IL RITORNO DELLE SPOGLIE DEI RE E L’USO STRUMENTALE DELLA MEMORIA (ADRIANO SITZIA)

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Alla fine ce l’hanno fatta: il re Vittorio Emanuele III di Savoia e la sua consorte Elena Petrovic-Niegos del Montenegro sono tornati in Patria dopo decenni di esilio. Non sono tornati al Pantheon ma si sono dovuti accontentare del peraltro maestoso Santuario di Vicoforte “Madonna del Pilone Regina Montis Regalis”, in provincia di Cuneo. Comunque son tornati. E con loro sono ricomparse le solite sterili polemiche, che accompagnano spesso questi eventi, questa volta causate anche dall’utilizzo di un volo di Stato per riportare dall’Egitto le spoglie del re-imperatore. Infatti varie associazioni e qualche esponente politico – non molti in verità! – hanno fortemente criticato questo atto e l’indispensabile supporto istituzionale da parte dello Stato e della Chiesa.
Dall’altra sponda l’argomento più utilizzato ed invocato è stato ancora una volta quello della “riconciliazione”, ormai fin troppo facilmente sfruttato in un Paese dove la memoria collettiva si limita al gioco del calcio e la conoscenza della storia è considerata una vera e propria perdita di tempo. Così memoria e storia, in una condizione generale di tabula rasa, vengono facilmente “piegate” in modo strumentale e a scopo smodatamente politico.
In questo senso si inquadra appunto ‘sta “strana” idea di riconciliazione in versione italiana. Eppure, se “riconciliarsi” significa ancora “rappacificarsi”, allora per arrivare a questo nobilissimo atto occorre prima fare un doloroso quanto preciso percorso, che può prevedere o il riconoscere le proprie colpe e presentarsi di fronte alle “vittime” per chiedere “perdono”, come fu tentato in Sud Africa con la “Truth and Reconciliation Commission”; oppure l’istituzione di un organismo ad hoc che investighi, persegua e punisca i colpevoli, ponendoli di fronte alle loro responsabilità, come avvenne con i processi di Norimberga e Tokyo. Purtroppo in Italia non è accaduto né l’uno né l’altro, né allora né poi. Anzi!
Sul caso specifico Alessandro Cassinis, in un suo intervento ieri sul “Secolo XIX”, tra le altre cose ha scritto: “In un Paese con la memoria collettiva più corta di quella individuale, che non ricorda più nemmeno i fatti di una vita fa, è bene litigare sui morti e non accettare come un evento di pacificazione naturale gli onori tributati con il concorso dello Stato repubblicano a uno dei peggiori monarchi della storia d’Europa, l’uomo che in 46 anni di regno, i più tragici dell’Italia moderna, ha lasciato massacrare le sue truppe in trincea da generali indegni, ha spalancato il potere a Mussolini, ha controfirmato le leggi razziali, ha consentito al regime di perseguitare gli oppositori, di annichilire il Parlamento e imbavagliare la stampa, e infine ha abbandonato il Paese alla vendetta nazista per salvarsi la pelle”. Il noto giornalista così riassume efficacemente la parabola di un re, sulle cui gracili spalle pesano centinaia di migliaia di morti, l’inutile Prima guerra mondiale, il sorgere del fascismo, un antistorico colonialismo, la legalizzazione del razzismo e la nefasta quanto ingloriosa partecipazione italiana alla Seconda guerra a fianco della Germania nazista. Certo la storia va contestualizzata e gli avvenimenti devono essere inseriti nella cornice storica più possibile giusta, obiettiva e completa della prima metà del Novecento, che vide tra l’altro l’affermarsi e l’espandersi del Comunismo, il 1929 e tutte le sue conseguenze, la tracotante politica estera inglese ad esclusiva tutela della propria declinante supremazia mondiale, la poderosa spinta espansionistica economica e militare degli USA, gli imperialismi tedesco e giapponese ecc. Tuttavia e nonostante ciò, resta un giudizio storico fortemente negativo tanto che di questo sovrano ad essere generosi si potrà al più dire che si trovò al posto sbagliato nei momenti sbagliati.
Quanto a tale stravagante idea di riconciliazione, avanzo una proposta: perché non riconciliarci finalmente con la conoscenza della nostra storia e con la nostra labile memoria, sfuggendo così alla facili strumentalizzazioni politiche?
In una sua conferenza di qualche anno fa lo storico Giovanni De Luna, a lungo titolare della cattedra di storica contemporanea all’Università di Torino, ebbe a sottolineare che in Italia abbondano le leggi sulla memoria: la legge 211 del 20 luglio 2000 in base alla quale il 27 gennaio è diventato giorno della memoria della Shoah; la legge 32 del 30 marzo 2004 che ha fissato al 10 febbraio la giornata dedicata alle vittime delle foibe; la legge 56 del 4 maggio 2007 che ha creato il 9 maggio giornata in memoria delle vittime del terrorismo. Lo studioso ebbe però a osservare che: “Per la giornata in  ricordo delle vittime della Shoah, scegliere il 27 gennaio (data di apertura dei cancelli di Auschwitz) e non il 16 ottobre (data della più grande razzia di ebrei italiani dal ghetto di Roma) significa, ad esempio, evitare di mettere l’accento sulle dimensioni italiane dello sterminio e sulle complicità della Repubblica di Salò. La scelta del 9 maggio (assassinio di Aldo Moro) e non del 12 dicembre (strage di Stato di Piazza Fontana) privilegia di fatto la stagione del terrorismo rosso mettendo in secondo piano lo stragismo e le bombe fasciste. E il 10 febbraio corrisponde alla scelta dell’anniversario del trattato di Parigi che con la tragedia delle foibe (svoltasi in due riprese, dopo l’8 settembre 1943 e nel maggio 1945) c’entra molto poco, così da sembrare una sorta di controaltare al 27 gennaio“. Insomma il solito uso strumentale della memoria e della storia. Su queste basi come è possibile arrivare ad una vera riconciliazione, seppur ormai a distanza di molte generazioni?