4 NOVEMBRE: PARLIAMONE [ADRIANO SITZIA]

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L’anniversario del 4 novembre (1918), quest’anno avrebbe dovuto trovare maggiore spazio e importanza a motivo della concomitanza con il centenario dell’ingresso italiano nel primo conflitto mondiale. Pare però che l’interesse verso questi avvenimenti, che pur lontani, hanno segnato tutto il successivo corso storico, sia alquanto limitato, nonostante impegno e buona volontà di chi invece continua, nonostante tutto, a credere nell’importanza della memoria e della storia, troppo spesso (volutamente?) trascurate nel Bel Paese.
Comunque oggi non mancano gli strumenti e le carte per acquisire una buona conoscenza degli accadimenti di quegli anni, dei loro “come” e dei loro “perché”. Purtroppo ancora una volta sembra che si preferiscano o la vuota retorica patriottica o, all’opposto, la facile emozione di fronte agli sterminati sacrari militari o all’ascolto dei tanti drammi personali, tramandatici dalla memorialistica, dalle lettere e anche da documenti ufficiali (soprattutto sentenze e rapporti), di chi e su chi s’è trovato – quasi sempre suo malgrado – coinvolto in questo tragico e imponente sacrificio sull’altare del dio Marte e dei suoi micidiali strumenti. Uno sterminato macello che, per quanto riguarda l’Italia, conta circa 650000 caduti (il numero esatto ancora non si conosce), mezzo milione di feriti gravi, almeno 40000 impazziti, oltre 600000 prigionieri, dei quali un sesto non sopravvissuto (soprattutto per la mancanza di assistenza da parte della madrepatria). Il tutto senza stimare i decessi degli anni immediatamente successivi al 1918, per cause direttamente o indirettamente legate alla guerra e alle sue conseguenze (su tutte l’epidemia di spagnola). E non può essere dimenticato neppure il gigantesco debito pubblico settuplicatosi nel giro di soli quattro anni – da 13 a ben 94 miliardi -, che ha vincolato per decenni le nostre finanze e, quindi, il nostro futuro, estinguendosi solo negli Anni ’80!!! Un debito al quale diedero il loro concreto contributo le “allegre” spese di guerra, solo in parte svelate dalla speciale Commissione parlamentare d’inchiesta voluta da Giolitti nel 1920 e, però, affossata da Mussolini nel 1923. Proprio il Mussolini “interventista” abbondantemente foraggiato – lui e con lui tanti altri, politici, intellettuali, giornalisti, tra cui il poeta guerriero D’Annunzio – da quella parte di industriali, che da subito scommisero sulla partecipazione alla guerra come il più grande affare della loro vita, rovesciando a loro favore i rapporti di forza nel Parlamento e nel Paese, tendenzialmente neutralista.
Tutto questo immane sforzo e sacrificio per conquistare …? Per conquistare qualche migliaio di chilometri quadrati, “pagati” (sic!) davvero troppo!
Del resto, dalla Prima Guerra tutti i contendenti, vincitori e vinti, con l’eccezione di USA e Giappone, uscirono con le ossa rotte. I costi umani, materiali ed economici infatti furono altissimi in ogni landa europea: anzi si può tranquillamente affermare che la guerra venne risolta non sul campo di battaglia, ma su quello delle risorse, allorché gli imperi centrali le esaurirono prima dell’Intesa, che disponeva, grazie agli Stati Uniti e ai grandi imperi coloniali, di un serbatoio quasi inesauribile. La dimostrazione di questo assunto viene proprio dalla Russia zarista, che pur schierata dalla parte “giusta”, fu costretta a gettare la spugna dopo che le condizioni di vita “estreme” in cui versavano soldati e popolazione esplosero nella Rivoluzione d’ottobre.
Ma perché si giunse a tale immane catastrofe? Senza entrare nello specifico dei vari focolai bellici reali o potenziali, si può senza dubbio affermare che alla base della Grande Guerra vi fu il “conflitto d’interessi” tra l’Inghilterra e la Germania: la prima, fortissima grazie al suo Impero e alla sua forza industriale e mercantile, agì con abilità diplomatica contro l’Impero tedesco, che, pur grande potenza industriale, finanziaria economica, militare e, dall’inizio del Novecento, anche navale, dal punto di vista politico era rimasto “frenato”  dalla politica di alleanze messa in piedi da Sua Maestà Edoardo VII (Francia, Russia, la stessa Italia dei “giri di valzer” ecc.), subendo una serie di smacchi, che ne determinarono la svolta bellicista. In pratica ciò che più o meno accadde vent’anni dopo tra Giappone e Stati Uniti, mutate però le condizioni e i contesti.
Accanto a questo inconciliabile scontro anglo-tedesco, vi fu anche il colpo di coda degli ultimi “storici” Imperi europei e cioè l’Impero asburgico, quello zarista e l’ottomano, veri e propri giganti dai piedi d’argilla, che però non rinunciarono mai alla loro politica imperialista, secondo una visione arcaica, direi settecentesca, dei rapporti di forza internazionali. Un colpo di coda che venne a scontrarsi con tutto quel turbinare di nazionalismi, già attivi alla fine dell’Ottocento per la creazione di forti stati “nazionali”, fondati su solide basi etnico-culturali, “razziali”, originarie e sull’esaltazione delle stesse. Non a caso la scintilla che fece scoppiare la guerra si accese il 28 giugno 1914 negli irrequieti Balcani, appena usciti da una lunga serie di conflitti locali di tipo nazionalistico, ma, insieme, oggetto degli appetiti mai sopiti di Impero austriaco e Regno d’Italia, nonché del revanscismo ottomano, cavalcato dai “Giovani turchi”.
Infine resta aperto un interrogativo, quanto mai importante: perché così tanti morti? Certamente la Grande Guerra fu il primo conflitto su vastissima scala, e, insieme, la prima guerra tecnologica e industriale, in cui  cioè progresso scientifico, livello tecnologico, capacità tecniche e produttive, giocarono un ruolo determinante. Tuttavia le potenzialità di questo progresso e dei suoi ritrovati più moderni (armi automatiche, artiglierie di grande gittata e a tiro rapido, armi chimiche, aeromobili, sommergibili, torpedini, carri armati, lanciafiamme, ecc.) erano ben lungi dall’essere pienamente “apprezzate”, per cui si pensò di andare incontro niente più che al solito, classico conflitto intenso ma, insieme, breve, localizzato e limitato nella portata, secondo quelli che erano i modelli delle guerre ottocentesche. Per quanto poi riguarda l’Italia, giocarono un ruolo  tragicamente importante le gravi carenze in armamento, equipaggiamento, addestramento e preparazione soprattutto dell’esercito – la Marina invece qualitativamente e quantitativamente era all’altezza del compito – nonché la sottovalutazione dell’avversario austriaco, in quanto impegnato su più fronti e, fino a quel momento, in grave difficoltà. Ciò si tradusse nei numeri pesanti che ben conosciamo. Così su circa 4 milioni di soldati di prima linea, più di un milione e mezzo venne messo fuori combattimento considerando morti, feriti, prigionieri e malati! Una cifra cospicua, superiore a quelle di tutti gli altri contendenti! Le tremende condizioni operative, l’inutile susseguirsi di offensive inconcludenti sempre contro le stesse posizioni inespugnabili, la bassa qualità di diverse armi ed equipaggiamenti impiegati ma anche di molti comandanti, minarono nel profondo il morale dei nostri soldati, con tutte le (tragiche) conseguenze di carattere disciplinare oggi ben note grazie a studi molto documentati e dettagliati. Così Caporetto appare come la logica conseguenza di questo stato delle cose (e delle persone!).
Purtroppo, in questo senso, la lezione della Prima guerra non venne compresa da chi, vent’anni dopo, volle e trascinò l’Italia dentro l’altrettanto tragico secondo conflitto.