RISCOPRIAMO IL XX SETTEMBRE (ADRIANO SITZIA)

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L’ex premier italiano Giovanni Spadolini, noto studioso di storia risorgimentale, a proposito del XX settembre, usò queste parole: “è una data patetica nella Storia d’Italia. Il momento più alto del Risorgimento … che la classe dirigente italiana farà il possibile per dimenticare o scolorire, quasi atterrita dal compito storico che la Provvidenza le aveva assegnato”. Ora nell’aggettivo “patetico” convivono almeno due aspetti diversi: quello propriamente emozionale e quello dell’imbarazzo. Molto probabilmente il leader repubblicano a quest’ultimo alluse nel dare un tale giudizio, deluso appunto da una politica, che ad una fiera rivendicazione di questa vittoria, preferì almeno dal fascismo in poi passare oltre. Sarà interessante vedere come si comporterà tra quattro anni, allorché si celebrerà il 150º anniversario della breccia.
In realtà un avvenimento come lo scontro di quel lontano 1870 presenta aspetti interessanti quanto controversi. Intanto non si trattò di una guerra come un’altra: infatti ad essere attaccato con le armi fu il Papa (allora Pio IX), cioè la più alta autorità religiosa del mondo occidentale cristiano, il Capo della Chiesa cattolica! Certo l’azione politica di Mastai Ferretti, precipitata dopo il ’48 verso un antimodernismo via via sempre più radicale – il famoso “Sillabo” ne è forse la principale testimonianza – e soprattutto la sua figura ciecamente intransigente, agli occhi degli avversari contemporanei e ancor di più a quelli di un moderno osservatore, non potevano né possono apparire positivamente connotate. Certo il potere temporale della Chiesa cattolica romana, lo Stato della Chiesa, ridotto ormai al solo Lazio, era allora vero e proprio fossile storico, scoria rimasta di una cultura politica medievale, ma ormai fuori dai tempi e forse dalla stessa storia (ma ciò che sta accadendo oggi nel Medio oriente dovrebbe farci riflettere). Uno stato, quello del Papa e dei preti, peraltro presentatoci sempre come inefficiente, corrotto, governato da anchilosati reazionari parrucconi (ricordate i film di Luigi Magni?), e che, per di più, vivevano in una realtà a sé, in un mondo tutto loro. Di questo clima surreale ci sono rimaste le “storielle” degli ultimi mesi di vita dello Stato, ormai ostaggio impotente dello spauracchio piemontese, ma con una classe dirigente che continuava a fabbricare illusioni. Così la “flotta prussiana” (sic!) attesa sempre a giorni e che quei burloni dei Romani fecero realmente arrivare … mettendo a galleggiare sul Tevere qualche decina di cocomeri tagliati a metà ma battenti la bandiera del Kaiser; oppure l’altra del generale Zappi che, volendo dotare le truppe papaline di mitragliatrici, si reca dal cardinale vicario per chiederne l’acquisto. “Per carità, – gli risponde preoccupato l’alto prelato – per carità, non mischiate le donne nell’esercito!!!”. Dall’altra parte c’è invece il moderno Piemonte liberale,  c’è la nuova Italia, ci sono i “democratici” plebisciti, c’è la dottrina cavouriana della “libera Chiesa in libero Stato”, che dovrebbe accontentare tutti in particolare con le “guarentigie” ecc. ecc. Ma resta comunque indelebile, incancellabile il fatto che di aggressione si trattò, e, quel che è peggio (soprattutto per i credenti), di aggressione contro il Papa!
Un’aggressione questa che peraltro conchiude da par suo il contesto dell’ “Unità” d’Italia, che, comunque lo si guardi, altro non fu altro che una lunga serie di guerre di conquista, da parte di uno Stato , il Regno di Sardegna (non il Piemonte), poi “ampliatosi” in Regno d’Italia, e di una dinastia francofona, i Savoia, contro altri stati sovrani e contro l’Impero asburgico. D’accordo, ci sono stati i patrioti, la carboneria, alcune élite più o meno illuminate; ci sono stati i Mazzini, i Garibaldi, i Cairoli, i Manin, i Manzoni, i Cattaneo, i Nievo, gli Abba (e pure i Bixio!) ecc. ecc., ma la sostanza non cambia. E che fu innanzitutto guerra di conquista e sottomissione lo dimostrano proprio gli atti e gli avvenimenti immediatamente successivi all’incorporazione (1860-61), delle Due Sicilie e di gran parte dello Stato della Chiesa. Non a caso tecnicamente si parla sempre di “annessioni”, cioè di ampliamenti del territorio di uno stato attraverso l’unione più o meno forzata di un altro stato legittimo o di parti di esso. Non a caso il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele, mantenne la numerazione da Re di Sardegna, e cioè “II”, e con lui i suoi successori. Non a caso a proposito della “guerra civile” degli anni 1861-1870 si è sempre parlato  (anche nei testi scolastici) di “lotta al brigantaggio”, costata, in circa 10 anni, migliaia di vittime (il numero è imprecisabile).
Comunque nel 1870 questa politica di conquista trovò la sua (degna?) conclusione proprio a Porta Pia. Il presidente del consiglio Lanza, venuta meno la presenza militare francese nello Stato pontificio, decise infatti che fosse giunto il momento di chiudere, in un modo o nell’altro, la faccenda romana. E dopo una serie di infruttuosi tentativi diplomatici di accomodamento, portati avanti – va detto – fino all’ultimo istante, si arrivò alla guerra. Una battaglia più che altro simbolica, voluta dal Papa proprio per rimarcare le altrui responsabilità, ma che nella mattina del fatidico 20 settembre, diede anche i suoi caduti: 49 morti e 141 feriti tra i Piemontesi, comandati da Cadorna, e 19 e 68 feriti tra i Pontifici, guidati dal tedesco Hermann Kanzler. Una battaglia per i papalini, già predisposti alla resa secondo le indicazioni del Pontefice, comunque senza speranza : infatti erano circa 15000 uomini raccolti tra i vari corpi militari e di polizia, seppure bene armati – avevano gli ottimi Remington mod. 1868, cal. 12,7 (foto a destra), gli stessi poi usati dagli Abissini contro gli Italiani alcuni decenni più tardi -, contrapposti ai 60000 uomini (5 divisioni più riserve) di Cadorna. Una guerra che, ovviamente, continuò anche dopo, con i monumenti e gli anniversari. Così nel 1895 fu eretta nella zona dello scontro la “Colonna della Vittoria”, opera dello scultore Giuseppe Guastalla, con accese polemiche durante le manifestazioni che qui si tennero. Poi venne in epoca fascista (1941) il Mausoleo-Ossario del Gianicolo, progettato dall’architetto Giovanni Jacobucci, ma la cui genesi risale nientemeno che allo stesso Garibaldi e poi ai suoi discendenti, per raccogliere le spoglie di tutti i caduti per Roma, compreso Goffredo Mameli. Ma allora il XX settembre, complici i Patti Lateranensi, era già stato declassato da festa nazionale a semplice ricorrenza, iniziando quella discesa verso il quasi totale oblìo, continuata inesorabilmente in epoca repubblicana, nonostante le solite dispute di circostanza tra i superlaici da una parte e la Militia Christi dall’altra, tra cui quella recente contro il cardinal Bertone, primo alto prelato a partecipare, nel 2010, insieme al Capo dello Stato, alla cerimonia annuale.
Invece, ancor di più oggi e in un Paese confuso e “smemorato”, proprio una ricorrenza come questa dovrebbe essere rivalutata positivamente, innanzitutto come occasione di conoscenza e di discussione. Per capire da dove veniamo, chi siamo e come mai siamo “quelli che siamo” in positivo e in negativo.