RIFORMA COSTITUZIONALE 2: CAMERA E SENATO (ADRIANO SITZIA)

0
307

 

Prima di entrare nei dettagli della riforma costituzionale, mi sembra opportuno premettere una personale notazione politica: queste importanti ed estese modifiche alla nostra carta fondamentale non sono il risultato di nessun grande progetto istituzionale, quale invece si espresse nella Carta del 1948, scritta e votata da un’assemblea eletta ad hoc. Invece sono state dettate da un Governo e da un raggruppamento di forze politiche, ben diverso dall’alleanza di Centrosinistra vincitrice delle elezioni, ad un Parlamento debole, disarmato di autorevolezza e ormai spossessato della sua funzione legislativa. Del resto, non si può non notare il progressivo affiancamento alla Costituzione del ’48 di un’altra “costituzione”, non scritta, ma sempre più efficace. Una costituzione che, facendo leva sul malcontento e sull’antipolitica, ha cominciato una lenta ma sostanziale trasformazione della natura originaria, dell’essenza delle principali istituzioni, forzando certe ambiguità di dettato presenti nell’attuale testo costituzionale o riscrivendone parti cospicue, ma evitando per quanto possibile di intaccarne il “sembiante”. Tutto ciò  si noterà meglio addentrandosi nel nuovo testo, approvato definitivamente ad aprile.
Detto che (art. 55) il Parlamento italiano continuerà ad essere composto dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, le modifiche rispetto al precedente dettato costituzionale sono però sostanziali. Intanto solo i deputati “rappresentano la nazione” e soltanto la Camera “è titolare del rapporto di fiducia con il governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del governo”. Ciò segna la fine del bicameralismo perfetto o paritario.
Il Senato, invece, “rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi delle politiche dell’UE. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’UE sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del governo nei casi previsti dalla legge per la verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato”.
Vediamo ora il numero e le modalità di (s)elezione dei futuri deputati e senatori.
La Camera (art. 56) continuerà ad essere composta da 630 deputati – cioè il doppio degli attuali senatori eletti, 315, e, nel contempo, gli stessi del Bundestag tedesco (pop. Germania 82 milioni), 20 in meno della Camera dei Comuni inglese (pop. Regno Unito 65 milioni circa), e 53 in più dell’Assemblea nazionale francese (pop. Francia 66 milioni) – che rimarranno in carica per cinque anni (art. 60) e saranno eletti a suffragio universale solo parzialmente diretto, dal momento che, sulle orme della legge elettorale cosiddetta “Porcellum”, le cui “liste bloccate” hanno formato l’attuale Parlamento, anche la futura legge nota come “Italicum”, con i capilista “bloccati” (100 deputati, anche se ciascun capolista può essere candidato in più collegi, fino ad un massimo di 10), violerà questo fondamentale principio. Del resto, la stessa eliminazione del sistema proporzionale puro a favore di altri sistemi ibridi, più o meno maggioritari, ha alterato in modo evidente il rapporto tra volontà politica dei cittadini e risultati elettorali, senza però ottenere né quella ambita (?) “governabilità”, in nome della quale si sta cambiando la stessa Costituzione, né soprattutto un sostanziale miglioramento del livello di guida e di gestione. Lo stesso citato “Italicum”, pur apparentemente proporzionale – fra l’altro si ritorna ai collegi plurinominali, cioè con liste di candidati, e alla doppia preferenza purché espressa per candidati di diverso genere, escluso il/la capolista, il cui nome apparirà accanto al simbolo – , conferma invece tale andamento anzi lo rafforza: infatti la lista (non si parla più di coalizioni) che vince al primo turno, superando la soglia del 40 % dei voti, o, quando nessuna lista supera tale soglia, che vince il ballottaggio tra le due liste più votate, – ottiene 340 seggi, cioè ben il 54 % dei deputati, sulla base dei voti ottenuti al primo turno (come nelle elezioni comunali). Invece le altre liste, che superano lo sbarramento del 3 % su base nazionale (!!!), si dividono il resto, tenendo però conto che gli otto seggi del Trentino A. A. e l’unico della Valle d’Aosta vengono assegnati in collegi uninominali (anche se i voti rientrano nel conteggio complessivo nazionale) e che i 12 della circoscrizione “estera” continuano ad essere attribuiti con metodo proporzionale, fatta salva l’elezione di almeno un deputato per ciascuna delle quattro ripartizioni in cui tale collegio è diviso (legge 459/2001). Non essendo prevista alcuna soglia minima, pur trattandosi di liste e non di coalizioni, il rischio, in un sistema multipartitico, di vere e proprie “minoranze vincenti” – e governanti – è persino maggiore che nel “Porcellum”, grazie al quale, vale la pena ricordarlo, il PD e l’M5S, pur avendo conseguito entrambi circa 8500000 voti, hanno ottenuto rispettivamente 292 e 102 deputati!!! A questo punto suonano … stonate norme come quella anti-flipper, che prevede un meccanismo di ripartizione dei seggi eccedentari a tutela delle liste minori (la lista che ha raccolto più voti – eccedentari – cede il seggio a quella più piccola dove questa ha raccolto più consensi). Sulle “problematiche” di questo sistema elettorale collegato alla riforma costituzionale però si parlerà più avanti.
Tornando invece al nuovo Parlamento, molto più vistosi ed importanti sono i cambiamenti nel Senato, che (art. 57) sarà composto, oltre che dagli ex Presidenti della Repubblica, riconfermati “senatori a vita”, da 95 membri “rappresentativi delle istituzioni territoriali e da 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica”. I futuri senatori saranno eletti non più direttamente dagli Italiani ma dai Consigli regionali e dai consigli delle province autonome di Trento e di Bolzano, con metodo proporzionale, fra i propri componenti, e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. La ripartizione dei seggi tra le regioni si effettuerà in proporzione alla loro popolazione, secondo l’ultimo censimento e sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. Comunque “nessuna regione può avere un numero di senatori inferiore a due (2); ciascuna delle province autonome di Trento e di Bolzano ne ha (2)”.
I senatori ad honorem (“cittadini che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”) di nomina presidenziale non saranno – ahiloro? – più “a vita”, ma dureranno in carica sette (7) anni, cioè quanto il Presidente della Repubblica, e non potranno più essere nominati (art. 59).
Per quanto riguarda la durata del mandato dei 95 senatori regionali, “coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge …”. In una successiva legge-quadro saranno indicate “le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato … nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva … . I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio” (art. 57, ultimo comma).
I Senatori non rappresentano più la Nazione, ma comunque “esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”, per cui sull’obbedienza (al partito) dovrebbe aver il primato la libertà di coscienza (art. 67) – ovviamente questa è pura teoria, ancor di più in un consesso di “para-eletti” come sarà il futuro Senato – e perciò, come i deputati, continueranno a godere delle “guarentigie” dell’art. 68, tra cui l’immunità parlamentare. Dovranno invece accontentarsi della loro indennità da Consiglieri regionali o da Sindaci, integrata evidentemente dai rimborsi spese. A questo proposito si fa notare il silenzio sulle eventuali indennità destinate ai “senatori a vita” e ai “senatori settennali” (art. 69).
Come si vedrà in dettaglio più avanti, Camera e Senato continueranno ad eleggere in seduta comune il Presidente della Repubblica ed i componenti del CSM di nomina politica (un terzo del totale), mentre ogni Camera eleggerà i suoi giudici costituzionali, tre la Camera, due il Senato.

Tirando le somme: fine del bicameralismo paritario e “specializzazione” del Senato, che diventa una “camera delle regioni e dei territori”, eletta dai Consigli regionali con metodo proporzionale ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”.
Subito un’osservazione: questo Senato non è – né ovviamente può essere – un Senato federale, nonostante l’allusiva definizione spesso usata di “Senato delle autonomie”, ed i riferimenti al modello del Bundesrat tedesco!!! L’Italia infatti è tutto fuorché una Repubblica federale!
Tutte da scoprire sono poi le modalità di scelta dei futuri senatori, mancando le leggi attuative della disposizione costituzionale, che prevede la “conformità alle scelte degli elettori” in occasione delle Regionali, per la quale la minoranza interna del PD, ha davvero versato lacrime e sangue, battendosi come i Russi a Leningrado! Ora, se si fosse voluto tutelare, sostanzialmente seppure solo parzialmente, la rappresentatività democratica di questo “Senato”, una soluzione più equilibrata avrebbe potuto essere quella di un sistema misto, in cui cioè una parte dei senatori è votata dai cittadini ed un’altra solo dagli amministratori locali. Ma, probabilmente, altri erano – e sono – gli scopi di questa riforma!
Un altro punto critico, a mio avviso, non di poco conto è quello della rappresentanza territoriale: infatti se è vero che nessuna regione o – dato importante! – Provincia autonoma può avere meno di due senatori, non è stato però indicato alcun limite massimo, con il rischio di sbilanciare eccessivamente i rapporti di forza. Per esempio, nel Bundesrat tedesco, che peraltro è composto soltanto da 69 membri, nessun Lander può “mettere” più di 6 rappresentanti. Anche qui c’era un’alternativa, quella americana: due senatori per ciascun Stato a prescindere dal peso demografico (per un totale di 100 così come il nuovo Senato italiano!).
Infine leitmotiv sempre più strombettato dai sostenitori di questa riforma è quello del taglio dei costi del Parlamento a fronte di una sua maggiore produttività. “Ce lo chiedono gli Italiani”! OK, facciamo finta che ve lo chiedano per davvero, ma voi glielo state dando? Vediamo. Intanto il Senato non è fatto soltanto dai Senatori, che peraltro assorbono “solo” il 20 % del costo totale. Infatti per farlo funzionare ci lavorano 677 dipendenti, tra consiglieri, stenografi, segretari, coadiutori e assistenti. Inoltre, se è vero che i futuri Senatori-Consiglieri non percepiranno più l’indennità parlamentare, come la mettiamo con la diaria e tutte le altre voci di rimborsi e affini, che attualmente costituiscono parte molto cospicua ed esentasse della “pesante” busta paga senatoriale? Il tutto verrà rivisto?
Sempre a proposito dei costi della politica, gli “stipendi” dei deputati rimarranno quelli attuali???
Nel prossimo articolo, si darà un’occhiata alle competenze delle Camere e ai procedimenti legislativi.