LIBERTA’ VS COMUNITA’ … OPPURE NO! [LUCA PERDISCI]

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La scorsa settimana nell’ambito del Festival Paolino della Comunicazione ospitato quest’anno dall’Arcidiocesi Arborense si è svolto ad Oristano un incontro dibattito tra l’Arcivescovo di Oristano, Mons. Ignazio Sanna ed il teologo Vito Mancuso. La discussione muoveva dalla celebre frase del Vangelo di Giovanni: “la Verità vi renderà liberi”, per occuparsi, sotto il profilo teologico-ontologico, della vexata quaestio riguardante i rapporti tra Verità e Libertà, che, come è stato evidenziato nel dibattito, si può in estrema sintesi ridurre nei seguenti termini: chi comanda? La Verità, che rende l’uomo Libero, oppure la Libertà, che rende l’uomo Vero? Nella sua analisi l’Arcivescovo muoveva dalla Verità, cristologicamente intesa, e quindi sull’affidamento a Cristo, alla sua Parola ed alla sua persona, come via per la liberazione umana. Mancuso, pur non dissentendo in radice da questa impostazione, tendeva a ribaltare i termini del discorso, ponendo l’accento sulla Libertà dell’uomo (che lo distingue dagli altri esseri viventi) e definendo la Verità come un processo, che muovendo dal faticoso esercizio dalla Libertà, consente all’uomo di trascendersi e trovare la propria autenticità in qualcosa di più alto del proprio Io, la Verità per l’appunto.
Abbandoniamo qui il dibattito teologico, che pure meriterebbe ulteriori approfondimenti, per analizzare un altro rapporto dialettico in cui la Libertà dell’uomo si è da sempre dovuta cimentare, quello con la Comunità, nella quale si forgiano continuamente altre verità, non con la “v” maiuscola, ma altrettanto essenziali per gli essere umani. Anche in questo caso si sono contrapposti ordini di argomenti analoghi a quelli testé passati in rassegna e cioè : viene prima la comunità, al di fuori della quale non esiste la persona umana, che invece sorge, come tale, proprio nelle costitutive relazioni comunitarie (v. Aristotele); oppure viene prima la libertà dell’individuo, concepita come autosufficiente (v. Hobbes, Hume), e chiamata poi a resistere e venire a patti con gli interessi comunitari? Oggi il pendolo della storia appare essersi spostato decisamente verso la seconda delle due concezioni, posto che l’individuo contemporaneo, insofferente rispetto alle originarie dinamiche comunitarie, percepite proprio come limite alla libertà individuale, si afferma come cosmopolita nell’ambito della società liquida globale, che viene idealizzata come vero e proprio Eden libertario. Come dice efficacemente il sociologo francese Alain Touraine, l’uomo nel mondo globalizzato “si afferma direttamente senza intermediazioni di matrice sociale”
Eppure in tutta Europa, e non solo, sta spirando un grande vento che affrettatamente e dispregiativamente viene definito “populismo” e che io invece, mi sento di considerare come una forma di “neocomunitarismo”. Infatti mi appare essere soprattutto un moto di popoli che reagiscono, comprensibilmente, allo smarrimento ed alla insicurezza originata dalla famigerata globalizzazione, immaginando che ritirandosi in aggregazioni di piccole dimensioni possano trovare protezione, mutua solidarietà e riconoscimento. Mi trovo anche io tra costoro, riferendomi, in particolare alla comunità sarda, ma non per una rivendicazione etnico-identitaria o protezionistica, quanto perché credo che solo in ambiti più ristretti e, appunto, neocomunitari sia possibile immaginare di ricostruire una decente dimensione civica della persona e, insieme, il senso dell’appartenenza ad un destino comune, oltre a poter dare vita a sistemi economici autenticamente eco-sostenibili, o, meglio, resilienti.
Ma, siamo davvero disposti a ritornare a ragionare non solo di diritti ma anche di bene comune e di doveri del cittadino nei confronti della comunità?
La domanda è seria perché la storia ci ha mostrato come per questa via siano state imposte anche abiette pratiche liberticide e discriminatorie.
Vi è poi l’altro aspetto, a cui accennavo, che appare congiurare contro il comunitarismo e cioè il fatto che lo spazio sovracomunitario o globale, nonché la sua più fulgida espressione, la Rete, appaiono i luoghi ideali per consentire il massimo esercizio della libertà individuale. Ma siamo sicuri che sia proprio così ? Io ne sono sempre meno convinto. Dal punto di vista economico non penso valga la pena di soffermarsi su un dato che appare oramai assodato e cioè che la società economica globale produce eminentemente concentrazione di ricchezza e sfruttamento lavoriale; ciò che, invece, mi appare più significativo è che essa costituisce oramai lo spazio in cui l’uomo moderno sente la privazione della sovranità politico-democratica.
Al proposito trovo davvero calzante riprendere per adattarlo ai nostri giorni, il ragionamento, riproposto dal filosofo Costantino Preve, che Gyorgy Lukàcs faceva già nel secolo scorso sull’uomo moderno, osservando come esso oscilli tra un astratto senso di onnipotenza, che gli deriva dalla sovranità della sua coscienza interiore sempre più capace di trascendersi verso una dimensione universale, ed al contempo un concreto senso di impotenza nello sperimentare l’estrema difficoltà di incidere poi nella concreta dimensione fattuale. Ecco, quel rapporto con l’universale che fa sentire oggi l’uomo globalizzato ancor più libero e cosmopolita, anche in virtù del mezzo digitale che utilizza, mi pare gli restituisca, in maniera sempre più lancinante, il senso della sua impotenza ad incidere finanche nella dimensione comunitaria in cui, volente o nolente, è immerso, e che non è certo quella di facebook. E così veniamo al punto: la menzogna delle cosiddette “comunità globali”, che comunità non sono, poiché difettano, tra l’altro, di due essenziali caratteri: un puntuale riferimento territoriale (che io declino in termini bioregionali) e la relativa sovranità. Concetto, quest’ultimo che non è certo una bestemmia, purché non lo si intenda come una sorta di rivendicazione dominicale sopra una dato territorio, arbitraria ed escludente verso gli estranei, bensì come potere-dovere di una comunità di prendersi cura responsabilmente del territorio in cui vive e delle relazioni che in esso si inverano. In difetto accadrà, come già sta accadendo, che quel potere non scomparirà, ma verrà esercitato sulla pelle di persone e comunità da entità sovraterritoriali dalle sembianze evanescenti (oligarchie capitalistico-finanziarie,tecnocrazia ecc.) ma terribilmente efficaci.
Quello comunitario è un destino, e direi niente affatto liberticida. Sono infatti convinto che coltivare da buoni cives innanzitutto “l’orticello” che sta intorno a noi, facendo si che lì, e non solo nel cyberspazio, vi sia anche una continua epifania di valori universali, antidoto al localismo (certo da rifuggire quanto il globalismo), sia il modo migliore per celebrare e difendere proprio la nostra libertà.
Alla geopolitica, e quindi alle relazioni inter-comunitarie, sarà bene dedicare partitamente altre riflessioni.