8 SETTEMBRE 1943: QUALCHE RIFLESSIONE (ADRIANO SITZIA)

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Tutti a casa

L’8 settembre ritorna inesorabilmente ogni anno a ricordarci il “come” e alcuni “perché” dell’Italia di oggi, anche se tanti, forse troppi, hanno sempre fatto finta di niente, o, peggio, si sono autoproclamati – in massa – antifascisti e repubbli…cani! Invece questa fatidica data della resa incondizionata, della inequivocabile sconfitta ed umiliazione militare e politica e della diffusa – anche se non generale – smobilitazione (da intendersi anche in senso civico e morale) sotto il famoso slogan – così tanto famoso che è stato recentemente riesumato seppure con altro significato – del “tutti a casa”, andrebbe posta sempre al centro dell’attenzione di tutti, in primis di cittadini e studenti. Infatti conoscere da dove si è partiti può portare ad una maggiore e migliore comprensione di ciò che siamo (diventati?) e magari anche a migliorare il Paese e noi stessi, senza però buttare con l’acqua sporca – le tante cose che non vanno, a cominciare dalla qualità della politica – anche il povero bambino, e cioè alcuni buoni risultati faticosamente raggiunti dall’Italia democratica. E anche i nostri organi istituzionali, al di là della facile quanto frusta retorica resistenziale e del più recente “volemose tutti bene”, dovrebbero adoperarsi finalmente – sono trascorsi ormai quasi 75 anni!!! – ad “approfondire” no limits questa fondamentale parte della nostra storia. Infatti troppi dubbi ed interrogativi sugli Anni 20 e 30, su quella disgraziata guerra e sulla sua conclusione sono finora rimasti ancora senza risposta.
In questa occasione m’è sembrato interessante riproporre alcune conclusioni che una nostra importante storica, Elena Aga Rossi, ormai oltre vent’anni fa, trasse nel suo volume “L’inganno reciproco”, in cui raccolse ed esaminò molti documenti, italiani, inglesi ed americani, relativi proprio al percorso diplomatico-militare che condusse alla, per noi, infausta sottoscrizione degli armistizi (“breve” quello divulgato l’8 settembre, “lungo” quello firmato il 29 settembre, a Malta, da Badoglio ed Eisenhower). Anche se qualche passaggio può lasciare – come è accaduto a me – perplessi, nel complesso si tratta di una sintesi efficace della situazione italiana di quel periodo, che pone in rilievo determinati temi e mostra una particolare attenzione nei confronti degli allora vertici politici e militari sui quali gravò il peso delle sorti del Paese. A ben guardare il livello dopo oltre settant’anni non è granché cambiato:

“ … Essa (la documentazione) evidenzia, come caratteristica comune dei membri del governo Badoglio e del comando militare, una totale mancanza di senso di responsabilità e una parallela incapacità di comprendere i reali rapporti di forza tra una paese sconfitto e prostrato e i “vincitori”, una assurda pretesa a dare consigli, ad illuminare gli anglo-americani per il loro interesse.
Nel dopoguerra tutti i dirigenti politici e militari italiani hanno sostenuto non solo di aver voluto raggiungere al più presto un armistizio con gli alleati, ma anche di aver considerato necessario un rivolgimento di fronte. In realtà tale volontà comune non si manifestò. Le trattative per l’armistizio furono condotte fin dall’inizio con molta incertezza in un clima di reciproco sospetto all’interno dei comandi militari e del governo. Pur nella generale convinzione che la guerra ormai fosse persa, rimase nell’illusione di poter far uscire il paese dal conflitto evitando uno scontro diretto con i tedeschi, da tutti considerata la prospettiva più temibile. Soprattutto, all’interno dei vertici militari l’atteggiamento prevalente era di opposizione ad un cambiamento di fronte e favorevole alla continuazione dell’alleanza. Diverse ragioni spiegano tale orientamento: dal timore di prendere responsabilità personali alla paura per le conseguenze, dalla convinzione ideologica al senso dell’onore verso l’alleato. Soltanto il re, che costituiva l’unico punto di riferimento di tutte le forze politiche e aveva il controllo delle forze armate, avrebbe potuto teoricamente guidare un passaggio repentino dell’Italia dalla parte degli anglo-americani. In realtà, la sua personalità, il carattere indeciso, la ventennale convivenza e corresponsabilità con il fascismo, la profonda diffidenza nei confronti delle forze antifasciste, erano tutti elementi che rendevano molto improbabile una sua iniziativa, se non sotto la pressione di circostanze eccezionali. Per mancanza di capacità decisionale e per debolezza di carattere il re non era all’altezza del compito che si trovò ad affrontare. Così, non solo non venne preso alcuna misura per un rivolgimento di fronte, ma fino alla fine continuò anche la preparazione militare per reagire al previsto sbarco alleato, scelta questa impossibile da giustificare con l’esigenza della segretezza il tentativo di ricchi di evitare o quantomeno limitare ad una parte del paese l’occupazione tedesca con un’azione offensiva comportava una presa di posizione contro il proprio passato e anche rischi personali che il re e Badoglio non avevano nessuna intenzione di affrontare.
Ogni decisione venne ufficialmente presa dal re, anche quella di portare con sé nella fuga i ministri militari, e questo bastò a far sentire tutti liberati da ogni responsabilità per quello che sarebbe successo. Se però la decisione di mantenere il più assoluto segreto sia sulle trattative in corso sia sulla firma dell’armistizio prima dell’8 settembre può essere giustificato dalla necessità di non far trapelare niente ai tedeschi, rimane incomprensibile invece la decisione del comando supremo e dello Stato maggiore dell’esercito dopo l’annuncio dell’armistizio di non emanare l’ordine di esecuzione della “Memoria 44”. A quel punto vi fu anche un problema di scelta individuale e si verificò una differenza di comportamento sostanziale tra lo Stato maggiore della marina e quello dell’esercito. Mentre il primo continuò a funzionare, anche dopo la partenza di de Courten, lo Stato maggiore dell’esercito, così come il Ministero della guerra il Comando supremo, furono subito abbandonati dal personale e dai funzionari, in modo tale che le richieste di ordini provenienti dai comandi periferici, in Italia e fuori, non ebbero risposta. La completa assenza di un’azione di comando subito dopo la proclamazione dell’armistizio fu considerata espressione della decisione presa al più alto livello, di non combattere contro i tedeschi e in concreto si tradusse nella parola d’ordine “tutti a casa”. In alcuni casi comandanti e soldati decisero di reagire ai tedeschi e di contrastare l’ordine di consegnare le armi, ma fu una scelta individuale, molto più difficile da prendere che quella di obbedire a un comando, tanto più che si trattava di opporsi a un alleato di poche ore prima. Per questo gli atti di resistenza, per quanto isolati, assumono un’importanza fondamentale. La decisione di non dare l’ordine di reagire ai tedeschi presa dal governo Badoglio e dal Comando supremo fece perdere un’occasione che, indipendentemente dai risultati, avrebbe potuto migliorare lo status internazionale dell’Italia al tavolo della pace.
Soltanto partendo dal quadro che abbiamo delineato si può valutare la responsabilità in casi specifici, in particolare nel caso più clamoroso della mancata difesa di Roma. La decisione di non difendere Roma fu presa quasi subito, nella notte tra l’8 e il 9 settembre, di fronte alle prime avvisaglie di un’azione offensiva tedesca. In tale occasione un’azione decisa avrebbe avuto il significato di una scelta inequivocabile, qualunque fosse stato l’esito finale, e avrebbe potuto avere conseguenze enormi, come la preservazione della compattezza dell’esercito italiano e la partecipazione attiva alla lotta in corso degli anglo-americani, il possibile ritiro dei tedeschi a nord della capitale e quindi anche una più rapida liberazione del paese.
Gli avvenimenti del settembre 1943 dimostrarono che venti anni di regime totalitario avevano annullato ogni capacità della classe dirigente, e particolarmente dei quadri militari italiani, di assumere responsabilità e prendere decisioni. Furono anche la prova evidente della incapacità della monarchia a guidare il paese fuori oltre l’esperienza fascista. Il modo nel quale avvenne la fuga delle e del governo da Roma al momento dell’armistizio fu probabilmente determinante nel far prevalere il voto antimonarchico al referendum del 1946. I costi del crollo dell’autorità statale in quel momento sono stati pagati dall’intero popolo italiano. Se con la deposizione di Mussolini la monarchia aveva ottenuto il consenso della maggioranza della popolazione, questa unità nazionale si spezzò con l’8 settembre. La scelta di un netto distacco dal passato, che il re Vittorio Emanuele III non era riuscito a fare, ricadde sull’intera popolazione. La maggioranza mantenne l’atteggiamento attendista, che aveva caratterizzato gli ultimi anni di guerra, cercando di sopravvivere fino alla conclusione del conflitto è solo 1 minoranza rispose al richiamo del rinato partito fascista all’onore della patria e alla fedeltà alla alleanza con la Germania, ormai attestata come forza di occupazione nel paese. L’8 settembre costituì però anche un importante punto di svolta perché rappresentò l’occasione per un rilancio dei valori dell’opposizione antifascista. Il vuoto di potere tenutosi a creare con il tracollo di tutta 1 classe dirigente costrinse una parte della popolazione a fare un bilancio del disastro cui il regime aveva portato il paese. Non soltanto gli esponenti dell’opposizione antifascista, che lo stesso 9 settembre dettero vita al comitato di liberazione nazionale, ma anche molta gente che fino a quel momento aveva appoggiato il regime fascista, di fronte all’occupazione tedesca fu spinta gradualmente ad una condanna della guerra fascista e all’adesione al movimento di resistenza. Si trattava sempre di una minoranza, ma che poteva diventare espressione, nel governo antifascista di Bonomi, della volontà di rinnovamento e di riconquista della democrazia del paese il trauma dell’armistizio alla frattura nel paese che ne seguì non sono stati però totalmente superati, non soltanto perché non è stata fatta chiarezza su quello che veramente successe e non sono state accertate le responsabilità individuali, ma perché il nuovo Stato, fondato sulla resistenza, intesa artificiosamente come lotta di popolo, ha preferito rimuovere persino il ricordo della tragedia dell’8 settembre, simbolo della sconfitta militare della catastrofe morale che avevano coinvolto tutto il paese, per ricordare soltanto il 9 settembre come l’inizio della nuova Italia nata dal movimento di liberazione” (pp. 76 – 79).