DEDICATO A … “I SALIS” (ADRIANO SITZIA)

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Ormai mancano pochi giorni al Memorial Francesco Salis – Antonio Albano, in programma a Santa Giusta Domenica 27 dalle ore 21 in piazza Othoca. Quest’anno la bella manifestazione ricorderà, oltre ovviamente i due valenti musicisti prematuramente scomparsi (Francesco nel 2007 e Antonio nel 2012) anche il bravo chitarrista ogliastrino Gianni Serra, venuto a mancare nel giugno scorso e che, come vedremo, ha legato il suo nome agli stessi “Salis” intorno alla metà degli Anni Settanta.
Richiamare oggi “I Salis” significa tornare indietro fino a quello che è il vero e forse unico periodo d’oro della musica leggera italiana, compreso tra la fine dei Sixties e l’esordio degli Anni 80. Un decennio che vide il nostro asfittico ambiente musicale abbandonare i tradizionali schemi legati pedissequamente alla “melodia” ed al “bel canto” per aprirsi – finalmente – alla rivoluzione musicale che in UK e USA aveva letteralmente stravolto forme, modi e testi, oltre che look, reinterpretandola e nei migliori dei casi dandole anche una forte impronta “locale”, con buona pace di chi parlò di colonizzazione musicale. Un decennio che, accanto all’affermazione definitiva della cosiddetta “canzone d’autore”, con le sue “scuole” (quella genovese su tutte) ed i suoi stilemi, vide anche il clamoroso fenomeno del “progressive”, una definizione melting pot, nella quale rientrano – o vengono arbitrariamente fatti rientrare – tutta una serie di gruppi e di esperienze compositive spesso molto distanti tra loro (pensiamo soltanto e per citare i più famosi, ad “Area” ed “Orme”). Ed è proprio in quei fortunati anni che i nostri “Salis” si rivelarono al panorama nazionale con la loro bella musica.
Ma partiamo dall’inizio di questa storia, avvenuto ad Oristano all’alba degli Anni Sessanta, allorché in quel di Piazza Roma – Bar Ibba – di fatto nacquero i “Barrit(t)as, allora chiamatisi “I Visconti”, e che, come veri e propri pionieri, diventeranno un punto di riferimento per la musica leggera isolana. A costituire la loro line-up oltre a Benito Urgu, ai fratelli Guido e Nello Cocco, ad Antonio Albano e al chitarrista di Abbasanta Giuseppe Miscali – meritano davvero una lettura i suoi dettagliati ricordi (con foto) proposti nel libro di Onida sul rock nel Guilcier – , c’erano appunto i fratelli di Santa Giusta Antonio, noto “Tonietto”, nato nel 1946, e Francesco (1948) Salis. Furono quelli gli anni di “Cambale Twist” e di “Whisky Birra e Johnny Cola”, pezzi portanti anche dell’lp “Barrittas”, uscito per Ariel nel 1965.
Ma proprio quando “I Barrittas” stavano per spiccare il volo verso palcoscenici prestigiosi, Francesco Salis decise di lasciare il gruppo per la capitale d’Italia, dove suonò con i “Poker d’assi” e con il gruppo che accompagnava Edoardo Vianello, allora sulla cresta dell’onda con i suoi pezzi molto “estivi” e ballabili.
Anche Antonio Salis però non tarderà a lasciare “I Barrittas”, per ritrovare il fratello in questo loro nuovo progetto musicale, che troviamo indicato o con il nome “Salis” oppure “I Salis” o ancora “Salis ‘n Salis”. L’esordio discografico avviene nel 1968 con il 45 giri “Maribel/Nell’oscurità” (etichetta Belldisc), seguito nel 1969 (sempre Belldisc) da altri due 45 “Manchi solo tu/Piccola bimba” e “Il tuo ritorno/Maribel”. Con Antonio e Francesco Salis fanno parte di quella prima formazione Mario Paliano alla batteria e Mariano Tunerani alle tastiere. Collabora con loro anche Lucio Salis in qualità di autore dei testi.
I Salis ottengono già un certo riscontro nazionale, tanto che li troviamo ospiti di Pippo Baudo nella sua “Settevoci” e in gara al Cantagiro del 1969 con il pezzo “Il tuo ritorno”, che però non uscirà mai in 45. Sfuma anche la partecipazione a Sanremo. Sempre nel 1969 il noto gruppo “The 5
th Dimension” lancia il 45 “Chissà se tornerà”, scritto da Antonio e Lucio Salis con De Sanctis, mentre Paliano lascia sostituito da Nino Scalas.
I Salis in quel periodo stazionano in Lombardia, dove fanno diversi concerti entrando così in contatto con molti musicisti locali, due dei quali, il tastierista Pier Paderni e il batterista Paolo Gerardini entrano nella line-up sostituendo rispettivamente Tunerani, rientrato in Sardegna per sposarsi, e Scalas. Sono proprio questi i musicisti che nel 1970 entrano in sala di registrazione per incidere “Sa vida ita est”, il primo lp del gruppo dopo già quattro 45 – in quell’anno infatti era uscito “Chissà se la luna ha una mamma/Cronaca di una cosa”. E’ un lavoro di ben 13 pezzi in italiano, uscito per la Produttori Associati e, per la CAR (Canadian-American Records), in edizione venezuelana, con il titolo “La Vida Es De Esta Manera”. Augusto Croce, nel suo “ItalianProg”, così definisce il “santagiusta sound” (v. copertina dell’lp) dei Salis: “
ottimo connubio di musica pop psichedelica in stile 60’s ed arrangiamenti leggermente progressivi, ma il risultato passò inosservato”. In una intervista rilasciata allo stesso Croce e pubblicata nel sito “Italianprog”, Paderni afferma: “L’album Sa vida ita est non lo si poté mixare e sistemare come noi volevamo ma tuttavia il materiale grezzo dimostra una qualità e una vena inventiva notevole e rispecchia la capacità costruttiva e fantasiosa di questi due fratelli secondo me davvero unici e geniali: avrei suonato tutta la vita con dei musicisti come loro ma il ” compromesso” con le ‘”vedute” dei discografici di allora (non faccio nomi) non era il pane per i miei denti”.
I Salis cambiano nuovamente formazione nel 1972: lasciano infatti Paderni e Gerardini, sostituiti dal rientrante Paliano e da Antonello Salis. Il gruppo si esibisce in diverse manifestazioni musicali “continentali”, e, nel 1972, è protagonista del Festival Pop di Santa Giusta, uno dei primi grandi raduni musicali in Sardegna.
Nel 1973 i Salis li ritroviamo in Sardegna allacciare un rapporto via via sempre più stretto con l’imprenditore Marcello Mazzella, che agli interessi turistici affianca volentieri anche l’editoria e la musica. Infatti nel novembre di quell’anno Mazzella fonda l’etichetta “La Strega Records”, che produrrà e promuoverà proprio il secondo e più famoso lp dei “Salis”: “Seduto sull’alba a guardare” (CiPiTi, 1974 e appunto La Strega Records). Sono 11 pezzi tra cui il cavallo di battaglia “Salis addio”, che, come 45 giri entrerà anche nell’hit parade – fra l’altro il 1974 è l’anno del grande successo di vendite di “A Blue Shadow” colonna sonora dello sceneggiato tv “Ho incontrato un’ombra”, arrangiata da un altro importante musicista sardo, il compositore cagliaritano Berto Pisano – e di “Festa mancata”, “Un uomo” ecc. E’ in effetti un eccellente album pop, basato sulla forma canzone – secondo Croce “ha molto in comune con il genere di un altro gruppo sardo, il Gruppo 2001, cioè quello degli esordi musicali di Piero Salis “Marras” – e con in più il primato di esser la prima registrazione discografica italiana in quadrifonia – v. Pink Floyd – presso la GRS di Milano con la collaborazione di Sansui. Tutti i pezzi dell’album sono di Antonio Salis con i testi di Lucio Salis. Gli arrangiamenti sono curati dagli stessi Salis con Dario Baldan Bembo, mentre alle registrazioni dei pezzi oltre ai fratelli Salis lavorano anche lo stesso Baldan Bembo alle tastiere, Gianni Serra alla chitarra e i noti batteristi Andrea “Andy” Surdi e Furio (altrove Giulio???) Bozzetti. Questi ultimi musicisti, oltre a collaborare all’epoca con Baldan Bembo, avevano costituito, con Popi Fabrizio i PAF, acronimo composto dalle iniziali dei loro nomi.

Sempre nel 1974 esce un 45 giri di Francesco Salis sotto il nome “L’Apostolo” e con i brani “
Dimensione” e “Io ti ringrazierò” (etichetta Bambara) del compositore Valbruno, alias Bruno Valesi, già collaboratore dei Salis ai tempi del loro primo LP.
Nel 1975 stavolta per La Strega Records esce un 45 giri, “Brio/Viva lei” di Antonio Salis, che – come riporta il Serreli nel suo ponderoso “Boghes e sonos” – aveva appena rifiutato di fare la cover italiana di “Sailing”, hit di Rod Stewart particolarmente adatta al suo particolare timbro vocale. Il brano fu allora cantato dai Dik Dik, che ne fecero anche la title-track del 33 pubblicato l’anno successivo.
In questi anni la formazione dei Salis vede diversi avvicendamenti. Ricordiamo Salvatore Garau, futuro Stormy Six e oggi affermato pittore, il bassista Fabrizio Federighi, destinato ad una importante carriera musicale, il suo sostituto, il grande Pino Martini, il tastierista Antonio Lotta, il batterista Antonio Sardu.
Saranno proprio Lotta e Sardu ovviamente con i fratelli Salis a registrare nel 1978 il terzo lp a nome “Salis”, intitolato “Dopo il buio la luce”, pubblicato l’anno successivo dalla piccola etichetta IAF-International Audio Film, la stessa di un altro disco prog italiano “Argitari” dei Dalton. I suoi otto pezzi per oltre 40 minuti di musica segnano un deciso mutamento nella proposta musicale dei musicisti sardi. “Dopo il buio la luce” infatti è a tutti gli effetti un album progressive, anzi “
il miglior album prog realizzato in Italia quando gli anni ’70 erano agli sgoccioli e gli storici alfieri del progressive nazionale iniziavano a percorrere altri sentieri musicali” (così “George”, http://verso-la-stratosfera.blogspot.it): un progressive musicalmente maturo, che incorpora e rielabora influssi di altri generi con un risultato davvero buono. Ecco come lo descrive un cultore del genere, John Nicolò Martin (J.J. John) nel sito specializzato (John’s) Classicrock: “All’epoca il gruppo è spesso stanziale in quel di Cremona (?) … probabilmente stimolato dall’assidua frequentazione con Mauro Pagani, ha ormai intrapreso un discorso jazz rock a tutti gli effetti pur se con ampie aperture verso la fusion … il nuovo disco dei Salis rivela una maturità tecnica e compositiva sorprendente, sia per la qualità della registrazione che sostiene senza cedimenti la potente dinamica delle otto composizioni, sia da un punto di vista musicale là dove le indiscutibili qualità dei musicisti riescono sempre a dare il meglio di sé senza alcuna prevaricazione. Si prendano ad esempio i fluenti chiaroscuri della leading track Novembre in cui una ritmica seduttiva e cadenzata fa da tappeto a un continuo call and answer tra chitarra e tastiere, oppure la successiva Rapsodia per Emigrazione dove una solida architettura ritmica palleggiata tra etnica e crossover, disvela una straordinaria fantasia cromatica. Per tre quarti strumentale, Dopo il Buio La Luce non presenta cali di tono neppure nei due brani vocali che anzi restituiscono ulteriori prospettive sonore. La prima ambasciata da Diablo che in un incantatorio groove arabeggiante omogeinizza sapientemente tastiere e chitarre, e l’altra dalla conclusiva Yankee Go Home: una ballata ludica e solare che giusto per non farsi mancare nulla, sferra un’orgogliosa zampata antimperialista paragonando la colonizzazione dei territori indiani del Nord America a quella operata in Sardegna dai mercificatori continentali. Unico punto debole, la data di pubblicazione dell’album che lo rese un prodotto fuori tempo e purtroppo anche fuori mercato. Poco appetibile per i fan del rock progressivo ormai defunto da tre anni, e vista la sua pessima distribuzione, anche per coloro che in quel 1979 dominato dalla discomusic, dal punk e dalla new-wave, cercavano disperatamente musiche di profilo più elevato”.
In effetti, come appunto scrive J. J. John, il vero punto debole di questo disco è proprio l’anno di uscita. Siamo infatti alle soglie degli Ottanta, in piena rivoluzione – o, per alcuni, “involuzione” – punk ma soprattutto alla vigilia di un immane “deflusso” culturale, che, soprattutto in Italia, segnò la pressoché totale stagnazione un po’ in tutti i settori, un vero e proprio ritorno all’ordine proseguito e, anzi, accentuatosi nei decenni successivi e di cui oggi si sentono fortissime le conseguenze tanto nella musica, quanto nel cinema e nella stessa letteratura. Infatti in quegl’anni prodotti preconfezionati e di consumo per un verso e cinema-musica-letteratura rigorosamente “d’autore” per l’altro, hanno di fatto ingessato la creatività e mummificato la voglia di sperimentare, al più sostituite da un’accentuata ricerca dello “scandalo” formale, involucro dentro il quale si stentava a trovare qualcosa. Certo la musica “indy”, incluso il prog, ha proseguito il suo percorso, ma sempre lontano dalle grandi e luminose vetrine del “successo”.
Il destino di questo disco lo accomuna a quello di un altro bel lavoro prog “sardo” pubblicato nel 1980 e passato quasi del tutto inosservato, “Diapason” di Pierpaolo Bibbò, e quasi sicuramente determinò negativamente il futuro di questo gruppo.
In quel periodo i Salis con Benito Urgu realizzano “Su Mammuttone”, una sorta di musical, in origine uscito anche in musicassetta e poi ripreso nel 2004 in un edizione digitale. Nel 1980 è la volta del 45 giri “Terra de isparu e de fogu/Rocca’ e craboni” (Madau Dischi), due brani il primo dei quali cantato da Antonio Salis, il secondo da Francesco, composti insieme a Pino Martini, di genere decisamente diverso. “Terra de isparu e de fogu” sarà riproposto vent’anni dopo dai Tancaruja nel loro album “Isettande” (CNI 2001).
Poi gli intervalli tra le loro uscite si fanno sempre più lunghi. Nel 1984 i due fratelli si ripresentano al pubblico con “Sacco a pelo”, lavoro uscito soltanto in musicassetta per la piccola etichetta sassarese Tekno Records. Si tratta di nove pezzi originali di genere melodico tutti cantati e, soprattutto, suonati da Antonio e Francesco. Tra essi da segnalare è sicuramente lo strumentale “Valencia”, che in alcuni passaggi presenta sonorità riconducibili al prog.
Nel 1988 i due Salis ripropongono nuove registrazioni di alcuni pezzi del loro repertorio in un’altra cassetta, “Signora del porto”, uscita per la BU, l’etichetta di Benuto Urgu. Da segnalare “Ninna nanna del vecchio facchino”, che un decennio dopo sarà la sigla della trasmissione di Canale 5 “La casa dell’anima” di Vittorio Sgarbi per la regia di Filippo Martinez.dal titolo. Con il regista oristanese diverse saranno le collaborazioni.
Infine nel 2003 esce l’album “Statue e fiori”, 11 brani, scritti insieme a G. Demontis.
Come è accaduto per tanti altri artisti gruppi degli Anni 60/70, anche i Salis sono stati “riscoperti” dalle nuove generazioni grazie ad alcune ristampe proposte a partire dagli Anni 90 da alcune coraggiose e benemerite etichette. Le prime sono state “Sa vida ita est” (Off 1997) e “Dopo il buio la luce” (Giallo Records 1998, poi 2009), disco oggi disponibile anche in vinile dopo l’edizione AMS (2016). Anche “Seduto sull’alba a guardare” è stato pubblicato in cd nel 2010, sempre dalla AMS. Alcuni pezzi dei Salis si trovano anche in compilation dedicate all’epoca beat. Tra esse il volume 14 di “Magic Bitpop” (On Sale Music), che contiene “Maribel” e “Nell’oscurità”.