LA CRISI DEL PARTITO POLITICO: IL CASO PD, TRA ROMA E ORISTANO [ADRIANO SITZIA]

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Sono trascorsi ormai alcuni mesi dallo scandalo che investì il Partito Democratico romano, costringendo l’ineffabile Renzi ad affidarlo alle delicate mani di Orfini, altro astro nascente del firmamento progressista. L’altro Matteo, dal canto suo, ha voluto vederci più chiaro, e, allora s’è rivolto a Fabrizio Barca ed al suo “Luoghi ideali” per dar corso ad un’indagine conoscitiva a tappeto, così’ da meglio comprendere situazione, stato di salute, sentimenti, pensieri del e nel mondo democratico capitolino. Il lavoro, almeno stando a ciò che si legge nel sito di Barca, ha ormai superato la boa di metà percorso, per cui qualche conclusione è già possibile trarla. Questo è proprio ciò che ha fatto, nell’ultimo numero dell’Espresso, Bruno Manfellotto, il quale, partendo dal dato romano, pieno di ombre ma anche di alcune luci, ha esteso lo sguardo a diversi recenti accadimenti non proprio positivi che hanno riguardato e colpito il PD campano, emiliano, livornese, ligure, siciliano ecc. ecc. Il suo suggerimento conclusivo è “che almeno un circolo in ogni città chieda a Renzi di estendere il metodo Barca in tutta Italia così che l’indagine sullo stato del PD conquisti il primo posto nel programma del partito“, perché “lo sforzo di trasparenza e di pulizia aiuterebbe a riprendere quella fiducia in se stessi che in tanti è andata dispersa“.
Indubbiamente conoscere dove e come il PD sia, come dice Barca, “partito buono” e dove e come invece “partito cattivo”, aiuterebbe qualcuno che ha perso l’indirizzo e il numero telefonico, a ritrovarli o, almeno, a cercarli. Tanto più che l’etichetta “buono” o “cattivo” non è attaccata astrattamente o moralisticamente, ma solo sulla base di precisi parametri, esattamente di cinque caratteri:
– sezione ospitale o autoreferenziale;
– che lotta o che traffica per gli interessi dei cittadini;
– che controlla/stimola o copre gli amministratori pubblici;
– che mette in una casa di vetro i candidati o li “vende senza garanzia”;
– che interpreta nei territori le scelte nazionali o ne “chiacchiera” soltanto.
Ad essi sono stati aggiunti anche due quesiti non marginali, relativi al funzionamento della struttura:
– esiste o non esiste un’organizzazione?
– se esiste, è adeguata ai tempi?
Riassumendo il variegato campionario di situazioni emerse, l’indagine ha individuato alcuni tratti generali, che vanno dal nero al bianco con vari toni di grigio:
partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso, quello “dove non c’è trasparenza e neppure attività, che lavora per gli eletti anziché per i cittadini e dove traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di carne da cannone da tesseramento” (sic!!! brrrrrr!!!);
partito che subisce inane lo scontro correntizio, “le scorribande dei capibastone, e che svolge un’attività territoriale, ma senza alcuna capacità di raggruppare e rappresentare la società del proprio quartiere“;
un partito invece davvero buono, “che esprime progettualità, capacità di raggruppamento e rappresentanza, che ha percezione della propria responsabilità territoriale, sa agire con e sulle istituzioni, è aperto e interessante per le realtà associative del territorio e sa essere esso stesso associazione (inventando forme originali di intervento), informando cittadini, iscritti e simpatizzanti”;
un partito che lavora sodo e ha quegli obiettivi, ma a cui manca il metodo moderno per farcela, una tipologia difficile da valutare e che, per il peso delle correnti e di una logica generale di assoggettamento del partito agli eletti, ad alcuni potrebbe addirittura apparire come un partito cattivo”;
un partito dormiente, “dove si intravedono le potenzialità e le risorse per ben lavorare, e dove il peso di eletti e correnti è sfumato, ma che si è chiuso nell’autoreferenzialità di una comunità a sé stante, poco aperta all’innovazione organizzativa, al ricambio, al resto del territorio”.
Domanda: in quale di questi macrogruppi può essere incluso il nostro caro PD oristanese? Beh, sicuramente non in quello del “partito davvero buono”!!! E, ad essere onesti, è pure difficile definire il PD OR un “partito che lavora sodo”, anche se senza metodo!!! Forse il gruppo più vicino alla nostra realtà è proprio l’ultimo, quello del partito dormiente, che ha, anzi aveva in disponibilità varie potenzialità e risorse, ma che, per logiche interne, ha fatto in modo di allontanarle o di sprecarle, chiudendosi in una sorda e sterile “autoreferenzialità, poco aperta all’innovazione organizzativa, al ricambio, al resto del territorio“.
Persino nel linguaggio adottato la dirigenza oristanese di questo partito spesso appare insieme vuota e muffosa, retorica ed evanescente e, quel che è peggio, autoreferenziale! Volete un esempio? Pochi giorni fa, in un noto sito d’informazione sardo, il giovane – ma solo anagraficamente parlando – segretario provinciale del PD oristanese, nonché sindaco di un piccolo centro, ha annunciato con una lettera la sua decisione di ripresentarsi alle prossime amministrative. Eccone una parte significativa: “… Ho capito, così, che se sei stanco e capita che non ce la fai, se hai litigato la sera prima o sei preoccupato e ti ritrovi zia Mariuccia che si incazza perché davanti casa l’asfalto ha ceduto, tu non puoi fregartene. E devi ascoltare. E devi avere pazienza. E devi ingoiare. E devi risolvere. Perché di fare il Sindaco lo hai scelto tu. Perché hai giurato di servire la Costituzione e il tuo paese. Tutto. E perché nessun dottore può rifiutarsi di operare un paziente, neppure se il paziente gli sta antipatico. Ho amato ogni singolo giorno di questa esperienza, anche quando ho pensato di odiarla, anche quando ho pensato che non ce l’avrei fatta perché è difficile spiegare a tutti, uno per uno, che per quanto impegno tu ci possa mettere, sarà inevitabile che qualcuno non capisca e ti volti le spalle. Anche se hai tentato il massimo. O che magari tu non sai spiegarti. Ho amato la vita in questi cinque anni. Sempre. Perché ne ho conosciuto altre più sfortunate di me, ne ho visto il dolore, la paura, il tentativo quotidiano di rialzarsi in circostanze in cui io, probabilmente, avrei ceduto. Ed ho visto, ancora, altre vite bellissime, e persone bellissime, che mi hanno insegnato che il tempo si misura in attimi, amando il presente perché il futuro, spesso, è imperscrutabile. Penso di avere visto il mondo come lo vedrebbe un prete quando confessa. Ho conosciuto molte virtù, ed anche qualche umana miseria. … Ho sognato sempre. Senza mai esitare. Senza mai togliere, però, per un attimo, i piedi da terra. Ho sognato perché non ho potuto farne a meno. E sognando, ho creduto di abbattere muri che non avevo costruito io, che non avevo voluto io, e che non mi interessava mantenere in piedi … In cinque anni ho fatto il possibile per fare così. Ho speso il mio tempo nella folle corsa contro il vento. E non me ne sono pentito quasi mai, se non quando, esagerando, il mio tempo l’ho tolto agli affetti che spesso mi reclamavano. Ma cercando di dimostrare, sempre, che una diversità è possibile.”.
Insomma, leggendo questo frammento di vita, non si può non immaginare un novello, titanico eroe, di quelli dei tempi che furono, o uno Iacopo Ortis che, disperato, s’è dato alla politica. Un Ortis che però non si rivolge all’elettore, a Tzia Mariuccia, ma a qualche suo Lorenzo Alderani, per incensarsi, superbamente vuoto e forse convinto di dire grandi cose, di essere testata d’angolo della storia!!!
Segretario, ricordati del poeta-albatros di Baudelaire: “esiliato in terra, fra gli scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo”.

P. S.: Se il PD oristanese non riscopre la concretezza, il dibattito aperto e franco, e persino quel “sangue e m****” di formichiana favella, il suo futuro non potrà che essere peggiore del presente!