REFERENDUM: UN COMPLICATO INTRIGO DI CAPI, CAPETTI E CAPORALI (ADRIANO SITZIA)

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Cominciamo con qualche numero: i votanti sono stati 15.805.000 su 50.600.000 aventi diritto, il che indica che ieri ben 34.795.000 Italiani hanno fatto soltanto altro. Hanno votato “sì” 13.334.764, “no” 2.198.805, mentre non hanno scritto niente 104.420. Le schede nulle sono state 168.136. La regione con la maggiore partecipazione al voto, nonché l’unica ad aver superato – di pochissimo, 50,16 %! – la fatidica soglia del 50%, è stata la Basilicata, mentre, tra le altre, soltanto la Puglia di Emiliano ha superato il 40 % di votanti raggiungendo il 41,65. Bassissime invece le percentuali di alcune regioni non direttamente coinvolte dal quesito referendario: tra esse spicca il Trentino Alto Adige che con il suo misero 25,19 % è stata la vera maglia nera di questo referendum. Ma anche la Lombardia con il 30,6% si è dimostrata poco interessata a questa consultazione così come l’Umbria ferma al 28,42. Ma forse i risultati più deludenti sono venuti proprio da alcune delle regioni proponenti: Campania 26,13%, Calabria 26,69, Liguria 31,62, Sardegna 32,34, Molise 32,73.
Per quanto riguarda il dato sardo, sono andati alle urne circa 446.000 cittadini, 410.000 dei quali hanno votato “sì” e 33.000 “no”. Inoltre ci sono altre 3000 schede tra bianche e nulle. La provincia dove si è votato di più è Oristano con il 36,03%, mentre ben tre province, Sulcis, Ogliastra e Gallura non hanno neppure raggiunto la soglia del 30%. In Ogliastra soltanto Lanusei ha superato questa quota.
In provincia di Oristano il Comune dove si è votato di più è stato Baradili con il 65,67%, seguito da Arborea con il 57,53, Marrubiu con il 45,03, Oristano – nonostante GT! – con il 41,89, Pompu con il 41,55%, e poi ancora Curcuris (41,04%), Albagiara (40,51) e Villanova (40,15 %). Invece i comuni dove la partecipazione è stata molto bassa sono Genoni (19,69%), Nughedu (19,95%), Sagama (20%), Ula Tirso (21,07 %), Busachi (22,08 %, ma guarda!?). Con questi altri 21 comuni sono rimasti sotto la soglia del 30%.
Che dire? I numeri parlano chiaro: anche questo referendum è fallito! Le cause? Se ne possono indicare tante, tutte più o meno valide. Certamente il quesito era troppo specifico, troppo particolare, territorialmente limitato, e comunque non in grado di accendere speciali passioni o almeno vivo interesse. E non si può neppure dimenticare il crescente disinteresse dei cittadini non solo verso la politica politicante ma soprattutto nei confronti delle stesse urne, sempre più vuote siano esse di referendum, primarie, o vere e proprie elezioni. Ormai superare la soglia del 50% è diventata fatica degna di Ercole. Se a questo si aggiunge il dato, incontestabile, di un’opinione pubblica prigioniera dei tanti problemi quotidiani, di un futuro incerto, di un mondo sempre più complicato, ma anche della confusione che regna sovrana nello scenario politico, la disaffezione è facilmente spiegabile.
Ma non dovrebbero essere sottovalutati neppure quegli aspetti tragicamente politici, che tanti elettori non hanno gradito. Dico questo innanzitutto perché il referendum “trivelle” era evitabilissimo, almeno in un paese normale. In questo modo, fra l’altro, avremmo avuto 300.000.000 di euro in più nelle casse, e un importante istituto di democrazia qual è il referendum, protetto dall’ennesimo fallimento annunciato. Invece beghe, rivalità e lotte intestine (soprattutto nel PD), comportamenti e giochi politici sempre più sfrontati e spregiudicati sono riusciti ancora una volta a relegare in un buio angolino gli interessi collettivi, insieme alla necessità di un ritorno a quella politica di passione, discussione, dibattito, confronto consapevole ed informato sulle cose. A pagarne lo scotto saranno sempre e soltanto i cittadini: in questo caso quei milioni di persone che al disinteresse, alla disillusione o all’italico “menefrego” hanno voluto rispondere recandosi a votare, ma anche tutti coloro che, non avendo trovato neppure stavolta nei soggetti politici e in una campagna elettorale mediocre, sufficienti motivazioni per mobilitarsi ed esprimere il proprio voto, hanno scelto di tenersi lontani dalle urne.
Un’ultima considerazione: se davvero si vuole restituire un certo ruolo al referendum, occorre intervenire costituzionalmente. In questo senso è apparentemente valida una delle modifiche costituzionali recentemente ratificate dal Parlamento, quella dell’articolo 75, che fissa il quorum di validità alla maggioranza dei votanti alle “ultime elezioni della Camera” e non degli aventi diritto, tenendo dunque conto del sempre più basso livello di partecipazione al voto e di quello “zoccolo duro di non votanti” attestatosi stabilmente al 40 % del corpo elettorale. Sennonché questo “quorum agevolato” scatta soltanto – e purtroppo! – per le proposte referendarie sottoscritte da almeno 800000 cittadini (!!!), mentre nessun “award” è previsto in caso di presentazione con “sole” 500000 firme o da parte dei Consigli regionali, neppure se questi sono 20 su 20!!! Dunque la solita falsa apertura, motivata dalla scorpacciata di referendum dal 1992 in poi, per cui urge una dieta democratica! Falsa perché la disaffezione al voto è ovviamente anche disaffezione per la partecipazione in sé, compresa la sottoscrizione di proposte referendarie, che così diventerebbero appannaggio soltanto di movimenti molto organizzati e finanziariamente coperti, in grado di influenzare vasti strati di cittadinanza e di mobilitare strutture!