SEMEL IN ANNO LICET INSANIRE! RISCOPRIAMO IL CARNEVALE [ADRIANO SITZIA]

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Sin dai tempi precristiani l’uomo ha ricercato momenti d’evasione, di fuga dalla propria condizione personale e sociale (p. es. dal servaggio), di sregolato sfogo e di sovvertimento di regole e status. Da ciò ha avuto origine il Carnevale, appunto inteso come festa della leggerezza, del buonumore ma anche come temporanea interruzione di convenzioni, regole e persino dell’ordine sociale.
In questi giorni Oristano si sta preparando all’edizione 2017 della Sartiglia, la storica manifestazione equestre che tradizionalmente si svolge la domenica ed il martedì di carnevale, oggi completata dalla Sartigliedda, che ha “riempito” il vuoto del lunedì. Una preparazione e un allestimento sempre più perfezionati e minuziosi, quanto costosi, che hanno man mano trasformato l’evento in un vero e proprio prodotto turistico. E, se la passione degli Oristanesi – soprattutto di coloro che, a vario titolo, la vivono direttamente – non è mai diminuita, la conoscenza e l’apprezzamento dell’evento ha raggiunto e superato gli stessi confini europei per raggiungere Asia, America e Australia, formidabile biglietto da visita per tutto il nostro territorio, a cui ora si vanno affiancando i Giganti di Monti Prama.
Tuttavia inconfessabile, tra molti cittadini oristanesi serpeggia , da tempo, una certa qual disarmata malinconia, che a volte diventa preoccupazione. Malinconia? Perché? Perché a Oristano non c’è carnevale, o, almeno, non c’è quel carnevale di cui si parlava all’inizio, quello fatto di buonumore e di sregolatezza, di eccesso, di follia e di dissacrazione. Ma c’è la Sartiglia? No, la Sartiglia non è “carnevale”, bensì una giostra equestre, dunque una serissima competizione di abilità per cavalieri, che continua la lunga, antica tradizione dei tornei, delle corse e delle quintane medievali, quali ancora diverse sopravvivono in tutta Europa, mentre altre si stanno (ri)proponendo.
E attorno alla Sartiglia, prima della Sartiglia, dopo la Sartiglia? Sicuramente in città del carnevale non c’è traccia, né prima, né dopo. E’ sufficiente passare per il centro città da giovedì grasso in poi per rendersene conto: i percorsi riservati alla Sartiglia, in particolare quello della corsa alla stella, sono occupati da tribune per oltre 3000 posti a sedere, che pare di essere in uno stadio; il resto del quartiere si trasforma in un gigantesco bazar, con oltre 150 stalli per gli ambulanti, un “villaggio Sartiglia” perfettamente organizzato, maxi schermi qua e là, mostre di prodotti locali, zone per smurfo, bevino e simili. In giro poche maschere, pochi gruppetti che, nonostante tutto, ci provano a fare “carnevale” nel disinteresse generale.
Si può forse parlare – come pochi giorni fa ho sentito dire – di una versione oristanese del modello “shopping mall”, tanto caro alle progredite società occidentali, quelle che vogliono trasformare le persone in anonimi consumatori-spettatori, con tutt’al più qualche massmediatico “quarto d’ora di celebrità” magari appannaggio dei concorrenti di lotterie e giochi a premi. Non vedi nessun gruppo “fuori ordinanza”, nessun corteo di maschere, nessuna divertente improvvisazione – quelle organizzate da Martinez e amici sono ormai un lontano ricordo! – nessun momento goliardico (ad eccezione delle stecche dei trombettieri). Tutto preconfezionato e sicuro: manca solo il codice a barre e la dicitura CE. Davanti a te scorre lo spettacolo di gente che cammina, bicchieri di plastica, bottiglie di succhi vari, schiuma, coriandoli, palloncini … Ma, forse, se ti fermi a osservare qualche volto, potresti pure riuscire a notare noia e, forse, un po’ di velata tristezza.
E’ il parto di questi tempi? Qualche sabato fa è stato tentato l’esperimento di ripopolare la via Dritta, tradizionale – almeno fino al secolo scorso – luogo di incontro e di ritrovo degli Oristanesi più o meno giovani, oggi completamente abbandonato da adulti e ragazzi. L’evento ovviamente non prevedeva salsicce e pesci arrosto, non prevedeva malloreddus, non prevedeva  degustazioni di piatti tipici o di vini/birre artigianali, e neppure cene sotto il tendone, secondo il cliché caro alle moderne Amministrazioni locali. C’era solo musica soprattutto eighties, per ricostruire un po’ d’atmosfera “amarcordiana”. Ora, nonostante l’interesse suscitato almeno nei “social” da questa proposta, diciamo pure “controcorrente”, all’appuntamento si sono presentate solo poche decine di persone. Evidentemente emerge un totale rifiuto anche solo dell’idea di fare qualche vasca a pancia e bicchiere vuoti, senza spendere o al più scroccare, ma gratis e per il piacere di due chiacchiere, di incontrare qualche persona “sparita”, o semplicemente di rivivere passati ricordi.
La “gggente” è davvero tanto cambiata? La risposta sembra essere “sì”. E così come in politica la figura del militante è stata soppiantata prima dalla tessera “fantasma” e poi da quella dell’elettore mediatizzato; anche nella vita di tutti i giorni, inclusi purtroppo quelli speciali, a dominare quasi incontrastato è lo spettatore-consumatore, quello che fa foto e le pubblica sui “social” che consuma senza mai scegliere ciò che gli viene proposto, finché, annoiato, non viene catturato da un’altra proposta, e poi un’altra ancora ecc. Ma questo fenomeno risulta ancora più grave nei piccoli centri urbani, rimasti a misura d’uomo, dove invece gli spazi per inventiva, fantasia, goliardia, gioia autentica, teoricamente ci sono.
Occorre allora un’inversione di tendenza. Ma se i cittadini non la vogliono, beh sono parole al vento.