ORISTANO MEDIEVALE: TOPOGRAFIA E INSEDIAMENTO. CONFERENZA DI MARIA GRAZIA MELE [ADRIANO SITZIA]

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Uno degli aspetti meno noti della storia giudicale di Oristano, quello della sua “forma” ed evoluzione urbanistica, è stato l’oggetto di un’interessante conferenza organizzata venerdì sera alla Pinacoteca “Carlo Contini” dalla Fondazione “Sa Sartiglia”, nell’ambito della rassegna culturale “Incontri di Maggio”, giunta al suo terzo appuntamento. A svolgere il tema è stata la dottoressa Maria Grazia Rosaria Mele, ricercatrice di storia del CNR presso l’ISEM-Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea di Cagliari, ed autrice di numerose pubblicazioni, tra le quali “Oristano giudicale. Topografia e insediamento”, pubblicata nel 1999 e tutt’oggi l’unico studio dedicato a questo argomento, insieme ad altri articoli della stessa autrice su aspetti particolari della città, come le concerie.

Introdotta da una presentazione del dottor Maurizio Casu e dal saluto della consigliera comunale Donatella Arzedi, presidente della commissione cultura, la studiosa ha ripercorso impostazione e difficoltà di questo suo lavoro di ricerca. In particolare, è stata da lei sottolineata la totale mancanza di fonti locali coeve, quali avrebbero potuto essere gli Statuti cittadini o protocolli notarili o anche cronache. Né sono venuti in soccorso gli altri grandi archivi storici collegati alla storia arborense (Barcellona, Pisa ecc.), ma anch’essi molto avari di informazioni sulla topografia urbana medievale oristanese.
Allora – ha proseguito la Mele – ho giocoforza preso le mosse dalla documentazione prettamente storica, individuando ogni citazione su edifici importanti per poi seguirne storia e vicissitudini attraverso i secoli successivi, così da trarne ogni possibile informazione”. La più ricca di dati si è rivelata però la documentazione patrimoniale, a cominciare dal Brogliaccio del Convento di San Martino (1415 – 1579), dal Condaxi Cabrevadu (spagnolo “cabreo”, dal latino “capibrevium”), un registro di atti di acquisizione e dei titoli di possesso redatto dal notaio Jacopo Deltoro nel 1533 e relativo se mpre a San Martino, e ad altri consimili documenti, come gli atti di concessioni demaniali in enfiteusi. Dalle indicazioni topografiche ivi contenute si è così riusciti ad avere una prima idea dell’Oristano medievale, sorta da un piccolo villaggio posto nello snodo stradale per Othoca della via “a Tibula Sulcis” e forse della stessa “a Turre Karales”, sorto da una ”massa fundorum Aristiana” di epoca romana, da cui una ipotetica Mansio Aristiana più o meno nell’area dell’attuale centro (area tra le vie Duomo e Garibaldi). Non si può escludere che già in epoca bizantina o comunque altomedievale questo piccolo centro abitato fosse dotato di una cinta muraria.
Con l’abbandono di Tharros e il trasferimento delle autorità religiose e politico-militari proprio a Oristano (1070) iniziò lo sviluppo della città. Gli edifici delle autorità si insediarono ai margini del nucleo altomedievale, il tutto collegato dalla “ruga mercatorum”.
Fin dal XIII – ha ricordato la ricercatrice – è attestata la presenza di vari mercanti prima genovesi e poi catalani e pisani. Tra le notizie di quel periodo la dottoressa la visita a Oristano dell’arcivescovo di Pisa (e Primate della Sardegna nonché legato pontificio) Federico Visconti, nel corso del suo viaggio pastorale in Sardegna (1263), del quale esistono un dettagliato resoconto e anche i “sermones” pronunciati dallo stesso prelato. In questa occasione il Visconti concelebrò nella cattedrale pisana di Oristano, descritta come spaziosa, cruciforme a tre navate con copertura lignea e realizzata con i caratteristici blocchi squadrati bianchi e neri come Saccargia ecc.. Nel resoconto si fa poi accenno anche ad un “Palatium Iudicis”, nel quale l’arcivescovo si trattenne in attesa di poter incontrare il giudice, in quel momento assente.
Ma fu sotto Mariano II che Oristano ebbe il suo definitivo assetto urbanistico e la conclusiva sistemazione delle difese statiche con la costruzione della cinta muraria a 28 torri e quattro porte, tra cui le due più importanti dotate di imponenti torri (San Cristoforo conclusa nel 1289, e San Filippo, portata a termine nel 1292). Dalle quattro porte si diramavano i due assi viari che dividevano la città in quattro quartieri.
Maria Grazia Mele ha poi affrontato uno dei quesiti più noti e discussi per quanto riguarda il circuito murario di Oristano, cioè quello della presenza o meno del circostante fossato. La sua è una risposta positiva, sulla base di una serie di documenti, a partire dal 1355, in cui appaiono citati “fossu” o anche “barbacana”, che in questo caso e in tale forma inconsueta, proprio come a Pisa (Statuti Comunali), non indicherebbe un contrafforte o un terrapieno, bensì un “fosso” difensivo, fors’anche con la funzione di raccolta delle acque di scolo della città, e poi, nei secoli più recenti (XVII-XIX), disposizioni e ordinanze per il suo riempimento.
Le mura oristanesi non vennero mai adeguate al progresso delle armi, per cui già nel XVI secolo il loro stato cominciò ad essere precario. Invero, nel 1555, in seguito all’occupazione francese della Corsica, l’architetto cremonese Rocco Cappellino studiò un progetto di aggiornamento delle fortificazioni sarde, che però, a differenza di Cagliari ed Alghero, interessò solo marginalmente Oristano, poiché nel frattempo svanì la minaccia militare.
Nei documenti appaiono citati molti “quartieri”, troppi, tanto che, secondo la storica, appare probabile l’uso di questo termine in senso non letterale, ma per esempio come sinonimo di “vicinìa” ecc. Inoltre v’erano sicuramente già diversi “borghi” extra muros.
Sotto Ugone II Oristano fu interessata da un notevole fervore edilizio, per cui venne realizzata una nuova Reggia (rifacimento della precedente?), protetta da un Castello con Domus Milicie, e dotata di tutti gli uffici e gli ambienti necessari nonché di depositi (turrine) e di un orto. Si conosce l’esistenza anche della Prospera Civitatis (il consiglio cittadino), probabilmente adiacente alla Reggia, mentre in quegl’anni la stessa Cattedrale (transetto, campanile ecc.) e l’ospedale furono notevolmente ampliati. Si sa inoltre che in città nel Trecento era attiva anche una conceria, spostata poi dall’interno all’esterno delle mura. Per quel che riguarda Portixedda sembra valida l’ipotesi che a guardia della porta vi fossero in epoca medievale due torri, una delle quali sarebbe stata “riempita” nel XVI secolo, allorché quella struttura difensiva fu ristrutturata e adeguata.
Concludendo la sua relazione, la dottoressa Mele ha ironicamente sottolineato il fatto che l’abbattimento della Porta a Mari e della annessa Torre, effettuati ad inizio Novecento, in realtà erano stati ipotizzati a più riprese dagli amministratori oristanesi, fin dagli Anni 70 del secolo precedente e proprio in relazione con l’erezione del nuovo monumento ad Eleonora d’Arborea!!!