CHI SALVERA” I PROTETTORI DEL PECORINO ROMANO ? (LUCA PERDISCI)

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Chi salverà i protettori del pecorino romano ? E, soprattutto, chi o che cosa difenderà i sardi da se stessi ? La vertenza sul prezzo del latte ovino che vede oramai da giorni protagonisti non solo i pastori ma la Sardegna tutta, non fosse una cosa tremendamente seria, potrebbe davvero essere tradotta in una piece teatrale dai risvolti tragicomici. In queste settimane ho cercato,come tanti,di farmi una idea, quanto più possibile compiuta, su ciò che sta accadendo, districandomi tra le tante fonti mediatiche in cui si evocano in continuazione numeri che smentiscono numeri ed in cui traspare diffusamente un certo pregiudizio ideologico, se non antropologico, in favore dei pastori e contro gli industriali. Ciò che sarebbe pure comprensibile e condivisibile non fosse che anche i pastori, a mezzo delle cooperative di trasformazione a cui sono associati, sono divenuti essi stessi industriali e corresponsabili della sovrapproduzione di Pecorino Romano. A mente di Coldiretti, infatti, 33 caseifici su 35 avrebbero sforato la propria quota produttiva di Pecorino Romano, e dal momento che di questi 35 caseifici 12 sono di proprietà di “industriali “ e 23 sono cooperative, traete un po voi le conclusioni.
Ma proviamo a procedere con ordine. L’accusa che i pastori muovono ai produttori di formaggio, rectius, ai privati che producono formaggio, i cd.“ industriali” è quella di avere destinato alle produzioni di Pecorino Romano una maggiore percentuale di latte rispetto alla quota stabilita nel Piano di Regolazione di Offerta del Pecorino Romano DOP, adottato in seno all’omonimo Consorzio di Tutela nel maggio del 2015. Così facendo si è inevitabilmente causata la discesa del prezzo del formaggio. E siccome alla quotazione del Pecorino Romano è agganciato il prezzo del latte, inevitabilmente anche questo è crollato, anche se, secondo le associazioni allevatoriali, non al prezzo, (intorno ai 6o centesimi al litro), indicato dagli industriali, bensì a quello più remunerativo, ma ancora insufficiente, di circa 70 centesimi al litro che viene pagato ai pastori dalle cooperative. Manco a dirlo diversa è la posizione degli industriali i quali si limitano lapalissianamente a rilevare quanto si è accennato sopra, e cioè che tra i trasformatori inadempienti vi sono anche e soprattutto i caseifici sociali, a cui spetta la quota del 60% delle produzioni di Pecorino Romano, spinti a sovra produrre dai prezzi molto alti delle campagne precedenti. Tra le cause del surplus produttivo vi sarebbe inoltre una produzione eccessiva di latte, ammessa dagli stessi allevatori, seppure nella modesta percentuale del 5%. La contro replica che taluni portano è che in realtà le cooperative avrebbero poi svenduto il formaggio proprio agli industriali, essendo questi, di fatto, gli unici a controllare i canali di smercio del Pecorino Romano.
Ora, al di là delle reciproche accuse, e dell’indagine circa la loro fondatezza, di cui, a quanto pare, si occuperà anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, credo che per provare a comprendere questa annosa vicenda ci si debba soffermare un poco sui Consorzi di Tutela delle Produzioni DOP, di cui fa parte quello del Pecorino Romano. I Consorzi nacquero, lo si dimentica troppo spesso, con il mero scopo di garantire e promuovere la qualità di determinate produzioni alimentari. Non era nella loro natura definire in maniera programmatica le condizioni per l’offerta dei detti prodotti, ovverosia, nel nostro caso, stabilire quanto formaggio potesse essere annualmente prodotto o meglio potesse essere messo sul mercato. Tanto è vero che i tentativi in tal senso, intrapresi in passato dai Consorzi del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano, vennero puntualmente “stroncati” dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Solo di recente, nell’ambito delle nuova politica agricola comunitaria (PAC) si è giunti a riconoscere ai Consorzi questo facoltà con lo scopo di assicurare una crescita sostenibile e duratura del comparto. Ad onta di quanto spesso ho sentito dire in queste settimane, nei Piani di Regolazione dell’Offerta del formaggio sono puntualmente previsti meccanismi “sanzionatori” per disincentivare gli eccessi di produzione e per conferire “giuridicità”a questi accordi. Nel piano per il Pecorino Romano essi si sostanziano nell’obbligo per i caseifici di corrispondere al Consorzio un contributo supplementare pari a 0,16 euro per ogni Kg di prodotto eccedente la quota. Ciò che, invece, per espressa previsione normativa (si veda l’art 6 delle Linee Guida di cui al D.M. n° 15164 del 12.10.2012) i Piani di Regolazione dell’Offerta non possono fare, è impedire l’immissione nel mercato delle produzioni in eccesso. Questa circostanza può essere compresa se, come si è detto, si pone mente alla peculiare natura del ruolo dei Consorzi ed al fatto che la possibilità di adottare norme vincolanti per la regolazione dell’offerta di formaggi è già di per se una deroga al divieto di intese restrittive della concorrenza di cui all’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, e quindi può operare nell’ambito di stretti limiti normativi, sulla cui osservanza è sempre molto vigile l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
In definitiva si tratta di uno strumento totalmente inadeguato a contenere le spinte alla crescita produttiva a cui le aziende allevatoriali sono costrette anche per cercare di remunerare i folli investimenti che il mondo delle campagne ha sostenuto negli ultimi decenni, malamente consigliato da quelli stessi soggetti che oggi li rappresentano a vario titolo nei “tavoli” della vertenza latte.
A chi o a cosa dobbiamo il fatto che circa la metà degli oltre trecentomilioni di litri di latte ovino prodotti annualmente nel Lazio ed in Sardegna vengano trasformati in Pecorino Romano, che a sua volta è destinato per la metà al mercato americano? Alla regola della “massa critica”. Per stare sui mercati, soprattutto quelli globali, per fare innovazione e per competere bisogna essere grandi grossi e fare grandi produzioni. Questi sono i due miti dell’economia moderna che sono da sempre in antitesi con le specificità bioregionali della pastorizia sarda, costituita da piccole aziende ben distribuite sul territorio. Aziende a naturale vocazione allevatoriale estensiva, cioè a pascolo brado con modesti apporti di mangimi, e quindi ecosostenibili e accettabilmente rispettose del benessere animale. Aziende al contempo depositarie e fonte di saperi caseificatori molteplici e variegati, certo mortificati nelle mono produzioni di Pecorino Romano.
E’ triste vedere come gli stessi pastori si siano lasciati sedurre dalle sirene delle produzioni di massa volte alla conquista dei mercati esteri. Di fronte alle insidie che ora si trovano inanzi essi si limitano a fare ciò che decenni di assistenzialismo gli ha insegnato a fare, pretendendo cioè di stare nei mercati globali per coglierne le opportunità ma non i rischi, e così rivendicano, tra l’altro, un prezzo minimo del latte garantito in funzione dei costi di produzione, nonché la reintroduzione da parte dell’UE dei contributi all’Export. Ciò, ovviamente, sottacendo che il sistema allevatoriale è già ampiamente sussidiato con le indennità compensative e per il benessere animale.
In realtà: “l’unico modo per permettere condizioni di vita sostenibili è quello di creare una domanda locale per produzioni locali, perché tutta questa teoria di dare ai nostri contadini un accesso al mercato globale significa in pratica che gli stessi contadini verranno prima o poi distrutti”. Così, già molti anni fa si esprimeva Wendell Berry (una delle figure più luminose del pensiero Bioregionalista insieme a Gary Snyder e Peter Berg) auspicando il ritorno a quello che egli chiama ”l’adattamento locale” (ed io definirei resilienza), ovverosia alla capacità delle persone di impiegare le risorse dei propri luoghi innanzitutto per nutrire se stesse e solo dopo, eventualmente, pensare ad esportare il surplus.
Certo gli innamorati delle ferree logiche dei numeri obietteranno che ci sono oltre 500 mila quintali annui di formaggio ovino da convertire in altre produzioni e da smerciare nei mercati locali sardi (e laziali). A questi replico che è proprio continuando con la mentalità ragionieristica di chi sa solo fare di conto e, quindi, calcola piuttosto che ragionare ed inventare, che siamo giunti a questa situazione. Se invece i Sardi, oltre a dare astrattamente solidarietà ai pastori si adoperassero, in primis mediante l’azione politica, per ricostruire una rete efficiente di consumi locali, allora l’attuale vertenza rimarrà tra non molto un triste ricordo o meglio un passaggio dialettico, forse, necessario, per giungere a sintesi socio-economiche più alte. Ciò che è in ballo, infatti, come taluni commentatori hanno già lucidamente osservato, è il volto della Sardegna non solo quello delle sue zone rurali.