“IL FRUTTO DELLA DISUBBIDIENZA” EVENTO ARTISTICO ALL’OSPEDALE VECCHIO (ADRIANO SITZIA)

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Un uomo si affaccia da una finestra del piano superiore del bel chiostro del vecchio San Martino; è infastidito perché il rumore sottostante gli impedisce di lavorare. Così impugna un megafono ed urla: vogliamo finirla con questo chiasso perché così non si può lavorare!
L’uomo invoca il rispetto delle regole! Infatti, secondo lui tutto è regola e senza regola nulla funziona, nulla può essere, non si può vivere. D’altronde lo diceva anche Manzoni che “l’operare senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo”! A questo punto però appare improvvisamente un gruppo di manifestanti “disobbedienti”, ognuno con un cartello in mano. La piccola folla attraversa il chiostro raggruppandosi sotto la finestra del “difensore dell’ordine”. Ed inizia a contestarlo. “Niente regole, vogliamo essere liberi”, è il suo slogan! E’ stato sicuramente questo il momento principale de “Il frutto della disobbedienza: esposizione-performance di arti e di persone integrate”, interessante iniziativa, che ha messo accanto questo recital ad una bella mostra di fotografie legate a questo tema, visto da diverse angolature attraverso gli occhi dei ragazzi di diversi centri sardi di salute mentale.
Ad organizzare l’evento è stato il Centro per l’autonomia, servizio del Plus di Oristano gestito dalla cooperativa sociale CTR e dal Dipartimento di salute mentale e dipendenze dell’Azienda sanitaria oristanese sotto la guida del Dott. Gianfranco Pitzalis.
La manifestazione è stata inserita anche quest’anno nel calendario del Festival Dromos, nell’ambito di una positiva collaborazione iniziata già alcuni anni fa: sarà visitabile fino all’8 agosto con orario 9 – 18, e poi nuovamente dal 20 agosto al 20 settembre. Ecco, prima che la imminente retorica olimpica ci invada i cervelli con le sue edificanti leggende sportive, beh una visitina a questa mostra può essere efficace vaccino. Magari anche per smentire il buon Longanesi e la sua idea che la libertà in Italia “è sempre stata mito di pochi”.