“25 APRILE” IL GIORNO DOPO [ADRIANO SITZIA]

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Liberazione

Questa settimana l’Italia è stata investita, oltre che dalle quotidiane abbondanti “renzinate”, anche da una inattesa perturbazione celebrativa del 25 aprile. C’è stata, infatti, una vera e propria abbuffata di revival cinematografico, di documentari, di tv-show (con i soliti noti), di interviste vecchie e nuove, di articoli su giornali e riviste, di riedizioni di classici su questo passaggio fondamentale, su questo snodo della storia contemporanea italiana.
Dopo anni di silenzio dunque, la storia del nostro Novecento è tornata al centro dell’attenzione. Bisogna augurarsi che anche per il 24 maggio l’abbondante fenomeno mediatico si ripeta! Del resto conoscere e poi discutere della nostra storia è fondamentale anche per capire chi siamo e perché lo siamo.
Purtroppo però il vizio italico di buttarla sempre in caciara politica, ha ancora una volta inficiato la qualità di tutto questo grosso sforzo mediatico. Non mi riferisco tanto alla “tradizionale” retorica istituzionale che, in simili ricorrenze, è una sorta di inevitabile fio da pagare; quanto allo sforzo propagandistico di piegare la storia – così come, del resto, le riforme elettorali e istituzionali – agli interessi di parte. In questo modo, tra le altre cose, non si riuscirà mai a fare i conti con il proprio passato! Infatti continuare con la sterile discussione, da derby calcistico, se i partigiani furono eroi o traditori, o, per converso, se i repubblichini furono criminali o patrioti; se la Resistenza fu un fenomeno di massa, una guerra di popolo, o, invece, soltanto un mito creato “ad arte” per legittimarsi politicamente; se la guerra sia stata vinta dagli Alleati o dai partigiani, ecc. ecc. significa soltanto infilarsi in uno stupido vicolo cieco.
La storiografia più recente, anche grazie all’apporto di nuovi documenti e ad una più equilibrata lettura degli stessi e di tutti gli avvenimenti e fatti dell’epoca, oggi ci permette di illuminare meglio tutto quel tormentato periodo che riguardò – ricordiamolo – l’Italia centro-settentrionale, mentre per il Mezzogiorno e per le nostre truppe fuori dai confini nazionali il discorso è molto diverso e articolato. Intanto ben prima del 25 luglio il Fascismo ed il suo leader assoluto, a seguito dei ripetuti rovesci militari ma anche del grave peggioramento delle stesse condizioni di vita degli Italiani (fame, miseria, bombardamenti, sfollamenti ecc.), aveva subito una pesante erosione del consenso e del favore. L’aria s’era fatta ancor più pesante in particolare dopo al-Alamayn e la disfatta dell’Ottava armata in Russia, quando anche i papaveri del regime e i vertici delle forze armate avevano percepito che la guerra volgeva ormai, inevitabilmente al peggio. Questa crisi di consenso “esplose” proprio il 25 luglio, prima con la liquefazione del Partito Fascista e poi con le numerose e partecipate manifestazioni di piazza. La particolare situazione che si venne allora a creare con l’Italia messa tra l’incudine tedesca ed il martello alleato, senza nessuna via d’uscita incruenta ed indolore, s’aggravò però con la pessima gestione del passaggio armistiziale e poi con una strana situazione di cobelligeranza, per cui si transitò male ed ambiguamente da una parte all’altra.
Nel frattempo, i Tedeschi ed i fascisti assettati di vendetta e di rivalsa nei confronti dei “traditori” s’erano insediati nella parte centrosettentrionale del Paese, i primi ovviamente decisi a fermare l’avanzata anglo-americana verso la loro patria, gli altri messi a governare uno stato fantoccio e, soprattutto, a controllarne la popolazione, affinché continuasse a contribuire allo sforzo bellico germanico, in particolare con l’apparato tecnico-industriale in gran parte ancora efficiente. A questo punto tanti, giovani e meno giovani, soldati e civili, ex fascisti o apolitici, istruiti o incolti non importa, furono chiamati o “costretti” a porsi quel drammatico dilemma: che fare? Le risposte furono diverse e dettate da svariate motivazioni: orgoglio patriottico; fedeltà al giuramento dato oppure all’antico alleato; convinzioni politiche; indottrinamento; rivolta contro il degrado materiale e morale di un Paese allo sfascio grazie al Fascismo o, al contrario, contro una monarchia non all’altezza del suo ruolo ed il suo Maresciallo primo ministro; pura e semplice convenienza, quando non opportunismo; o anche il caso. Un certo numero di italiani, all’inizio in verità non molti, scelse già dal 25 luglio, con coraggio e determinazione la lotta per dare all’Italia democrazia e “libertà” (parola questa da usare sempre con molta cautela), e quindi, dopo l’8 settembre, la rivolta armata contro l’occupante germanico. E’ difficile dare numeri precisi, anche perché ai combattenti veri e propri, vanno aggiunti i fiancheggiatori, che con diversi ruoli e motivazioni consentivano ai primi di esistere come tali e di portare a termine le loro azioni. Senza contare tpoi utti coloro che, pur rimanendo ufficialmente nei gangli dell’Amministrazione pubblica, agirono fattivamente contro il regime nazifascista, spesso a costo della vita. Un’altra parte però – è questo non va dimenticato – si schierò apertamente con la RSI. Tra questi troviamo molti giovani e giovanissimi e, accanto a tanti assassini e carnefici, anche molte belle figure di militari, di soldati, che spesso pagarono con la vita o con la gogna postbellica questa loro scelta. E si tratta – non va dimenticato! – di parecchie centinaia di migliaia di persone, molte delle quali si batterono in Venezia Giulia contro l’invasione titina, o nel confine alpino contro i maquis o nei cieli contro i bombardieri alleati che, nel frattempo, continuavano a mietere vittime e a demolire ciò che restava dell’Italia. La maggioranza di questi però venne mandata contro gli altri Italiani, dando origine ad una guerra civile – perché tale fu! – che durò ben oltre il 25 aprile 1945 e che, accanto a luminosi episodi di eroismo e di sacrificio, vide massacri, stragi inutili e insensate, tante vendette, tanti episodi delinquenziali, che costarono migliaia e migliaia di morti, spesso innocenti. Ma, va detto, come in ogni altra guerra civile, che tra le varie tipologie di conflitti, è quello peggiore, perché guerra di tutti contro tutti, dove chiunque, anche il parente più stretto, può trasformarsi in nemico.
Tutto questo sangue fu utile? E la guerra partigiana ebbe davvero una sua dimensione ed una vera importanza militare? Beh, l’aver ridato a tante persone, soprattutto giovani, fiducia nel futuro e voglia di partecipare e di battersi per un’idea, dopo un Ventennio di “vacanza” democratica e delle coscienze, ha certamente fornito nuova linfa vitale alla rinascita italiana e a quello che, sotto certi aspetti, fu il periodo migliore della nostra ancor breve esperienza democratica, e cioè gli Anni Cinquanta e Sessanta. Inoltre, sempre ribadendo e sottolineando che la guerra guerreggiata è stata vinta sul campo dagli Alleati grazie al loro superiore apparato bellico e produttivo, non può essere sottaciuto il contributo dato dalla Resistenza nel tenere impegnati molti reparti tedeschi, nel sabotaggio o nell’interruzione di linee di comunicazione, di impianti e di strutture militari, nonché nella raccolta e comunicazione di preziose informazioni circa consistenza, dislocazione, movimenti e piani delle truppe tedesche.

Conoscere, capire ed apprezzare tutto questo, mettendo da parte bandiere e simboli, dovrebbe, a settant’anni di distanza, essere la funzione principale, fondamentale del 25 aprile. E, anche quando e giustamente si dovessero ricordare e condannare i tanti atti efferati e crudeli commessi da partigiani o presunti tali, questo non deve mai far dimenticare che, allora, la ragione comunque stava da una parte ed il torto dall’altra.