“DI PAULILATINO” (A C. DI ILARIA URGU, EDITORIALE DOCUMENTA, SS 2019) [ADRIANO SITZIA]

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Questo torrido periodo agostano, oltre alla “strabica” crisi di governo andata in onda proprio in pieno Ferragosto, mi ha anche offerto la possibilità di qualche interessante lettura. In particolare ho avuto occasione di apprezzare un volume, secondo me, alquanto originale nella formula e, come tale, curioso. E’, come efficacemente descritto nella “Nota alla lettura”, una “antologia di fotografie relative a 121 soggetti, ed eventuali rispettive famiglie, nati e/o residenti e/o domiciliati in Paulilatino, e di età superiore ai settant’anni”. Ogni soggetto è stato presentato con due foto, una per l’età giovanile e l’altra dei tempi d’oggi (ma rigorosamente in bianco e nero), per indicare non solo simbolicamente il percorso di una vita. Questa poi è sinteticamente descritta nelle biografie che, a mo’ di didascalia, esplicano le immagini.
Il titolo della pubblicazione è semplice quanto esaustivo ed efficace: “Di Paulilatino”.
Il volume è stato curato da Ilaria Urgu, paulesa d’origine ma molto nota ad Oristano, in quanto archivista in quel del Comune e appassionata ricercatrice di memorie cittadine. Con lei ha collaborato Giovanna Cossu, mentre la parte fotografica si deve a Monica Selenu.
Quale aspetto mi ha maggiormente colpito? Beh, penso che il lettore, soprattutto quello più giovane, che vorrà fermare lo sguardo sulle note biografiche di questi ultrasettantenni di Paulilatino, farà certamente l’istruttiva esperienza di un mondo che, con gli occhi di oggi, potrà persino stentare a credere che ci sia mai stato. Un mondo semplice, economicamente povero, essenziale, dove ogni giorno si lottava per garantire a sé e ai propri cari l’indispensabile e dove non poteva esserci posto per il superfluo (“I pantaloni e la borsa per la scuola me li cucì mia madre con i tendoni usati dai militari”, dice ad un certo punto Guido P.); un mondo dunque senza orpelli o fronzoli, che non fossero quelli del costume della festa (“Un tempo ci bastava andare al bar di zia Virginia per farci due risate davanti a un mazzo di carte”, secondo Mario P.); un mondo fondato sulla famiglia, inserita in un microcosmo paesano, in questo caso di Paulilatino, che però avrebbe potuto essere di tanti altri centri, come chi ha ancora il privilegio di avere “in casa” degli anziani e/o ascoltare le loro “storie” può certamente confermare.
Un mondo, dicevo, che non c’è più, perché nel frattempo per un verso lo sviluppo tecnologico e l’edonismo consumistico, per l’altro quella che taluni definiscono “secolarizzazione” hanno deliberatamente fatto svanire. Come spesso mi capita di ripetere, siamo passati dall’Ape all’app, senza però aver ben compreso se e quanto ci abbiamo guadagnato. Questo non vuol dire che si stava meglio quando si stava peggio. No, assolutamente no. Ma il nostro progressivo quanto almeno parzialmente inconsapevole distacco dalla terra, dalla campagna, dal rapporto diretto con la stessa natura e con i nostri simili, a cosa ci sta portando, in chi/cosa ci sta trasformando? “Ho trascorso un’infanzia povera ma felice”, dice Pietrina F. E Cosimo F. sottolinea che “non mi fermavo: non potevo, sapevo che dovevo continuare per me e per la mia famiglia”. Per Angelina F., recentemente scomparsa: “La vita è bella ma va lavorata, intessuta con spirito di sacrifico e costanza. Solo così potrà rendere i frutti sperati”. “Dopo la morte di mio padre, mia madre fece tanti sacrifici: lavorava da mattina a sera per non farci mancare il pane quotidiano, dimostrando che l’amore per i figli è infinito”, aggiunge Angela F., mentre la nonagenaria Teodolinda Assuntina D. racconta che ha fatto una bella vita, perché si è sentita “amata dalla mia famiglia, cosa che mi ha sempre dato la forza di superare ogni difficoltà”.
Le parole dunque sono sempre le stesse: famiglia, amici, lavoro, sacrifici e last but not least la fede. Una fede ben diversa per esempio da quella oggi esibita disinvoltamente nelle piazze o nelle aule parlamentari. Una fede semplice ma sincera, una fede quotidianamente vissuta, dalla quale trarre conforto e speranza soprattutto nei momenti di difficoltà o di indicibile dolore: “La fede – secondo Imbenia M., lucida ultranovantenne – non è solo un atto di fiducia, è anche monito di conforto e serenità”. E Maria Antonia M. ribadisce efficacemente questo ruolo lenitivo e confortatorio della fede: “Ho dovuto affrontare tanti dolori, come la perdita di miei fratelli ancora giovani, ma sono andata avanti grazie alla fede”, mentre Giovanna M. ringrazia il Signore per il dono di una bella famiglia e Pinuccia M. assegna alla fede anche il ruolo di educatrice.
Ecco, leggere queste parole sobrie, scarne, schiette, trovarmi di fronte a pensieri semplici, limpidi come questi, almeno per me, è stata un’immersione senza bombole in un mondo, in una società, in un modo di vivere che il mio percorso ha soltanto lambito. E’ dunque un’esperienza di lettura che consiglio, non solo a puro titolo di conoscenza o di curiosità, ma anche come cartina al tornasole di fronte alle “magnifiche sorti e progressive” dei nostri tempi.
Buona lettura.