“MUSSOLINI HA FATTO ANCHE COSE BUONE”(?) [ADRIANO SITZIA]

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Nella nostra “città della cultura” (per ora solo nelle intenzioni) invero le occasioni per confrontarsi con la storia contemporanea sono pochine. Così non mi sono lasciato sfuggire la presentazione, domenica mattina presso Librid, in piazza Eleonora, del libro “Mussolini ha fatto anche cose buone”, uscito per l’editore torinese Bollati Boringhieri nella collana “Temi”.
Di questa opera hanno parlato l’autore, Francesco Filippi, storico e formatore trentino, e Martino Contu, ricercatore (si è occupato in modo particolare delle vittime sarde alle Fosse Ardeatine e dell’emigrazione sarda nelle Americhe, in particolar modo in Uruguay) nonché direttore della rivista “Ammentu”. Con loro, in veste di moderatore, il giornalista ed ex sindaco di Sedilo Umberto Cocco.
Ma di cosa può trattare un libro come questo, dal titolo tra l’altro sottilmente equivoco? Lo ha detto subito Contu parlando di un vero e proprio prontuario con l’elenco di tutte le bugie che oggi continuano a circolare relativamente alle mirabolanti opere e ai grandi meriti del Fascismo, o, meglio, del suo Duce. Non a caso i capitoli sono intitolati “Il duce bonificatore”, “Il duce costruttore”, Il duce economista”, “Il duce condottiero e statista”, “Il duce femminista” ecc. ecc.. All’interno di essi, puntigliosamente, Filippi demolisce le tante leggende attorno alle qualità e ai meriti di Benito Mussolini e del suo regime.
Contu, pur ribadendo che la storia così come la realtà presenta tanti colori e sfumature, ha però voluto fin da subito premettere che “tutto ciò che è avvenuto in quel contesto, fosse anche positivo, è avvenuto sotto un regime totalitario”. Da questa considerazione basilare – ha proseguito – “dobbiamo muovere ogniqualvolta decidiamo di affrontare il tema del Ventennio fascista”. Un regime quello mussoliniano che – ha ricordato ironicamente lo storico cagliaritano – ebbe uno dei suoi punti di forza proprio nell’efficace lavoro del suo apparato propagandistico, i cui effetti si vedono ancora oggi. “Anche se, almeno per quanto riguarda la Sardegna, – ha sottolineato Contu – la trasmissione di una idea positiva del fascismo, piuttosto diffusa in particolare tra gli anziani, è stata favorita dal fatto che qui non v’è stata vera guerra guerreggiata” (a volerla dire tutta, quasi tutti i caduti in terra sarda si devono proprio ai bombardamenti da parte degli angloamericani, ndr). Per questo è importante saper smentire con appropriati strumenti culturali tutte le bugie, che si tramandano da padre in figlio e che oggi, grazie ai social, hanno maggiore capacità di penetrazione soprattutto tra i più giovani.
Proprio da quest’ultimo aspetto Filippi ha preso le mosse, sottolineando che “la propaganda fascista con i suoi slogan era valida allora ed è valida anche oggi, tanto che si può affermare che sì il fascismo è morto nel 1945, ma i fascisti no!”. In questo senso ha portato l’esempio del rapporto tra Mussolini e le bonifiche: “come è stato presentato Mussolini? Siamo di fronte a una vera e propria narrazione fiabesca dove un demiurgo, il Duce, facendo guerra alle acque, ha creato nuova terra, una terra bella, fertile, ubertosa, produttiva per affidarla alle mani di persone chiamate, non a caso, coloni, proprio come coloro che sono andati nelle terre africane”.
Martino Contu ha colto subito l’assist delle bonifiche, ricordando l’importanza e la fama di queste in Sardegna. “Va precisato subito che le bonifiche sono state pensate e progettate in epoca giolittiana e comunque sono iniziate ben prima del fascismo, che le ha portate a termine e sfruttate”, ha continuato lo storico sardo, che poi si è chiesto: ma queste bonifiche che cosa hanno portato? Sono state una cosa positiva o negativa? In questo senso ha voluto ricordare la tesi di un’altra storica isolana, Maria Carmela Soru, che nel suo libro “Terralba. Una bonifica senza redenzione”, mise l’accento sui diversi aspetti negativi per le popolazioni locali, in particolare per il Comune di Terralba, che, tra le altre cose, si vide sottrarre tre quarti del suo territorio, quelli che poi hanno dato vita a Mussolinia-Arborea. “D’altro canto non si può negare che, almeno per quanto riguarda Arborea, quel progetto ha avuto un futuro importante, tanto che oggi è la più importante realtà produttiva sarda e da agli abitanti di quel Comune il più alto reddito pro capite in Sardegna (insieme ad Arzachena)”.
Dal canto suo Filippi si è soffermato sulla differenza tra narrazione filofascista e realtà storica anche per quanto riguarda l’economia, lo sviluppo e il benessere del Paese. Stando alla propaganda è come se prima del fascismo si vivesse nell’età della pietra, non ci fosse niente. Poi è arrivato il fascismo e l’Italia magicamente si è trasformata in una potenza. Ma le cose stanno ben diversamente: il fascismo ha accresciuto la “clientelizzazione” del sistema, mentre il suo decisionismo è stato soprattutto di facciata. In generale, sotto il fascismo gli Italiani, lungi dal veder migliorata la loro situazione economica, invece diventarono più poveri. La stessa efficacia della politica demografica fascista, se letta con le lenti giuste, appare ridimensionata dal momento che la crescita più rilevante di popolazione si ebbe solo quando gli Stati Uniti e molti paesi del Sud America bloccarono i flussi migratori dall’Italia.
Filippi ha ridimensionato anche altre leggende mussoliniane, come quella dell’efficienza fascista. Per smentirla ha fatto riferimento a quanto accadde nell’estate del 1930, allorché un forte terremoto seminò morte e distruzione nell’Irpinia e nel Vulture. “Allora come oggi, nonostante i ripetuti annunci roboanti della politica e le parole d’ordine del Duce, quei poveretti si ritrovarono ad affrontare i rigidissimi mesi invernali sotto le tende militari”.
A proposito delle nefaste conseguenze dell’eredità fascista, sia Filippi sia Contu hanno citato la famosa riforma Gentile della scuola: per esempio, se oggi l’Italia ha un numero di laureati nelle materie scientifiche e tecniche ancora troppo basso, lo deve all’impostazione elitaria ed umanistica di questa riforma, rispetto all’impostazione positivistica precedente. Così se nel 1921-22 gli iscritti ad ingegneria raggiunsero quota 11400, nel 1939-40, alla vigilia della guerra (quando disporre di molti tecnici validi e preparati avrebbe fatto comodo, ndr) erano appena 7800, cioè 3600 in meno.
Filippi ha affrontato anche il tema sempre scottante delle leggi razziste e razziali fasciste, che non vennero “importate” dalla Germania nazista, come oggi si vuol far credere, ma furono il prodotto legislativo di quel razzismo all’epoca molto diffuso in tutta Europa; quello del presunto “femminismo” mussoliniano, il leitmotiv del progresso scientifico e tecnologico dell’Italia fascista e, infine, la tanto mitizzata previdenza sociale fascista, e le sue leggi sul lavoro.
Pensare un ipotetico passato positivo lascia una speranza nell’animo di chi è scontento del proprio presente”. In questa frase dell’autore si trova una spiegazione credibile del revival fascista a cui oggi si sta assistendo. Ma temo che, alla base di tale “ritorno di (della?) fiamma”, ci sia soprattutto la delusione nei confronti di quella che molti chiamano poco patriotticamente “Italietta”.