IN DIFESA DELLE PIANTE DI CITTÀ… E NON SOLO [LUCA PERDISCI]

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Tira una brutta aria per le piante che crescono nei centri urbani. Anche ad Oristano episodi di crolli di alberature e grossi rami si ripetono con sempre maggior frequenza dando vita ad un fenomeno che, non credo appaia adeguato definire preoccupante ed emergenziale, come titolano i media, ma che certamente è tale da giustificare una riflessione. Preliminarmente ad ogni considerazione al riguardo ritengo, però, necessario svolgere una brevissima premessa di ordine generale sugli organismi autotrofi. La sto prendendo troppo larga? Può essere, tuttavia constato diffusamente che la fotosintesi clorofilliana, che tutti, ma davvero tutti, abbiamo studiato, è rimasta per l’appunto confinata nei libri di scuola. Non sto evocando la necessità che si debba avere compiuta contezza del processo attraverso il quale nei cloroplasti si trasforma il carbonio in glucosio ecc. ecc., ma voglio sperare che anche chi (ahilui!) non è capace di contemplare la dignità e la bellezza degli alberi stando semplicemente al loro cospetto, possa, quanto meno riflettendo sulla fotosintesi, accedere al fatto, stupefacente e meraviglioso, che degli esseri viventi siano connessi direttamente ed intimamente al sole, portando vita ed ancora vita su questo pianeta. Senza trascurare poi il cosiddetto “ciclo del carbonio” che ci fa capire come quel primigenio processo di creazione di materia ed energia, che origina proprio dagli organismi autotrofi, sia così mirabilmente “organizzato” da Gaia. In altre parole credo che qualsiasi discussione intorno alle piante, comprese le alberature di citta, debba muovere da un presupposto: la somma dignità di questi organismi viventi. Detto questo, non posso e non voglio trascurare i problemi all’incolumità pubblica che possono originare dalle alberature dei centri urbani, ma attenzione, perché questi scaturiscono da un insieme di fattori che l’uomo stesso concorre a creare. Innanzitutto scegliendo varietà non idonee alla vita di città e poi, sovente, sbagliandone ubicazione e modalità gestionali. Non trascuriamo poi il fatto che le piante di città, e ahimè anche quelle di campagna, non essendo dei cyborg, si ammalano con sempre maggior frequenza per stress idrici e patologie fungine a loro volta causate, o comunque amplificate, dai cambiamenti climatici. Per non parlare dell’introduzione di parassiti letali da altri continenti (vedi xilella, punteruolo rosso ecc), grazie alla “meravigliosa” globalizzazione di traffici e commerci. Tutto ciò, inevitabilmente, indebolisce le piante ed aumenta il rischio di crolli e distacchi di rami ammalorati. Non credo che sia necessario elencare tutte le ragioni che rendono opportuno ed impellente piantumare in abbondanza nelle città, vuoi perché si tratta di questioni ormai sviscerate da un ampia letterature scientifica, vuoi perché così facendo anche io finirei col rimanere intrappolato all’interno della grammatica della ragione strumentale, che non è capace di riconoscere nelle cose dignità e bellezza ma solo utilità e disutilità per qualcuno o per qualcosa. Anzi, mi smentisco, rimanendo ancora un attimo all’interno delle logiche del pensiero strumentale, proviamo ad esercitarci in questo giochino: che vantaggio traggono le piante dall’essere inserite nei centri abitati ? Nessuno. Che vantaggio traggono dall’essere messe a dimora in una superficie impermeabile e sovente impossibilitate a ricevere luce ed aria a sufficienza? Nessuno. Che vantaggio hanno ad essere continuamente martoriate con drastiche capitozzature? Certo nessuno, posto che l’unico reale effetto della capitozzatura è notoriamente quello di indebolire le piante mandando in necrosi non solo i rami ma anche parti dell’apparato radicale, rendendo di conseguenza l’albero, anche più instabile e pericoloso ( ovviamente se cascherà sopra un passante sara anche definito : albero killer!). Che vantaggi hanno gli alberi a stare là dove le isole urbane di calore che essi sono chiamati a mitigare, finiscono per ucciderli. Nessuno, tanto più se si considera che quelli che riescono ad adattarsi, finendo addirittura per giovarsi di quel microclima per crescere più velocemente ( i quali propri per questo sarebbero anche maggiormente in grado di mitigare il calore e sequestrare carbonio e particolato), prima o poi soccombono inesorabilmente sotto le lame della motosega siccome reputati pericolosi e dannosi proprio a cagione delle eccessive dimensioni di fusto ed apparato radicale ( sic!). Sento parlare oggi di forestazione urbana. Bene! Ma sappiamo cosa è una foresta ? Nella definizione FAO essa è descritta come un area di ampiezza minima di 5000 mq con una copertura arborea superiore al 10%, composta da specie capaci di raggiungere 5 m di altezza a maturità. E’ evidente quindi che parlare di foresta urbana è assai improbabile, e lo è ancora di più in un paese dove il legislatore urbanistico nazionale e poi a cascata quello regionale, nonché le amministrazione locali che pianificano il territorio, hanno tradizionalmente considerato la questione del verde pubblico come mero standard e cioè come striminzito coefficiente numerico che stabilisce, per aree omogenee, una determinata superficie di verde pubblico pro capite in ragione dei volumi di edificato, residenziale o produttivo. Nella prassi, per rispettare questi standard, già di per se ridicoli, i Comuni si sono sovente limitati ad adottare vincoli perenni di inedificabilità su aree private, senza espropriarle e piantumarle, aree che, nella migliore delle ipotesi, e cioè quando non divengono immondezzai o nudi sterrati, sono provviste di sparuti esemplari arborei sconsolatamente tristi e desolati. C’è voluta una legge, la n° 10 del 2013, per istituire, presso il Ministero per l’Ambiente, un Comitato che fungesse da cane da guardia circa il reale rispetto degli standard da parte dei Comuni e che promuovesse modifiche normative per aggiornarli già che siamo fermi ad un Decreto interministeriale del 2 aprile 1968, il n. 1444 !! Ho provato a leggere la relazione annuale 2019 del Comitato per verificare lo stato d’attuazione di tali compiti: se avete problemi di insonnia e non volete ricorrere alle benzodiazepine, è perfetta per voi. Ad ogni modo non vi è dubbio che la legge del 2013 qualche passettino in avanti nella giusta direzione lo faccia, ma si tratta per lo più di mere enunciazioni di intenti e di principi, che si muovono, comunque, sempre all’interno di quel paradigma culturale funzionalista di cui ho detto. In fondo per cambiarlo radicalmente basterebbe seguire la via indicata da uno splendido passo evangelico ( v. Mt. 6.25.34) che esorta a guardare la magnificenza dei gigli del campo che “non lavorano e non filano”, e che pur se effimeri, sono vestiti come “neanche Salomone, con tutta la sua gloria”, lo era. Ed è proprio in questa straordinaria bellezza e dignità che l’uomo può trovare rassicurazioni circa la sua stessa bellezza e dignità: “ se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? “. Contemplare gli alberi non vuole dire semplicemente ammirarli attoniti, ma anche e soprattutto conoscerli per immedesimazione e per mezzo di questa identificazione capire ciò di cui necessitano e partecipare con pienezza alle dinamiche della natura. Temo però che questa nostra società, divenuta “green”, pretenda ancora di signoreggiare sulle piante, disponendone, pur se a volte con buoni propositi, come fossero oggetti. Spero di sbagliare. A proposito: una domanda per i nostri amministratori pubblici oristanesi: posto che ad Oristano, che mi risulti, solo gli ulivi del parco di Santa Petronilla a Donigala Fenughedu godono della protezione riservata agli alberi monumentali ex art. 7 L. 10/2013, dobbiamo ritenere che tutte le altre piante dell’urbe e dell’agro oristanese, siano suscettibili di essere fatte liberamente a pezzi dalle giudicali motoseghe arborensi ? Lo chiedo per capire quantomeno se mi ci posso affezionare, così come era successo a me e a tanti oristanesi per il pino di piazza Papa Giovanni Paolo II ( era davvero malato ???) e per quelli che, monumentali o meno, trionfavano con la loro imponenza nella via Aristana, e di cui è stato qualche tempo fa ultimato lo scempio. Dico questo non potendo, peraltro, tacere che, al contrario, tanti altri oristanesi, avrebbero, ahimè, voluto scrivere compiaciuti nell’epitaffio di queste povere piante : ora le loro radici non disturberanno più l’asfalto ed i sotto servizi e neppure il traffico veicolare! Giustizia è fatta. Evviva Oristano est!