I MIGRANTI ED IL LORO USO POLITICO [LUCA PERDISCI]

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Migranti sì, migranti no. Una delle questioni su cui si concentra il dibattito politico in Italia riguarda proprio le politiche da adottare nei confronti delle persone extracomunitarie che bussano alla nostra porta. Le soluzioni che si affacciano sono diverse, spesso assolutamente antitetiche; però, a ben guardare, sono tutte figlie del medesimo presupposto.  Infatti il paradigma culturale che le sorregge o, se vogliamo, il punto di vista di coloro che le propongono, è quello che definirei economico-funzionalista poichè considera l’immigrato solo in relazione alla sua utilità o dannosità economica per la nostra società. Ad esempio: toglie lavoro e case popolari agli Italiani? Allora è dannoso e va respinto. E’ utile per pagare le nostre pensioni o per svolgere lavori che noi ci rifiutiamo  di fare …? Allora va accolto. Con buona pace dell’addirittura ridondante teorica – e retorica! – occidentale dei diritti umani, delle convenzioni internazionali, della dignità della persona sancita solennemente nella nostra stessa Costituzione come diritto “fondamentale”, ovverosia come diritto che trova il suo fondamento in sé e per sé e non certo sulla base della funzione sociale della persona e quindi sulle utilitas ritraibili dall’ “homo habilis”.
E’ evidente che, anche con riferimento ai migranti, come abbiamo già sostenuto su questo stesso blog a proposito dei rapporti tra crescita economica e salvaguardia del pianeta, il re è maledettamente nudo e le contraddizioni del sistema vengono tragicamente ad evidenza. In questo caso a farne le spese sono esseri umani, persone costrette, indotte o stimolate a lasciare la propria terra in vista della possibilità di giungere ad un paradiso economico ed ancor prima valoriale che non può essere loro offerto semplicemente perché non esiste quasi più neppure per gli stessi indigeni.
In questo contesto si sono recentemente inserite anche le formidabili frasi dell’Assessore regionale sardo alla sanità Luigi Arru, secondo il quale “In Sardegna per invertire la tendenza al drammatico calo delle nascite bisogna favorire l’immigrazione. Altrimenti sarà difficile guardare con ottimismo al futuro” (sic!). Qui il disastro è stato proprio completo poiché da un lato la Sardegna e le sue comunità vengono dal nostro Assessore ridotte al “rango” di riserve di caccia da ripopolare e, dall’altro, gli immigrati considerati come selvaggina ad elevata capacità riproduttiva. Quella demografica è una questione assai seria ed importante e va affrontata insieme a quella dei livelli sostenibili di consumo pro capite di risorse, posto che solo al decrescere di questi si può responsabilmente incrementare la popolazione, e non viceversa, come invece sovente si ritiene. Non è necessario conoscere le teorie del reverendo Malthus per rendersi conto che proprio la smodata pressione antropica sulle risorse sta generando gli sconvolgimenti geopolitici e ambientali, a loro volta causa delle migrazioni di massa. Concepire adeguate politiche per l’immigrazione è, a mio parere, velleitario senza aver fatto maturare una coscienza neocomunitaria capace di coniugare libertà e socialità, antico e moderno. Da qui e solo da qui passa la possibilità di integrarsi con i portatori di culture altre rispetto alla nostra inverando autentici processi interculturali. La via che invece, fra l’altro con una disinvoltura sconcertante, oggi attraverso le parole di Arru, domani certamente di altri, si continua a proporre è quella globalistica, in cui persone mercificate, apolidi, senza radici e senza storia, vengono chiamate a convivere  e fondersi, secondo i meri dettami delle leggi di mercato. Essa non prefigura “sostituzioni etniche”, che, usando le stesse parole di Arru anch’io definirei “chiodo fisso di una destra becera“, ma molto, molto di più e di peggio: in questo gioco infatti, è la stessa dignità delle persone, migranti ed indigene, a nascere ed esaurirsi all’interno del mercato e quindi esclusivamente in ragione della capacità di consumare e produrre! Questo è ciò che il moderno Leviatano tecno-economico pretende dai suoi sudditi per integrarli nel suo sistema. Chiediamoci: è’ proprio questo ciò che vogliamo? E, ancor prima, siamo consapevoli di tutto questo?