DOVE VA LA SARDEGNA? UNA BREVE RIFLESSIONE SUL NUOVO PIANO SANITARIO REGIONALE (ADRIANO SITZIA)

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Il “Belpaese” è noto anche come quello dei cento campanili, tanto che per salvaguardare questa caratteristica dal 1931 al 1961 i Comuni sono aumentati di ben 724 unità!!! Fa niente se poi i campanili, quelli veri, ogni tanto vengono giù. D’altronde, non soltanto per loro responsabilità, oggi ci ritroviamo 84 Comuni in dissesto finanziario e 146 a rischio di diventarlo. D’altro canto, non può essere sottaciuto il fondamentale ruolo che la storica parcellizzazione degl’Italiani in piccoli e piccolissimi centri ha avuto per il controllo e la gestione del territorio e delle sue risorse. Va semmai modificato lo strumento amministrativo.
Una riforma questa delle amministrazioni locali che prima o poi si sarà costretti a fare se continuerà ininterrotta e sempre più rapida l’affermazione di quel fenomeno insieme economico, demografico, culturale e sociale, che possiamo definire “urbanizzazione indotta” (chiaramente non c’entrano nulla le opere di urbanizzazione). Un fenomeno questo ormai assurto a modello di modernità e che prevede la concentrazione in spazi vieppiù ristretti di grandi masse di popolazione, attratta per un verso da maggiori prospettive di occupazione, ma anche da tutta una serie di seduttivi richiami quali più ampi e migliori servizi, una teoricamente maggiore possibilità di appagamento dei moderni bisogni – spesso più “suggeriti” che reali – e dunque la – per tanti alla fine solo illusoria – possibilità di essere “in”, protagonisti dei più aggiornati stili di vita. A questo scopo si concentrano e addensano in alcune primarie realtà urbane, generalmente storiche capitali di antichi regni o regioni storiche, tutta una serie di poli politico-amministrativi, economico-produttivo-distributivi, sanitari, infrastrutturali, culturali e perfino religiosi, così da creare quell’indotto demo-magnetico per le aree circostanti, progressivamente sempre più potente. Tutto ciò è stato favorito anche dal crescere – almeno quantitativo, se non qualitativo – negli ultimi decenni del livello di scolarizzazione e dal conseguente abbandono, da parte delle generazioni prima postbelliche e poi, soprattutto, postsessantottine dei settori un tempo predominanti, quali agricoltura e allevamento, faticosi, non sufficientemente redditizi e senza certezze, per andare ad ingrossare le fila dei colletti bianchi.
Cos’ha provocato tutto ciò? Basta vivere in una media/grande città per rendersene conto: costo della vita e dei servizi sempre più alto ma qualità della stessa sempre più bassa; conseguente crescita di quelle sacche di nuovi poveri, sempre più spesso caduti da livelli sociali un tempo “piccolo-medio borghesi”, per choc a volte economici e lavorativi (licenziamenti, chiusure di molte attività in seguito alla crisi, lavori sempre meno redditizi, quando non sottopagati ecc.) altre volte legati alla sfera privata (separazioni, problemi di salute, ecc.); giganteschi quartieri-dormitorio, sovente nei Comuni del cosiddetto hinterland, la cui crescita ha dato luogo a vere città-fantasma; difficoltà per gli enti locali, i cui bilanci sono stati sottoposti alle cure “razionalizzanti”, in realtà ecatombee, degli euro-progressisti, di gestione degli stessi servizi basilari (trasporti urbani, istruzione, infrastrutture, servizi sociali ecc.) …
Ma il vero e in parte forse già irrimediabile danno si sta vedendo proprio fuori dai grandi agglomerati urbani. Infatti per la crescente urbanizzazione, la necessità comunque di presidiare in qualche modo i grossi centri, e la scemante capacità economica del Paese, proprio l’avvento di queste politiche “razionalizzanti” ha depauperato e sta depauperando il territorio di tutti quei servizi, oggi imprescindibili per il proseguimento e il decoro della vita stessa, nonché per il trattenimento “in loco” delle nuove generazioni o, almeno, di una parte importante delle stesse. A tal proposito vale la pena ricordare che la superficie territoriale occupata dai piccoli Comuni italiani – quelli al di sotto dei 5000 residenti – è di ben 162994 kmq su un totale di 301336, mentre il dato sardo è di 16762 su una superficie complessiva di 24090 kmq (in pratica i due terzi della Sardegna). I rischi di una desertificazione, soprattutto in tutte quelle realtà già demograficamente ed economicamente prostrate, e le conseguenze a medio-lungo termine sono facilmente immaginabili. L’ex ct azzurro Conte sicuramente urlerebbe il suo celebre “agghiacciande”!
Dicevo che anche nella nostra isola si sta ormai favorendo – probabilmente in modo inconsapevole – l’urbanizzazione indotta, oltre che la più tradizionale emigrazione nel “continente”. In primis lo sta facendo la stessa Regione, nonostante a parole certi suoi onorevoli continuino a sbandierare la lotta allo spopolamento del territorio quale priorità delle loro azioni amministrative. Lo fa perché gli eletti rispondono in primo luogo ai territori di provenienza: e, banalmente parlando, quelli più abitati sono anche i più rappresentati. Se a questo si aggiunge la patologica miopia della politica e la scarsa propensione degli “eletti” di qualche zona demograficamente ed economicamente meno significativa – ogni riferimento ovviamente è casuale – a colluttare per gli interessi dei propri territori di appartenenza, beh i risultati non possono che essere questi.
L’ultimo esempio è il nuovo piano sanitario regionale con il collegato riordino delle strutture dedicate, dunque in primis gli ospedali. Beh, come volevasi dimostrare, i giochi li stanno facendo Cagliari, Sassari e Olbia, con Nuoro che, in forza del suo abituale rivendicazionismo, della posizione geografica isolata nel contesto del policentrismo sardo, oltre ovviamente della tradizionale compattezza e abilità dei suoi politici, prova come al solito a strappare qualcosa di importante.
Invece indovinate un po’ chi rischia di prendersela nel …? Beh, per rispondere correttamente non ci vuole sicuramente un cervellone. Solo che questa volta il danno, riguardando salute e possibilità di prevenzione e cura, rischia di essere molto più grave dei precedenti. In più nella competizione per accaparrarsi letti, dipartimenti, strutture complesse ecc. adesso s’è silenziosamente ma efficacemente inserito un altro concorrente pericoloso ma finora sottovalutato: San Gavino, dove è quasi ai nastri di partenza la realizzazione di un nuovo moderno – e alquanto costoso – nosocomio, che ovviamente dovrà essere “riempito” di appropriati contenuti (letti, reparti, strutture complesse con annessi incarichi ecc. ecc.).
Forse vi chiederete come mai un centro di 8700 abitanti, che dista venti minuti da Cagliari, e che non ha un bacino di utenza neppure lontanamente paragonabile a quello oristanese, sia stato scelto per realizzare l’unico ospedale pubblico sardo di questo inizio secolo (son già trascorsi 17 anni!). E potreste anche chiedervi il senso di una spesa così ingente per un nuovo ospedale a venti minuti da Cagliari – e altrettanti da Oristano!!! – mentre, per “razionalizzare” spese e costi, si sta tentando di declassare altri presidi ospedalieri in zone isolate o comunque mal collegate – tolti i famosi elicotteri – con i centri più importanti.
Volete una risposta? E’ tutta colpa di … di Freud!