CONSERVET DEUS SU RE? NO, NO E ANCORA NO, SECONDO FRANCESCO CASULA [ADRIANO SITZIA]

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Conservet Deus su re/ Salvet su Regnu Sardu/Et gloria a s’istendardu/Concedat de su re!”. Con queste parole dell’Angius – credo 1842 –  inizia un inno, ormai dimenticato, s’Hymnu sardu nazionali. Parole che ieri sera certamente avrebbero stonato di fronte al vero e proprio j’accuse che il professor Francesco Casula ha pronunciato con appassionata veemenza quasi tribunizia contro i Savoia, presentando al Carmine il suo ultimo lavoro storiografico: “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” (Grafica del Parteolla, 2016).
Introdotto da Adriana Muscas, presidentessa del Rotary club Oristano, che ha organizzato l’incontro, e dal professor Melis, docente di marketing turistico nel locale ateneo, nonché autore della prefazione al libro, Casula ha esordito lamentando la scomparsa della Sardegna dalla storia, in particolare nei 226 anni (1720 – 1946) di dominio sabaudo, in cui spicca negativamente la figura di Carlo Felice, prima vicerè a Cagliari e poi per dieci anni re di Sardegna. Eppure da dire ce ne sarebbe stato tanto, per tutto ciò che i Sardi hanno subito dall’avvento dei “Saboia” in poi. “Non sono io a dire queste cose: infatti nel libro a parlare sono i documenti – ha continuato il docente originario di Ollolai – sono le testimonianze, sono gli storici, quelli del passato, quasi tutti filo-monarchici, e quelli del presente: così Pietro Martini definì Carlo Felice un gaudente parassita, di poca cultura di lettere come di pubblici negozi, mentre il nostro contemporaneo Aldo Accardo lo descrive come un pigro imbecille”.
Che Carlo Feroce – così lo soprannominò il piemontese Brofferio! – non fosse certo “farina per fare ostie”, è del resto giudizio pronunciato da tanti, compresi importanti politici piemontesi come il D’Azeglio che parlò di “dispotismo pieno di rette ed oneste intenzioni ma del quale erano rappresentanti ed arbitri quattro vecchi ciambellani, quattro vecchie dame d’onore con un formicaio di frati, preti, monache, gesuiti”. E il Lavagna, alto magistrato algherese, componente della Reale Udienza, addirittura si dimise dal prestigioso incarico protestando contro l’iniqua, assurda tassazione voluta proprio da Carlo Felice: iniqua ma anche  illegittima perché fatta passare sulla testa degli stessi Stamenti, con la solita complicità di certi personaggi legati interessatamente al Savoia.
Casula per definire la politica di questo sovrano – ma anche dei suoi successori – nei confronti della Sardegna ha, parafrasando Leopardi, coniato il motto “nulla innovare nulla mutare”, se non ciò che lo arricchisse. Infatti tra le alte qualità di questo eminente Savoia la rapacità e l’avidità di denaro erano preponderanti.
L’autore ha poi proposto un vero e proprio elenco di torti e di malefatte di Carlo Felice e degli altri suoi consanguinei precedenti e successivi, nei confronti della Sardegna e, dal 1861, di tutto il Mezzogiorno:
il controllo strettissimo – con tanto di lettura di tutta la corrispondenza – e le feroci repressioni poliziesche, che colpirono indiscriminatamente e spesso senza motivo in alto e in basso, laici e chierici, con la “scusa” della lotta al banditismo, raggiungendo livelli di vero e proprio terrorismo legalizzato;
la conservazione del potere feudale, dei baroni, per poi cancellarlo ovviamente a spese delle comunità e facendo i nobili ancor più ricchi di prima;
le chiudende e la truffa (anche giuridica) della fusione perfetta;
il favore sempre accordato all’economia piemontese e poi settentrionale contro quella sarda e del Mezzogiorno (la mancata flotta sarda; il blocco alla coltivazione del gelso; la disastrosa rottura da parte di Crispi – un meridionale! – del patto commerciale con la Francia per favorire le industrie del Nord);
la distruzione dei boschi e delle foreste sarde;
il continuo ricorso allo stato d’assedio al primo battito d’ali di protesta (La Marmora, Durando ecc.);
l’imposizione dell’italiano come strumento di incivilimento da parte di chi neppure lo conosceva perché parlava in francese;
gli “spogliatori di cadaveri” come li definì Gramsci, e cioè i gli industriali caseari, quelli delle miniere e quelli di legna e carbone, sempre sotto la protezione governativa;
l’enorme differenza tra la tassazione sarda e quella nel resto del Paese;
la tassa sul macinato;
i “luminari” Lombroso e Niceforo e le loro teorie razziste, tenute in grande considerazione negli ambienti di governo, in particolare sotto Umberto I, altro “grande” sovrano, e le feroci, spietate spedizioni repressive che ne scaturirono, tra cui quella del 1899 descritta nel libro “Caccia grossa” da Giulio Bechi, che vi prese parte come ufficiale;
le grandi emigrazioni dell’Ottocento e del Novecento;
le decine di migliaia di morti e di mutilati sardi della Prima come della Seconda guerra mondiale, guerre volute e imposte da Vittorio Emanuele III, lo stesso che mise Mussolini al governo e che, dopo l’8 settembre, fuggì coraggiosamente da Roma per riparare a Brindisi con tutta la sua corte.
Di tutto ciò – e di altro ancora – non si parla mai. O, meglio, non si parlava mai. Oggi qualcuno, in Sardegna, ma anche nel Mezzogiorno d’Italia, comincia a farlo, rileggendo in maniera più obiettiva epoche e personaggi che la vulgata ufficiale aveva irrimediabilmente bollato come nemici dell’Unità d’Italia. Un’unità che, vale la pena ricordare, alla Sardegna non ha certo dato quanto ha tolto.
A conclusione dell’intervento di Casula anche il pubblico ha potuto dire la sua, con una serie di riflessioni, soprattutto sull’importanza della tutela e della conoscenza della storia e della lingua sarde.