C’E’ POCO DA FARE AD ORISTANO? (ADRIANO SITZIA)

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A parte l’architettare stratagemmi contro le mosche e le zanzare, c’è poco da fare ad Oristano”: questo è l’illuminante – o sarebbe meglio dire “fulminante” – incipit di un brano dedicato alla nostra città dallo scrittore inglese John Ernest Crawford Flitch (1881 – 1946) nel suo “Mediterranean moods, footnotes of travel in the islands of Mallorca, Menorca, Ibiza, and Sardinia”, uscito nel 1911 e, in edizione italiana (ma solo per la parte relativa alla Sardegna), nel 1998, per le edizioni Della Torre, a cura di Lucio Artizzu. “Stando a sedere fuori di un caffé in piazza del Mercato e badando ai gruppi di cittadini che sbadigliano al sole – prosegue il nostro semisconosciuto ammiratore – chiesi ad uno del posto quale fosse il principale passatempo della città. Quegli stese in avanti entrambe le mani in un subitaneo cerchio che comprendeva l’intera piazza: “Questo!” Seguono alcune parole sulla oristanese scienza del piacere, di cui l’anonimo interlocutore, forse grande ammiratore dell’orologio torriere, aveva così eloquentemente fornito al Crawford Flitch univoca spiegazione mimica.
Beh, allora? Si tratta di un giudizio come un altro (peraltro pure fondato)! – direte voi. Certo, non c’è dubbio: viva la libertà! Il problema però sta nel fatto che queste, diciamo così, insinuanti parole, dal mese giugno fanno bella mostra di sè proprio in piazza Roma, con tanto di versione bilingue.
Ora, non posso qui riportare fedelmente alcune reazioni di chi ha avuto il … piacere di leggere these beautiful words: posso solo dire che sono state molto colorite. In estrema sintesi la scelta del passo è stata giudicata un ottimo, anche se forse involontario, esercizio di tafazzismo. L’ennesimo. D’accordo, una targa GT non l’ha negata quasi a nessuno, così come una transenna. Ma, forse, in questo caso “letterario” una maggiore attenzione sarebbe stata opportuna.