I CHIAROSCURI DEL PD ORISTANESE [ADRIANO SITZIA]

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La notizia di una iniziativa politica del Partito Democratico oristanese, dopo il lunghissimo letargo di questi anni, aveva sorpreso persino alcuni addetti ai lavori più avvezzi a quegl’inspiegabili fenomeni chiamati “resurrezioni politiche”. Da qui la curiosità – almeno personale – di rivedere all’opera questo partito, e soprattutto i suoi vertici e leader provinciali, eletti grazie al rivoluzionario slogan “Rovesceremo la scatola!”. L’occasione del resto era ghiotta e, insieme, a rischio zero: infatti il referendum impropriamente definito “contro le trivelle”, in programma Domenica prossima, è o, meglio, dovrebbe essere incluso nel recinto della tutela ambientale, cioè uno degli storici cavalli di battaglia del progressismo democratico italico (e oristanese). Ma, quando si tratta del PD, le cose non sono mai semplici!!! E infatti ieri, nella sala dell’Hospitalis S. Antoni, nonostante la presenza autorevole del presidente del consiglio regionale sardo, Gianfranco Ganau, peraltro autore di un buon intervento, una consistente parte del suo partito ha pensato bene di non farsi vedere. Tra gli assenti si “notavano” il consigliere regionale Mario Tendas, Claudio Atzori, presidente regionale di Lega Coop e leader di una delle due principali correnti del PD arborense; diversi sindaci e amministratori locali, ma soprattutto lui, il nostro mitico sindaco GT. E con lui – ovviamente! – quasi tutta la compagine di maggioranza comunale, alleati inclusi, con la sola significativa eccezione dell’assessore Efisio Sanna. GT del resto, per non rischiare di cadere nella tentazione della solitudine (con annessi e connessi), aveva già pensato bene di convocare in contemporanea una riunione di maggioranza, magari per discutere dello stesso argomento. Così va la vita in quel di via Canepa e non solo …. Ora, è certamente vero che un referendum non è un’elezione, ma è altro. Infatti hanno torto tutti coloro che, scopertisi costituzionalisti, oggi rispolverano, in senso persino sanzionatorio, il dovere civico di andare a votare; così come avevano torto anche quelli che negli ultimi vent’anni hanno fatto dello strumento referendario un (ab)-uso spregiudicato, decretandone la lenta agonia. Ma l’appuntamento di ieri sera avrebbe potuto essere un interessante momento di confronto politico sui fondamentali temi delle politiche energetiche e dei modelli di sviluppo alternativi all’attuale, fortemente energivoro ed inquinante. Insomma, probabilmente, è stata un’occasione persa. Di questi momenti e confronti dovrebbe nutrirsi la vera politica!
Va peraltro dato atto agli organizzatori del PD, di estrema correttezza e di aver fornito un’informazione onesta seppur certo partigiana. Così, oltre a Ganau e al segretario Mandis, si sono potute sentire relazioni e interventi interessanti e documentati. Davide Rullo ha parlato dell’evoluzione del quadro normativo relativamente alla materia oggetto del referendum di domenica; Giampiero Vargiu ha rimarcato lo scarso coraggio del suo partito e della stessa Regione sarda – a guida PD – in fatto di scelte energetiche, di nuovo indirizzate verso il carbone, grazie alle nuove tecnologie CCS (cattura e stoccaggio della CO2); Giorgio Vargiu ha illuminato una serie di passaggi politici e normativi della strategia antireferendaria messa in atto da Renzi; Manuela Pintus, Sindaco di Arborea, ha, fra l’altro, rimarcato la ricomparsa nella bozza di piano energetico regionale, attualmente in commissione, del famigerato progetto Eleonora, sul quale si attende la decisione del Consiglio di Stato dopo il ricorso presentato dalla società SARAS. E poi ancora Aldo Dessì, Alberto Sanna, Battista Ghisu, Antonio Solinas.
Da notare anche l’intervento di un cittadino rimasto purtroppo anonimo (non s’è né è stato presentato), che invece ha sostenuto con il giusto calore le ragioni dell’astensione.
Tutti gli intervenuti sono stati sostanzialmente concordi nell’indicare come motivi per il “sì” al referendum, sia la necessità e l’importanza di restituire ai cittadini – in particolare alle popolazioni direttamente coinvolte – e con essi a chi il territorio amministra e governa (le Regioni), il diritto di decidere e di scegliere, oggi “scippato” dagli articoli dello “Sblocca Italia”; sia l’ineludibilità di passare con scelte radicali e coraggiose alle energie rinnovabili, così come, del resto, altri paesi avanzati stanno facendo.
Resta però, a mio parere, insuperato il dubbio – che è di tanti – sulla validità di uno strumento decisionale “rozzo” qual è il referendum quando si tratta di fare scelte fortemente vincolanti e di vasta portata, come sono queste relative all’energia. Un referendum che, peraltro, non volevano neppure i promotori, cioè i nove consigli regionali che lo hanno votato, e che con esso miravano bensì ad una trattativa per la modifica della normativa vigente. Domanda: ma allora, se nessuno, né il governo nazionale, né i consigli regionali promotori, né gli industriali, né i vari comitati, lo voleva, perché è stato indetto? Forse ci manca qualche passaggio.