RIFORMA COSTITUZIONALE: UN INTERESSANTE INCONTRO A ORISTANO (ADRIANO SITZIA)

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La sala “San Domenico” piena come un uovo ha accolto venerdì sera tre illustri giuristi chiamati dal MEIC di Oristano ad affrontare l’attualissimo argomento della riforma costituzionale Renzi-Boschi, oggetto tra due mesi di referendum confermativo. Il professor Gian Candido De Martin, già docente di istituzioni di diritto pubblico e di diritto amministrativo in diversi atenei, attualmente alla LUISS “Guido Carli”, ha presentato con linguaggio forbito ed efficace la riforma, secondo tre macro-temi: assetto parlamentare; governabilità; sistema delle autonomie (il famoso Titolo V). Per quanto riguarda la scelta di superare il bicameralismo perfetto dando al Senato la funzione di camera delle autonomie con competenze differenziate e senatori per tre quarti “provenienti” dai consigli regionali e per un quarto sindaci, De Martin ritiene che la scelta vada in una direzione utile, quella di una effettiva rappresentanza parlamentare delle istituzioni che, secondo l’art .114 della Costituzione, formano l’ossatura della nostra Repubblica. Tuttavia solleva una serie di dubbi sia sulla effettiva semplificazione e velocizzazione del percorso legislativo; sia sul rischio di ritrovarsi poi una Camera di serie B; sia sullo strano connubio tra essere senatori part-time coperti però da immunità parlamentare.
Sulla governabilità e la cosiddetta “democrazia decidente”, le parole di De Martin sono state improntate a una certa preoccupazione nei confronti di una “verticalizzazione e di un accentramento del potere nel governo senza gli adeguati contrappesi”, ancor di più se la legge elettorale sarà l’Italicum.
Sulla riforma del Titolo V, pur non condividendo la scelta del 2001 di affidare alle regioni competenze in materie (trasporti, energia, professioni) dove invece sarebbe necessaria una legislazione unica, De Martin ha però sottolineato l’eccessività di questo nuovo accentramento (restituzione allo Stato della competenza esclusiva in ben 48 materie, “clausola di supremazia” e possibilità di intervento regolatore anche nelle residue materie rimaste alle regioni), che va in direzione diametralmente opposta al 2001.
Infine De Martin, ha stigmatizzato sia l’eliminazione delle province in quanto livello di democrazia locale, sia la disparità di trattamento tra Regioni speciali e ordinarie: mentre le prime vedono salvaguardati i propri statuti e quindi gli spazi di autonomia da una norma che rinvia sine die la revisione di tipo pattizio degli stessi, quelle ordinarie invece devono sottostare senz’altro al dettato di questa riforma.
L’invito conclusivo di De Martin è stato quello di ritrovare la via del dialogo per avere una riforma condivisa da quante più forze possibili.
L’esordio di Pietro Ciarlo, ordinario di diritto costituzionale a Cagliari, dove è stato anche preside di Giurisprudenza, nonché ex consigliere regionale della Campania – di cui è originario – per il Partito Democratico, e componente della Commissione Quagliariello (i cui risultati sono di fatto alla base della riforma Renzi – Boschi), è di quelli da togliere il fiato. Infatti invitato a sostenere le ragioni del “SI’ ”, ha così iniziato: “Io sono favorevole. Ma certamente l’avrei scritta diversamente: una sola camera più la Conferenza Stato- Regioni!”.
Una riforma questa, secondo Ciarlo, comunque assolutamente necessaria per il grande mutamento avvenuto in questi anni nel sistema della rappresentanza politica, dove il tradizionale quadro di riferimento è stato pesantemente modificato dalla bi/tripolarizzazione, dalla frammentazione, dalla fine del modello partitico novecentesco, dall’affermazione di nuove e variegate reti di rappresentanza e dal pericoloso ritorno di movimenti nazionalistico-populisti. In più in Italia oggi è venuta meno l’omogeneità politica dei due rami del parlamento, per cui un sistema di bicameralismo perfetto, peraltro conservato da pochissimi paesi, non appare più possibile.
Sul Senato delle autonomie, Ciarlo si è detto convinto che il suo ruolo sarà direttamente proporzionale alla credibilità politica delle Regioni e di chi le rappresenterà in tal consesso. Questo Senato, “tipico delle democrazie contemporanee“, inoltre controbilancerà l’accentramento di competenze prima regionali che lo Stato riavrà con la riforma.
Detto che la specialità sarà pienamente tutelata anche dalla Renzi – Boschi, Ciarlo ha poi categoricamente concluso che “in questa riforma non c’è niente di antidemocratico. Noi continueremo ad avere una costituzione (sic!) e dobbiamo osservarla, come prescrive l’articolo 54”!
Maria Agostina Cabiddu, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico al Politecnico di Milano, ha invece esordito citando una efficace storiella yiddish e una vignetta del 2006 (altro referendum costituzionale) per dire che certo i cambiamenti, le innovazioni sono necessarie, e lo sono ancor di più in un momento come questo di forte risveglio di nazionalismi e di populismi, ma bisogna sempre valutare con grande attenzione se i rimedi non siano, come spesso succede, peggiori dei mali che si intende curare, e, insieme, ricercare la massima condivisione possibile quando si interviene su Costituzione e leggi elettorali, perché sono le vere e fondamentali regole del gioco. Invece, nel caso della Renzi-Boschi ci si è mossi sfruttando al massimo il momento favorevole di una parte rispetto alle altre per, come si dice, “cucirsi addosso l’abito”. Il risultato è una riforma sbilanciata e in talune parti addirittura abborracciata. Un esempio clamoroso di tale pasticcio è l’articolo 57, che presenta gravi problemi interpretativi e persino logici sia sul numero dei “sindaci senatori”, sia per l’ “elezione” dei senatori da parte degli “organi delle istituzioni territoriali” ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, sia circa il “metodo proporzionale” per eleggere due (sì, proprio 2) rappresentanti!!! Inoltre sono state … dimenticate le “città metropolitane”, anch’esse organi costitutivi della Repubblica (art. 114).
Ma neppure altrove, secondo la Cabiddu, mancano le “sviste”: per esempio il c. 2 dell’art. 90, relativo alla maggioranza necessaria per la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica, rimasta invariata nonostante la riduzione del numero dei parlamentari e il premio di maggioranza per la Camera, attualmente di 340 deputati. “I conti – ha proseguito la Cabiddu – sono presto fatti: la metà di 730 è 365. Dunque al partito di governo, che ha già 340 deputati, gliene bastano soltanto 25. E’ chiaro che così la funzione di garanzia del Colle viene fortemente condizionata”.
Da qui una serie di altri rilievi proposti dalla giurista di origine sarda relativamente al venir meno di determinate garanzie e contrappesi, nonché sulla possibilità di nuovi conflitti istituzionali nel rapporto Stato-Regioni, dopo la riforma del Titolo V.
Anche sulla velocizzazione del procedimento legislativo la Cabiddu ha espresso forti dubbi, sottolineando peraltro che “il vero problema italiano non è la scarsa produzione legislativa, bensì le troppe leggi in vigore, spesso in contraddizione tra loro”. Secondo un recente computo, relativo soltanto a quelle statali (escluse dunque le regionali), in Italia sarebbero vigenti più di 50000 leggi!!!
Nel successivo dibattito, oltre ad interessanti spunti, è emersa chiaramente la divisione fin troppo netta tra i due schieramenti. Da notare però che ad una domanda provocatoria sul federalismo – “quando in Italia a livello di riforme costituzionali si potrà discutere anche dell’opzione federale?” – i tre giuristi non hanno risposto. Semplice dimenticanza?
Una serata dunque interessante e anzi stimolante per ulteriori riflessioni e discussioni sia sulla “riforma” renziana sia sulle – fin troppo evidenti – alternative disponibili e praticabili. Qualche osservazione conclusiva: a mio avviso è mancata una parte introduttiva semplicemente illustrativa, indispensabile per chi – e, per vari motivi (tempo, lavoro, impegni, preoccupazioni) sono ancora tanti! – ancora poco informato è venuto proprio per saperne di più trovandosi invece ad ascoltare relazioni, che , invece, davano per scontata la conoscenza della riforma. In questo senso è stato paradigmatico l’intervento, molto politico, del prof. Ciarlo. Un intervento che, peraltro, proprio per l’autorevolezza, la cultura e la preparazione del relatore, credo che sgomberi ogni residuo dubbio attorno alla vera natura dell’idea di democrazia, di politica, di partito stesso, oltre che – evidentemente – di Stato, propria del Partito Democratico. Un’idea leaderistico-elitaria, oligarchica e verticista, oltre che centralista, ben lontana dai propagandistici proclami e slogan inneggianti all’apertura e alla partecipazione, quali si trovano enunciati per esempio nello stesso Statuto del partito (leggasi art. 1). Un’idea certo assolutamente legittima e ormai molto “moderna”, molto “occidentale”, che però dovrebbe far riflettere tutti coloro che credono ancora possibile – anzi auspicabile – il coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica della più amplia platea possibile di cittadini. E’ vero che “tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi” (art. 54 della Costituzione), ma non va mai dimenticato che questi stessi cittadini devono poter “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49). E non solo quella.