, “da dove veniamo?”, “dove andiamo?”, ogni volta che li ho faticosamente letti o ascoltati con relative risposte, beh, … [autocensura]. Ecco perché quando mi sono trovato davanti un titolo come “Lettere all’anima” e con un sottotitolo a dir poco “inquietante” come “Pensieri vaganti e disordinati su Dio, sul vivere e sul morire” (!!!), mi “affaticava” già solo l’idea di iniziarlo. “Cavolo” – ho pensato – “ecco il solito esercizio di letteratura esistenzialistico-sentimentale formato tascabile!”.
Né mi tranquillizzava il percorso professionale, personale e ideologico dell’autrice. E non mi riferisco tanto alla sua docenza di lingua inglese – anche se mi suona un po’ … strano il rapporto di stretta familiarità tra una persona che si definisce di sinistra e questa lingua dei manager! – quanto alla sua specializzazione in psicologia, una di quelle “discipline” che, da perfetto ignorante in materia, ho sempre guardato con molto sospetto; e poi alla sua stessa “appartenenza ideologica”, per cui m’aspettavo l’incontro con il solito armamentario di frusti luoghi comuni contro Dio, la religione, i “preti”, la “libera” economia, il profitto, la guerra, … magari conditi con un po’ di ragù “emiliano”, o, peggio, di salsa “toscana”, di quelle che oggi, dalle parti “progressiste”, vanno per la maggiore,  o – brrr – con quello sciapo “Pes-to” oristanese, che però fa tanto snob.
Dunque ho intrapreso il primo viaggio dentro “Lettere all’anima”, prevenuto, sospettoso, con la voglia di leggerlo in fretta, quasi per dovere nei confronti di chi me lo aveva dato. E in effetti è accaduto proprio questo, tanto che in memoria è stato salvato poco e solo ciò che proprio non m’era riuscito di mandar giù! Poi però, qualche tempo dopo, in una di quelle notti in cui il salutare sonno stenta ad arrivare, non so come mai  ma m’è venuto di riprendere in mano il libro. E ho cominciato a leggerlo così … con mente sgombra, forse proprio grazie a quel notturno silenzio che mi circondava e che Alba Marcoli spesso ci raccomanda di ascoltare. E sono andato avanti per ore, quasi senza accorgermene, ma anzi prendendo pure qualche appunto. Alla fine, il ritratto della scrittrice che ne è venuto fuori, era radicalmente cambiato in forme e colori! Cerco di spiegarmi meglio, analizzando proprio l’aspetto, come dire, religioso, del suo rapporto con Dio e la fede, che poi è il filo conduttore delle lettere.
M’ero fatto l’idea di un’Alba Marcoli atea o quantomeno agnostica, comunque lontana da un cospicuo afflato religioso, nonostante la provenienza da una famiglia profondamente credente, e che aveva tra i suoi membri un modello di cristiano impegnato come mons. Giovanni Marcoli, figura di spicco del cattolicesimo sociale bresciano a cavaliere tra ‘800 e  ‘900. Invece da subito ho dovuto fare i conti con frasi come: “Quello che io cerco prima lo chiamavo Dio, poi per me non aveva più nome, infine l’ho chiamato Forza della Vita”. Ecco, cioè, che il Dio cristiano come “Verità” assoluta e unica, almeno secondo il credo cattolico,  diventa in Alba Marcoli “oggetto” di dubbio e quindi di costante ed ininterrotta ricerca, non certo di rinnegamento. Infatti le radici, e cioè il “Verbo” divino, la sua Scrittura, i suoi insegnamenti, esplicitamente o implicitamente, fanno assidua comparsa nelle parole della docente oristanese. Mi torna tosto in mente quel passaggio in cui Alba Marcoli (p. 131) si chiede: “E’ per questo che mi viene a cercare negli ultimi la traccia di una presenza trascendente?”. Negli “ultimi”, come anche nei “poveri di spirito” che le suscitano “spesso il piacere dello stupore” (p. 46)! E poche pagine prima (p. 125) non a caso lei stessa, descrivendo il suo incontro con una “bag lady”, parla di “dignità, essenzialità e sacralità di persona”! Dunque la parabola dei lavoratori della vigna o l’ “ultimum iudicium” di Matteo 25 certo non le sono entrati in un orecchio per poi uscire rapidamente dall’altro, come, invece e purtroppo, è capitato a tanti ragazzi prima assidui frequentatori del catechismo e degli oratori e poi devoti servitori del dio posto-carriera-profitto, cioè proprio di quel dio moderno di cui, non a caso, l’autrice parla amaramente in alcune pagine del libro (83-84 e 112).
E i bambini? I bambini definiti dalla Marcoli i veri “custodi della vita”, da amare intensamente ma “in un modo più rispettoso dei loro bisogni”  (p. 117) non possono non farmi pensare a quanto dice Gesù ai suoi Apostoli: “se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli … Chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me”. Così come la stessa esaltazione del loro “ingenuo” stupore, così spontaneo, “naturale”, – “l’emozione più vitale e più concreta dell’essere vivi”, lo definisce a p. 43 – perché “non hanno mediato il loro rapporto col mondo attraverso i percorsi uniformi e la foggiatura del pensiero data dagli studi”, mi ricorda proprio lo stupore umano di fronte alle parole e agli atti straordinari di Gesù, più volte evocato dagli Evangelisti (gli stessi che nell’Aula consiliare di Oristano – ahiloro! – ascoltano “stupiti” gli interventi dei nostri amministratori). Quello stesso stupore che la Marcoli ama tanto sentire e provare di fronte alle persone e alle cose del mondo, nonché ai miracoli della natura e della vita.
L’elenco di tutti questi momenti “cristiani” del libro sarebbe lungo, e, soprattutto, toglierebbe al lettore lo “stupore” di incontrarli e di rifletterci sopra. La domanda a questo punto è scontata: come stanno le cose? E cioè come mai, pur ammettendo che nell’arco della sua vita i rari momenti “in cui sono stata in pace con me stessa e col mondo” sono stati “soprattutto quando da adolescente o da giovane ero accompagnata da dentro dall’idea di Dio che mi faceva compagnia”, la Marcoli ha rinunciato a questa compagnia incamminandosi in un sentiero di nuovi dubbi e di domande? Beh, nel libro vi sono diversi passaggi che, a mio avviso, possono offrire una chiave di lettura. Ne cito alcuni per tutti. Il primo (p. 72) è quello in cui, riportando una preghiera Sioux, la Marcoli, sottolinea il fatto che se sostituissimo a “Grande Spirito” Dio, nessuno ne sospetterebbe l’origine non cristiana (vi sono diversi altri esempi di questo tipo, v. pp. 161-3). Un altro (pp. 98 – 99) è quello in cui riflettendo sulle parole di un’omelia, l’autrice dice di aver finalmente capito perché non riusciva più a sentirsi appartenente a questa fede: “era  l’esaltazione di un amore fraterno fra gli uomini che veniva proclamato come desiderio, subito dopo aver diviso il mondo fra chi possiede la verità e chi non la possiede”.  Il terzo (p. 150) è quello in cui definisce “tragico” il fatto che “ciascuna di queste chiese abbia creduto che il suo modo di esprimere la fede e i riti fosse l’unico vero e abbia condannato tutti gli altri modi come contrari alla vera fede”. Invero accanto a questi ne andrebbe citato almeno un altro, complementare e sotto certi aspetti molto esplicito, in cui Alba Marcoli fa riferimento alla lettera scritta da un monaco induista a Papa Giovanni Paolo II, in visita in India (mi pare nel 1999), e, in particolare al passaggio in cui quel monaco distingue le religioni fra quelle che convertono (Cristianesimo e Islam), e quelle che non convertono (Induismo, Ebraismo e Zoroastrismo): le prime sono necessariamente aggressive, le seconde no; e le conversioni sono un’intrusione nell’animo di una persona e, insieme, tendono a distruggere fedi e culture vecchie di secoli. Sono dunque una forma di violenza e generano violenza.
Secondo me, proprio partendo da quest’idea di un comune sostrato almeno valoriale tra le singole fedi religiose, da una sorta di sincretismo di base, come dimostrerebbe il comun sentire delle preghiere, Alba Marcoli giunge a non accettare che dallo stesso “sincretismo” siano derivate religioni tragicamente esclusive e sopraffattrici, che hanno armato le mani dell’uomo causando milioni di lutti nel corso della storia umana, in nome di un Dio che invece di quei positivi valori originari è – come dire? – il dispensatore.
Come mai è accaduto? Beh, è una domanda a cui mai sarà facile rispondere.