UN NUOVO LIBRO SULL’8 SETTEMBRE: “IL PATTO SCELLERATO” DI RICCARDO ROSSOTTO [ADRIANO SITZIA]

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La storia italiana è ricca di drammatici passaggi in cui la classe dirigente – molto spesso non all’altezza – è però stata capace di superare se stessa. Astuti complottardi, fini costituzionalisti, acrobati della politica, spregiudicati giocatori, proprio in tali occasioni hanno trovato i loro momenti di massima esaltazione senza mai avvertire neppure un po’ di torcicollo.
Ma tra le tante la data che forse più ha lasciato un segno indelebile nella storia patria è stato quell’8 settembre del ’43, il giorno del “tutti a casa” e poi della “morte della patria”. Tutti conoscono le conseguenze di quelle ore nefaste, molti sicuramente il resoconto ufficiale degli avvenimenti, pochi probabilmente i dubbi e gli interrogativi che si nascondono dietro quelle vicende, apparse fin da subito perlomeno poco chiare.
E’ di pochi mesi fa la pubblicazione, per i tipi di “Mattioli 1885”, di un libro, scritto da Riccardo Rossotto, avvocato, giornalista, cultore di storia del novecento, e dedicato alla “fuga” da Roma di Re, Comando supremo e Governo nella notte tra l’8 ed il 9 settembre, e alle molte … perplessità che la circondano. Già il titolo scelto è eloquente: “Il patto scellerato. I Savoia e il mistero dell’ignobile fuga”. A cosa fa riferimento? Fin dai giorni immediatamente successivi alla debacle delle nostre forze armate dopo l’annuncio armistiziale, fu evidente che qualcosa – sic! – non “tornava”. Inspiegabilmente! Perché le nostre truppe furono facilmente disarmate? Perché Roma non fu adeguatamente difesa, nonostante la presenza di diverse divisioni, tra cui anche le uniche unità corazzate efficienti? Perché non fu emanata la “memoria OP 44” con le disposizioni operative necessarie predisposte per affrontare adeguatamente quei frangenti? E, d’altro canto, come fece il famoso e folto corteo di macchine – ed autoblindo – con Vittorio Emanuele, Badoglio, ministri e generali ad attraversare indenne l’Italia centrale fino a Pescara e, poi, ad andare per mare fino a Brindisi senza subire alcun attacco? Fu davvero soltanto la somma di una serie di circostanze fortunate? Fu soltanto opera della dea bendata?
Tutti questi quesiti diventarono di pubblico dominio in particolare dopo la pubblicazione, nel 1964, del libro di Ruggero Zangrandi “1943”, che riaccese il dibattito sulla questione, e fece (ri)emergere un’ipotesi alternativa a quella della buona sorte: quella di un patto segreto tra il generale Kesserling, responsabile del fronte meridionale italiano, e Badoglio o, più probabilmente, Ambrosio e/o Sorice o anche Roatta, cioè i vertici militari italiani, auspice (forse) lo stesso Vittorio Emanuele. Questo “scambio” avrebbe consegnato ai tedeschi Roma, l’Italia ancora “libera” e, soprattutto, le nostre forze armate, e, inoltre, avrebbe consentito l’incruenta liberazione di Mussolini in cambio del “viaggio” senza ostacoli da Roma a Brindisi di Re, Regina, erede, Comando supremo e Governo, così da salvaguardare la continuità istituzionale italiana.
Di questo eventuale accordo “segreto” ovviamente non v’è prova alcuna. Al contrario, la versione ufficiale è stata – ovviamente! – avvallata anche da autorevoli testimoni germanici, quali i generali Westphal e Student, oltre che da molti dei nostri capi, mentre le diverse inchieste che pure ci furono già pochi mesi dopo (la Commissione per l’esame del comportamento degli ufficiali, voluta da Badoglio; la Commissione “Palermo”, dal nome del suo presidente il comunista Mario Palermo, voluta dal premier Bonomi, e poi l’inchiesta della Magistratura militare) non chiarirono l’enigma, limitandosi a mettere sotto accusa, senza condanna, soprattutto i generali Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, e Carboni, comandante del Corpo d’armata motorizzato (divisioni “Piave”, “Ariete II” e “Centauro II”) a difesa di Roma.
La rilettura di queste vicende fatta da Rossotto si basa sulle dichiarazioni ufficiali disponibili dei principali protagonisti italiani della vicenda, sulle testimonianze di alcuni generali tedeschi e sulle ipotesi avanzate da diversi studiosi e autori che se ne sono occupati (Zangrandi, Tompkins, Palermo, Baroli, Tamaro, Pieri, Rochat).
Per le conclusioni di questa ricerca non resta che leggere il breve saggio, ricordando nel contempo le sempre attuali parole di Elena Aga Rossi, forse la maggiore studiosa italiana di questi avvenimenti, nel suo fondamentale “L’inganno reciproco” (Roma 1993): “Per quanto riguarda la parte italiana, – scrive tra l’altro la storica (p. 76) – è molto difficile arrivare a risposte definitive … per le ragioni già accennate: l’inaffidabilità delle memorie dei protagonisti, la mancanza di una sufficiente documentazione, la sostanziale ambiguità e contradditorietà delle fonti primarie … Ogni decisione venne ufficialmente presa dal re, anche quella di portare con sé nella fuga i ministri militari, e questo bastò a far sentire tutti liberati da ogni responsabilità per quello che sarebbe successo … rimane incomprensibile invece la decisione del Comando supremo e dello Stato maggiore dell’esercito dopo l’annuncio dell’armistizio di non emanare l’ordine di esecuzione della Memoria 44”. Appunto “incomprensibile” anche se non “inspiegabile”.