DOV’E’ LA CONOSCENZA CHE ABBIAMO PERDUTO NELL’INFORMAZIONE? [LUCA PERDISCI]

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All our knowledge brings us nearer to our ignorance,
All our ignorance brings us nearer to death,
But nearness to death no nearer to GOD.
Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?
The cycles of Heaven in twenty centuries
Bring us farther from GOD and nearer to the Dust.
(Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza,
Tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte.
Ma più vicino alla morte non più vicini a DIO.
Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov’è la concoscenza che abbiamo perduto nell’informazione?
I cicli del Cielo in venti secoli
Ci portano più lontani da DIO e più vicini alla Polvere.)

Quello che ho appena riportato è uno stralcio dai cori di “The Rock” di Thomas Stearns Eliot. La “roccia” a cui si riferiva nel 1934 Eliot, l’alfa e l’omega intorno a cui danzano stelle e stagioni, la fonte sapienziale da cui ci si è allontanati “ sapendo e vivendo”, è quella petrina e quindi Cristo e la Chiesa, tuttavia nel rispetto e nella profonda condivisione del suo convincimento, secondo cui la poesia, reca con sé una ineludibile fecondità di significati tali da ispirare il lettore ancor prima ed a prescindere dal senso evocato da chi scrive, credo che questo testo sia straordinario per leggere laicamente la nostra post modernità, e quindi utilissimo a noi omuncoli che ci aggiriamo smarriti nel XXI secolo.

Non più di qualche settimana fa conversavamo con degli amici sotto l’ombrellone, si parlava, tra l’altro, di quanto smartphone, internet, social network, whatsapp ecc. stiano creando nelle persone, giovani ma non solo, dei veri e propri deficit cognitivi, soprattutto della memorizzazione, a causa dell’enorme mole di informazioni che a flusso continuo questi ”strumenti tecnologici” pretendono di inoculare nelle menti dei loro utenti, sollecitando freneticamente la loro attenzione. Osservava in particolare un amico insegnante di essere rimasto basito di fronte alla richiesta di alcuni studenti, appena diplomatisi col massimo dei voti, di essere da lui preparati per i test preselettivi di accesso all’Università. Essi di fronte al suo stupore confessavano candidamente “non ci ricordiamo più niente Prof. !” Ora, non credo che sia tanto la questione della memorizzazione a rappresentare il problema dei problemi; vero è che portare a spasso Dante, Ovidio, Seneca, nella propria testa è ben altra cosa che dover ricorrere a Google per rievocarli. Ma questa in fondo potrebbe rivelarsi anche sterile erudizione se non capace di tradursi in una sapere che alimenta le nostre coscienze. D’altrocanto la “terribile“ tecnoscienza si mostra capace di ovviare a questo ”inconveniente” sia prospettando in tempi non troppo lontani una interazione uomo-macchina sempre più spinta, addirittura mediante chip impiantati nelle corteccia cerebrale, sia in una maniera, se possibile, ancora più inquietante. Qualche mese fa in Cina è stato, infatti, posto in essere un intervento di editing genetico, mediante il quale manipolando, per ragioni apparentemente nobili (prevenire l’HIV), gli embrioni da cui hanno avuto la vita due gemelline si è soppresso un gene, il CCR5, che inibisce le sinapsi dell’ippocampo (in parole povere limita la nostra capacità di ricordare). Gli scientisti diranno evviva ! Che ce ne facciamo di un gene che ostacola la nostra capacità di ricordare? Chissa quali prospettive si aprono per la cura dell’Alzheimer! Ma siamo sicuri che la possibilità di obliare dati ed esperienze non fornisca equilibrio all’essere umano consentendogli ad esempio di sopportare dolori altrimenti insopportabili? Certo è che oggi l’uomo, o forse qualche illuminata avanguardia, incomincia a risvegliarsi dal sogno faustiano rappresentato da una società iperinformata, sperimentando gli effetti obnubilanti dell’overdose informativa ed ancor prima l’insidia delle “fake news”. E’ raggelante riscontare come di fronte a quest’ultimo fenomeno si invochi sempre più spesso l’adozione di misure che, a dir poco, odorano di censura. Misure nelle quali si saldano perfettamente l’inveterata e stolta tentazione di lasciare che altri si occupino dei nostri problemi, e d’altra parte il delirio di onnipotenza di soggetti come Google e Facebook, che, manco a dirlo, non si stanno certo tirando indietro. Ma quis custodiet ipsos custodes ? Un neutrale algoritmo, come no!

Tuttavia questa invocazione può anche essere considerata una comprensibile resa di fronte alla terribile difficoltà che abbiamo dinnanzi posto che quando gli strumenti informatici a cui sopra ho fatto cenno rovesciano informazioni, vere e false, a flusso continuo sulle nostre teste quasi fossero dei computer, cosa rimane proprio di quella stessa saggezza che le dovrebbe ponderare ? Questo è forse uno dei grandi paradossi del nostro tempo digitale: di fronte ad una disponibilità informativa mai cosi vasta si pone una capacita di discernimento – necessaria affinchè l’informazione si traduca in conoscenza vera – quanto mai assediata e declinante. In questo senso il Where is the knowledge we have lost in information? di Eliot mi sembra più che una semplice suggestione.

Ma questa conoscenza vera è anche vera conoscenza, ovverosia non semplicemente knowledege ma Wisdom, per usare le parole di Eliot? Rimaniamo all’intervento di manipolazione genetica sopra menzionato. Esso è certo mirabile sul piano delle conoscenze tecniche di cui è espressione, ma che dire della saggezza di chi lo ha posto in essere? Il Prof. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, che questa estate lo ha annunciato in Italia, nel commentarlo (anche in dibattiti assai interessanti diffusamente rinvenibili in Rete) si è posto blandamente il problema, auspicando la necessità di una moratoria ma al contempo osservando che in fondo la scienza progredisce anche così. La tecno-scienza non si interroga sui fini del proprio agire ma procede semplicemente in vista, se così possiamo dire, del proprio autopotenziamento, così come d’altro canto procedono tutti i sottosistemi tecnici in cui è strutturata la nostra società, organizzata proprio mediante una sempre piu estrema specializzazione del sapere e delle competenze in vista, non necessariamente del benessere umano (fine che si è perso per strada), bensì della efficacia e della efficenza del sottosistema stesso e quindi del suo mero autopotenziamento. Ma questa frammentazione delle conoscenze non porta con sé anche una profonda lacerazione dell’uomo, condotto ad essere sempre più specialista e sempre meno titolare di un sapere olistico di ordine superiore? Proprio quel sapere che dovrebbe, tra l’altro, guidarlo nelle scelte relative alla manipolazione genetica. Colligite fragmenta! Al proposito soleva ripetere Raimon Panikkar, esortando l’uomo ad entrare in comunione con la realtà, nella sua interezza, rifuggendo da “splendidi” ma altresì “miserabili”compartimenti stagni del sapere. Eppure la scelta faustiana (sempre lui!) dell’uomo sembra irreversibile: reificare la realtà per dividerla e controllarla. Che abbiano ragione Chiristian de Duve (v. Genetica del peccato originale) o più di recente Craig Dilworth, i quali da un versante non certo umanista-retrivo bensì scientista, considerano l’uomo un vero e proprio paradosso vivente: troppo intelligente per il suo stesso bene. Ciò in quanto la selezione genetica lo avrebbe portato a sviluppare intelligenze e conoscenze mirabili, senza pari in natura, ma non lo avrebbe dotato di quella saggezza – che de Duve declina fondamentalmente come lungimiranza – essenziale per evitare che proprio l’uso di quelle abilità lo porti dritto dritto, in un amen, all’estinzione.

Temo, quindi, che la divaricazione tra conoscenza e saggezza rimanga asseverata sia, seguendo Eliot, e quindi individuandone la causa nello sciagurato allontananamento da una pristina fonte sapienziale, sia considerando la saggezza un attributo mai davvero conseguito dall’essere umano in quanto non selezionato geneticamente.

Ed infine: Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo? Allorquando la nostra relazione con le altre persone e col mondo è parossisticamente mediata da gadget elettronici che spostano le nostre vite sempre in un altrove virtuale rispetto all‘hic et nunc rendendoci dei veri e propri analfabeti esistenziali.