LA “QUESTIONE ORISTANESE” [ADRIANO SITZIA]

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Una recente inchiesta del settimanale “l’Espresso” (n. 36, anno LXI, 10 settembre 2015) dal significativo titolo “E’ sparito il Sud”, ha riportato alla “distratta” attenzione dell’opinione pubblica nazionale, la gravissima e – quel che è peggio – annosa “Questione meridionale”, con tutta una serie di numeri che aggiornano il sempre disastroso quadro economico e sociale del Mezzogiorno, Abruzzo incluso. Un disastro questo che, a prescindere dai piagnistei dei soliti lagnosi “terroni” contro i quali s’è scagliato recentemente Franklin Delano Renzi, purtroppo corre parallelo alla storia dell’Italia unita. Il paragone che nel suo intervento Cesare De Seta fa con la riunificazione tedesca (p. 17), al di là dei (grossi) dubbi sulla sua pertinenza etno-socio-storica, mostra però efficacemente – e impietosamente per la nostra politica passata e presente – l’abisso di volontà, di determinazione, di progettualità e di capacità gestionale tra la Germania e l’Italia. Oltralpe i soldi sono stati spesi presto e bene; qui non si è mai andati oltre un dispendioso quanto sterile intervento pubblico, uno sperperio in parte assistenzialistico e, soprattutto, tale da non modificare le sfavorevoli condizioni iniziali ma, invece, utile a preservare gattopardescamente la stagnazione economica e le vecchie gerarchie sociali.
Se poi ci spostiamo alla nostra realtà sarda, la storica sentenza di fallimento diventa quasi inappellabile, perché, come si sa, dell’unificazione italiana sotto l’egemonia sabauda, siamo stati il primo tassello già nel 1720, cioè 295 anni fa: nel 2020 saranno ben tre secoli, proprio un gran bell’anniversario!!! E a nulla ci sono servite certe moderne alchimie istituzionali, come la specialità regionale, che in mancanza di una vera e autorevole classe dirigente “sarda” e di ampi margini di esclusiva autonomia- del resto mai convintamente (ri)chiesti da “chi di dovere” – hanno cambiato ben poco, arricchito i nostri onorevoli e fatto arrossire i bilanci. Del resto basta dare uno sguardo alle strade e alle ferrovie sarde per rendersi conto dell’arretratezza dell’isola a fronte dei tanti soldi spesi a pioggia magari per creare e tenere in piedi inutili carrozzoni, oppure per realizzare opere utili spesso solo per appagare gli egoismi locali, celati dietro le magiche righe dei “piani di rinascita”.
Tornando all’inchiesta della rivista diretta da Luigi Vicinanza, la parte che forse colpisce maggiormente è il pezzo di Federica Bianchi, “Polonia vola, Calabria a terra. L’impietoso confronto tra Rzeszow e Crotone”. Vi si parla di due città dalle molte similitudini: entrambe infatti sono partite da una grave e diffusa arretratezza, hanno attraversato un “breve e intenso passato industriale” (la Chimica a Crotone, l’industria aeronautica sovietica a Rzeszow), per poi puntare tanto sulla cultura e sulla formazione universitaria quanto sull’aeroporto come principale punto d’accesso per valorizzare le ricchezze ambientali e le potenzialità industriali presenti. Sia Crotone sia Rzeszow hanno creduto nell’aeroporto nonostante a poche decine di chilometri fossero operativi importanti scali aerei nazionali, quali Cracovia e Lamezia Terme. Le analogie però terminano qui: infatti poi mentre Rzeszow ha colto ogni opportunità che le si è presentata, a cominciare dalla ripresa del polo aeronautico, dalla specializzazione della locale università verso questo settore, e dalla redditizia spendita di tutte le risorse europee disponibili, che, tra le altre cose, ha consentito al locale aeroporto, con fondi europei per complessivi 18,6 milioni, di toccare quota 600000 passeggeri annui, invece Cosenza ha visto il proprio aeroscalo fallire nel 2009, nonostante la possibilità di disporre di risorse europee, ovviamente in presenza di veri e attendibili piani di sviluppo e progetti e di un compatto sostegno istituzionale (in primis da parte della Regione).
Si dirà: e noi Oristanesi che c’entriamo? Beh, non è difficile cogliere importanti similarità tra il caso calabrese e il nostro. Anche Oristano, partendo da una endemica arretratezza e povertà ma anche da importanti risorse locali (agricoltura, ambiente, mare, acqua, storia), ha conosciuto una sua fase industriale e poi ha puntato sull’Università e, soprattutto, sugli scali, navale, da diporto e aereo, quali suoi principali volani di sviluppo, nonostante la presenza delle stesse infrastrutture proprio a Cagliari – 90 km -, e riuscendo perfino ad aprirli, pur con tempi – soprattutto nel caso di Fenosu – eccessivamente lunghi, per poi … E poi? Beh, Fenosu, come Sant’Anna di Cosenza, è ufficialmente fallito, il porto “industriale” annaspa ormai da anni anche perché senza manutenzione e senza tutta una serie di dotazioni oggi indispensabili – si è preferito spendere due volte per il collegamento ferroviario con la stazione, proprio quando le FS hanno chiuso il settore merci!!! – , il porticciolo, dalla posizione peraltro non molto felice, attende anch’esso quelle manutenzioni, quegli ampliamenti e quelle essenziali dotazioni per cui esisterebbero pure importanti finanziamenti. Il tutto nel quasi totale disinteresse della Regione Sardegna, ma soprattutto della politica locale, troppo spesso incapace di andare oltre le chiacchiere elettorali. Peraltro perenne assente ingiustificata è quella basilare progettualità specifica e, con essa, una gestione manageriale attiva 365 giorni all’anno!
Chi nel prossimo futuro vorrà cimentarsi con la “Questione oristanese”, antica quasi quanto quella “meridionale”, non potrà evitare questi grossi scogli, “pesante” lascito di una vecchia politica inconcludente. Speriamo che riesca a fare meglio rispetto al passato, anche se i tempi sono quelli che sono.