Tra filosofi, politica e 5G [Luca Perdisci]

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Qualche mese fa ci ha lasciati Emanuele Severino che è stato, ed è, tra le più grandi, se non la più grande, figura di filosofo italiano dalla metà del novecento ad oggi. Parlo di figura, perché al di là dei contenuti della sua filosofia parmenidea, egli al mio sguardo ha incarnato, direi esemplarmente l’ habitus del filosofo, tanto amabilmente affabile e mite quanto rigoroso nel suo filosofare. I più lo hanno commemorato ricordando la sua strenua opposizione a quella che egli definiva la follia dell’occidente, ovverosia la fede nel divenire e quindi nel fatto che gli essenti vengano dal nulla ed ivi ritornino; ciò che vorrei invece sottolineare sono le sue riflessioni sulla tecnica che insieme a quelle di Martin Heidegger e Jaque Ellul sono state fine dagli anni sessanta del secolo scorso capaci di gettare luce sul fenomeno che sta dominando la contemporaneità, ed è destinato a farlo in maniera totalizzante. Ci ritorneremo.

Qualche giorno prima della morte Severino riceveva la visita del nostro Presidente del Consiglio, fatto questo che, come ho commentato con alcuni amici, trovo assai interessante in un epoca di oblio culturale laddove pare esservi una gara tra i politici ad accreditarsi presso l’opinione pubblica, e compiacerla, ponendo in essere ogni genere di cialtroneria. In questo senso Conte si è certamente distinto; si fa fatica a trovare in questi ultimi decenni qualcosa di simile – la mia mente è tornata ai dialoghi tra Mitterand e Guitton – anche per la padronanza mostrata dal Presidente del Consiglio sugli argomenti trattati da Severino, tuttavia nella lunga conversazione (rinvenibile in rete) emerge un dato che dovrebbe seriamente, ed a fondo, inquietare ed interrogare la coscienza di un politico onesto e cioè la progressiva insignificanza proprio della politica tradizionale, ma anche della stessa economia, al cospetto della potenza tecnoscientifica.

Severino ha spiegato anche di fronte a Conte, seppure succintamente, come quest’ultima sia giunta a prendersi la scena, ed in questo senso mi paiono illuminanti i suoi asserti allorquando chiariscono come le varie fazioni politiche che hanno provato ed ancora provano ad utilizzarla come arma a sostegno delle ultime ideuzze che le contrassegnano, si stiano in realtà mettendo in casa un ospite che le fagociterà, poiché per dirla con Tolkien “Sauron non divide il potere con nessuno”.

La morte delle politica non giunge peraltro inaspettata, essa segue inevitabilmente l’uccisione sempre da parte della tecnoscienza di quelle discipline da cui la prima ha tratto storicamente i propri contenuti, la teologia e la stessa filosofia. La morte teologica è sotto gli occhi di tutti, ed in fondo è certificata dall’attuale Pontefice, il quale pur inappuntabile nel magistero pastorale appare a dir poco evanescente in quello teologico. Non può sorprendere in questo senso che la Chiesa, ma direi più in generale la religione, non abbia oramai argomenti teologici plausibili per opporsi allo scempio in essere, ad esempio, in materia di genitorialità artificiale; la stessa clonazione umana non dubitiamone, verrà realizzata ( ammesso che già non lo sia stata) poiché ciò che la potenza tecnoscientifica può fare farà. Tutto verrà ammantato da pseudo ragioni umanistiche, almeno fino a quando vi sarà un qualche pudore od una falsa coscienza umana a pretenderlo, ma verrà fatto.

Nei confronti delle filosofia e segnatamente della tradizione metafisica occidentale inaugurata da Platone, la tecnoscienza ha posto in essere un autentico parricidio. A spiegarci mirabilmente questo fenomeno è stato Martin Heidegger il quale in particolare in un saggio tra i più “abbordabili” per i non cultori della materia (“La fine delle filosofia e il compito del pensiero”), osserva come in fondo il pensiero filosofico non sia stato mai autenticamente innocente e teoretico ( così prima di lui già Nietzsche ), bensì orientato a conoscere i fondamenti, i principi primi degli enti (di ciò che appare) per poterli controllare manipolare e rielaborare. Non è stata la meraviglia di fronte al mondo a spingere l’uomo a filosofare per contemplarlo, bensì il terrore del divenire, e quindi la volontà di controllarlo. Tutto ciò oggi è garantito non più dalla filosofia ma, in maniera insuperabile, proprio dalla tecnoscienza, la quale con una efficacia ed una potenza che sarebbe ridicolo negare persino da parte del più tecnoscettici, è capace non solo di spiegare ma anche di riprodurre il reale. Come accennavo, ed è stato bene spiegato da Severino, oggi viviamo ancora in una fase di transizione verso una società completamente dominata dalla tecnica, in cui, però, non è la politica a farla da padrona ma un mix, per l’appunto di tecnica ed economia. Provando a calare queste considerazioni nella nostra quotidianità, misuriamoci con una questione di stretta attualità assolutamente esplicativa di quanto si è appena esposto: l’introduzione della tecnologia di quinta generazione “5G”. Ora, chiunque tra noi, comprende che non ci si trova di fronte ad una mero strumento di accelerazione della trasmissione dati, se non altro perchè è lo stesso modo in cui questa tecnologia viene propagandata a rivelare scenari di vero e proprio radicale cambiamento del mondo. Di fronte a tutto ciò cosa si contrappone? Il “principiuzzo di precauzione” e cioè l’invocazione di prudenza e cautela di fronte ad intraprese scientificamente controverse siccome fonte di possibile nocumento (per chi? per gli uomini, per gli uccelli, per le api?). Ci si mette, cioè, in una posizione difensiva, chiedendo prudenza ma senza contrattaccare, senza cioè proporre altri possibili scenari rispetto a quello descritto dall’ontologia tecnoeconomica (che so: slow life vs fast life). Ma non è proprio questo il compito che spetterebbe alla politica? La via è stretta, direi strettissima, come in fondo insegna lo stesso Heidegger (che si rassegna alla apraxia ) perché implica un vero e proprio rovesciamento di paradigma rispetto a quello a cui ho fatto cenno, e che ha costituito il fondamento dello sviluppo tecnoscientifico, e cioè il padroneggiamento antropico del mondo, con il quale, viceversa dovremmo riconciliarci.

Certo è che, quantomeno per iniziare, non sarebbe male che le cose delle politica e soprattutto gli uomini della politica si affrancassero da dinamiche di mero potere assolutamente referenziali a se stessi o alla propria cricca di riferimento, sostanziantisi in finte competizioni elettorali e continui, implausibili e semiseri pasti e rimpasti di governo, imperanti ad ogni livello istituzionale; salvo poi, si intende, quietatesi le acque della pseudo-competizione politica, riprendere ad essere docilmente ancillari al sistema tecnoeconomico che tutto trascende e che oggi direi incarna perfettamente quella che Pier Paolo Pasolini definiva la “necessita storica”, e cioè quelle forza impersonale che di fatto impedisce a chi si alterna sul proscenio del governo politico di essere autenticamente altro rispetto al proprio predecessore, certificandone inesorabilmente quanto si è detto, e cioè la reale impotenza politica.

Parafrasando Nietzsche credo si possa dire che siamo ancora lontani dal momento in cui dalle ceneri del nichilismo tecno-economico-scientifico possa nascere un super ( oltre) uomo, e con esso anche una super ( oltre) politica. Passeranno molte nottate, o forse neppure tanto, basterà il 6 o il 7 G per incenerire il pianeta!