FEDERALISMO: A CIASCUNO SECONDO LE SUE NECESSITA’? (ADRIANO SITZIA)

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In qualche altra occasione mi è capitato di parlare dei pamphlet che, nella collana “Fuori dal coro”, il Giornale pubblica con cadenza settimanale. Questa volta però l’occasione è troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire: “Lombardia felix. Tra autonomia e responsabilità un modello da esportare”, è il titolo dell’ultima pubblicazione che tratta – udite udite! – di federalismo per Italia. L’autore fra l’altro è Giuseppe Valditara, docente universitario (diritto privato romano), ma soprattutto politico da anni impegnato nella questione “federalista” da posizioni migliane prima e poi sempre più vicine ad AN e FLI (era uno dei fautori del progetto di una destra italiana gollista e federalista). Valditara è stato anche parlamentare dal 2001 al 2013.
Vediamo l’approccio del “nostro” professore al federalismo. Capitolo 1: “La Lombardia da sempre terra all’avanguardia”. Capitolo 2: “Il primato della Lombardia e i principi amministrativi al tutto suoi (cit. da Cattaneo)”. Capitolo 3: “A Lugano si guadagna più del doppio che a Como”, ecc. Insomma avete capito: per il professor Valditara è tutta una questione di soldi, che oggi in Lombardia, ad iniziare dagli stipendi, sono molti di meno rispetto a prima. Del resto è lui stesso a confermare, seppure implicitamente, tale idea allorché (p. 44) afferma: “A differenza che in passato dove prioritarie erano le esigenze di tutela delle identità etniche o linguistiche, oggi l’autonomia va collegata innanzitutto alla particolarità del contesto socio-economico”. In pratica riassumendo il suo pensiero “sol(d)idaristico”, la Lombardia ha un livello di spesa pubblica molto più contenuto della media italiana, ma, nonostante ciò, ha una qualità di servizi – in primis scuola e sanità – migliore rispetto alle altre regioni italiane, in particolare a quelle del Sud. In Lombardia poi il livello di fedeltà fiscale è quasi il doppio di quello delle regioni “assistite”; contemporaneamente la Lombardia ha in Italia il più alto residuo fiscale sfavorevole (in soldoni la differenza tra tasse pagate e risorse ricevute: 53,9 miliardi di euro). “
Per converso – scrive Valditara – il drenaggio imponente di risorse verso Roma, il carico fiscale oppressivo imposto dalla legislazione nazionale, la contrattazione nazionale e i bassi salari, il peso soffocante della burocrazia imposto dalle leggi statali, l’inadeguatezza di investimenti infrastrutturali strategici, la scarsità delle risorse destinate alla ricerca e innovazione hanno contribuito a ridurre significativamente negli ultimi 25 anni la competitività della Lombardia rispetto alle regioni europee concorrenti, il Pil è infatti cresciuto meno che altrove, anche se pur sempre di più della media italiana. La crisi che ha coinvolto l’Europa e in particolare l’Italia, colpendo soprattutto il ceto medio ha comportato fra i cittadini lombardi un incremento della povertà, che, pur essendo ancora lontana dai picchi del mezzogiorno, è tuttavia aumentata qui più che altrove in Italia”.
Ed ecco la ricetta di Valditara, ovviamente nell’interesse non solo dei Lombardi ma dell’Italia intera:

– l’attuazione dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione con la devoluzione alla Lombardia di competenze in materia di istruzione, tutela della salute, giustizia di pace, governo del territorio, tutela dell’ambiente e dei beni culturali, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione, aeroporti civili, grandi reti di trasporto;

– l’attuazione di un vero federalismo fiscale che garantisca, come avviene per le regioni a statuto speciale, e come è stato fatto in Spagna per la Catalogna, un diverso regime di compartecipazione ai tributi erariali, consentendo di trattenere sul territorio regionale una parte più consistente del gettito raccolto ovvero la regionalizzazione di alcuni tributi o quote di tributi, come avviene in Svizzera, così da potere diminuire la pressione fiscale sulle imprese dei cittadini e avere più risorse per infrastrutture, ricerca, istruzione, sanità, servizi al cittadino;

– un diverso sistema di allocazione dei contributi di solidarietà alle regioni svantaggiate che porti ad un decisivo coinvolgimento della conferenza Stato-regioni in modo che le regioni che versano, come la Lombardia, possano controllare come vengono impiegate le risorse da parte delle regioni che ricevono i trasferimenti solidaristici. Occorre una indicazione analitica della destinazione delle risorse e un’esplicita e preventiva finalizzazione virtuosa. Chi paga deve potere controllare come viene impiegata la spesa regionalizzata e verificarne l’impatto;

– la territorializzazione della contrattazione per parametrare la crescita dei salari al costo della vita e alla produttività del lavoro.

Ora, questi argomenti, ancorché non originali, hanno alla loro base sicuramente concrete motivazioni e non secondarie preoccupazioni. Ciò anche se, come fa il prof. Valditara, si legge la storia solo dal punto di vista dei “privilegiati”, che oggi però vedono costantemente erosi i loro privilegi e, non potendosela prendere con i “forti”, anche da loro resi tali, se la prendono come sempre con gli eterni “deboli” – i poveri meridionali “assistiti” – e, nel caso italiano, anche con le Regioni “a statuto speciale”, perché troppo “ricche” ed avvantaggiate – in questo caso però senza distinzione tra chi spende bene (l’invidia per il Trentino è palese) e chi spreca (la Sicilia su tutte).
Questo non significa certo difendere l’indifendibile, anzi! Ma la storia – con le sue conseguenze e ricadute attuali – va letta tutta e bene. Del resto è sufficiente fare un confronto a livello di infrastrutture, collegamenti, università e sanità fra la Lombardia e la Sardegna per rendersi conto dell’enorme, clamoroso divario esistente, a tutto vantaggio dei lumbard. Ma questo è il risultato anche di una politica pubblica che alla Lombardia ha sempre e comunque dato tanto – direttamente e indirettamente! – e invece alla Sardegna solo le briciole. Certo la classe dirigente sarda, che ha troppo spesso mostrato scarso attaccamento alla sua terra, ci ha messo del suo, ma le responsabilità principi sono di uno Stato che, soprattutto nel suo periodo monarchico, ha pesantemente “sgovernato” la Sardegna e tutto il Meridione – “Cristo si è fermato ad Eboli” – sfruttando purtroppo la connivenza dei potenti locali.
Scriveva Gramsci nel famoso saggio “Alcuni temi della quistione meridionale”: “
È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile d’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di qualche altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni,
incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. …”.