IL REFERENDUM ED IL “NO” RIFORMISTA [ADRIANO SITZIA]

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Ormai il countdown referendario sta per concludersi. Mancano infatti solo pochissimi giorni al fatale appuntamento con le urne che, in un modo o nell’altro, segnerà questa più recente frazione temporale della storia italiana, iniziata nel 1992 con un altro referendum, quello di Segni sulla preferenza unica, e con la controversa pagina di “Mani pulite”. Un periodo storico il nostro che avrebbe dovuto essere la Seconda Repubblica, con una netta soluzione di continuità rispetto alla Prima, e che invece ci ha “consegnato” una versione peggiore della politica e della società rispetto al primo quarantennio, cosiddetto della “democrazia bloccata”. Abbiamo infatti conosciuto e sperimentato la fine dei partiti politici, una progressiva erosione dei diritti, un mancato ricambio ideologico e di classe dirigente, un riformismo di facciata, dilettantismo e superficialità a iosa, e, a tutti i livelli, quell’individualismo spinto, che in politica si chiama “leaderismo”. I risultati sono evidenti: un paese fermo, statico, vecchio – anche dal punto di vista anagrafico -, sterile ed egoista, le cui migliori energie stentano ad affermarsi, chiuse da “tappi” quali il conservatorismo sociale, la paura della competizione, quel “volemose tutti bene”, antica, quasi genetica zavorra cultural-politica che strangola il disvelarsi delle alternative a favore della ricerca di eroici “mister” e ora anche – attraenti “miss”, a cui affidare ogni tanto il pennello per dare una riverniciata alla scolorita facciata, evitando così la demolizione o almeno la ristrutturazione del pericolante edificio. La storia dei molti tentativi riformistici e dei loro (scarsi) risultati ne è la prova più evidente. Alla fine a cambiare, secondo le convenienze del momento, è sempre stata la legge elettorale, mentre per il resto, soltanto fallimenti annunciati. Perfino l’unica vera anche se timida e confusa riforma andata avanti, quella del Titolo V (2001), che ha conferito competenze più vaste alle regioni, viene oggi clamorosamente smentita in toto dalla “controriforma” neo-centralista di Renzi & Boschi. Nel frattempo la democrazia italiana è alla canna del gas: partecipazione, dibattito, confronto, passione infatti sono a quota zero, surrogati con chiassosi e sguaiati talk show televisivi, con salottieri dibattiti vip in qualche sala d’albergo e con una pioggia di sondaggi più o meno attendibili. La famosa “gggente” nella sua maggioranza, rimane passiva, assiste disinteressata, è distratta, pensa ad altro. E’ passiva e pensa ad altro certamente perché è costretta da una crisi senza fine, da una precarietà diventata consuetudine. E’ distratta da un assordante consumismo dove il superfluo diventa vitale, e l’essenziale finisce nelle pattumiere; da un consumismo in grado di fare iniziare il Natale prima di Ognissanti. E’ disinteressata alla res publica, perché preferisce dialogare con lo smartphone e mettere sui social le foto della prova costume o di succulenti piatti fatti con “amore”. OK, ma queste spiegazioni non sono sufficienti, non possono bastare. C’è dell’altro, c’è qualcosa di più profondo e radicato del “panem et circenses”. C’è un sordo conformismo, che ci porta troppo spesso a delegare – in bianco – la politica ai soliti “noti”, che ci garantiscono “tranquillità”, per poterci occupare solo dei czz nostri. Qualcuno anni addietro codificò a questo proposito il cosiddetto “familismo amorale”, intendendovi l’assoluto primato degli interessi personali o di cricca su quelli generali, e con esso una politica da intendersi secondo il detto “porta aperta pe’ chi porta, chi nun porta parta pure”! Mah! Certamente però la nostra politica “democratica”, dopo l’istruttiva esperienza del Ventennio, già dagli Anni sessanta ha ripreso a “maltrattare” – con maggiore efficienza rispetto ai gerarchi! – tutta la “cosa pubblica”. Sicuramente la società, nella sua maggioranza, ha costantemente preferito la vuota retorica ed un inconcludente moralismo a interventi decisi e decisivi per cambiare davvero regole e struttura dello Stato, dei servizi, dell’Amministrazione. Certamente i partiti si sono pian piano trasformati in “consensifici”, in sodalizi senza regole dove si è fatto tutto tranne Politica. Sicuramente, infine, l’indignazione per gli scandali, l’inefficienza e la tracotanza del sistema, non ha prodotto il rilancio della partecipazione attiva e consapevole dei cittadini al percorso riformatore, il rilancio degli stessi partiti secondo il dettame costituzionale, ma si è trasformata ora in un’antipolitica triviale e populistica, ora in nuovi soggetti politici, basati su “leader”, magari “untisi” o scelti con primarie “a sovranità limitata”; e quando occorreva “sangrar” si è rifugiata nei soliti governi “tecnici” (su mandato europeo) per poi affidare le riforme costituzionali a comitati di “saggi”, scelti accuratamente tra i più bravi a scrivere sotto dettatura. Allora che fare? La risposta non può essere che questa: il 4 dicembre andare al seggio, prendere la scheda, votare “NO”. Il 5 dicembre cominciare ad agitarsi, darsi da fare, spingere senza indugio per una riforma vera e partecipata, cioè voluta dai cittadini e scritta sulla base delle indicazioni degli stessi cittadini, magari da una Assemblea costituente, votata – con metodo proporzionale! – ed eletta esclusivamente per far ciò. Dunque un “NO” positivo, un “NO” come chiara soluzione di continuità rispetto ad un passato che vuole farsi futuro, un “NO” riformatore! Un “NO” unico possibile “SI“ alla speranza. L’Italia, la Sardegna sono di tutti, non di pochi, ricordiamocelo!