LO “SPERPERALISMO” AD ORISTANO: LA COMUNITA’ TERAPEUTICA PABARILE [ADRIANO SITZIA]

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Si sa, la memoria non va molto d’accordo con il tempo che passa. Tuttavia, a volte, basta poco per provocarvi una scintilla, tale da illuminare ricordi che si riteneva perduti e che invece erano soltanto sopiti. Così è accaduto che, facendo un giro nel sito istituzionale del nostro Comune, come d’incanto si è materializzata una altrimenti ignota ‘Comunità terapeutica Pabarile‘. Sul momento è stato forte il senso di sorpresa di fronte a questa apparente novità: “Comunità terapeutica!?”, “A Pabarile”, “Davvero!?”, “Accidenti!”. Poi iniziano le domande: “Già. Ma che è?”, “Esattamente di cosa si occupa?”. In questi casi la prima risorsa è l’onnisciente motore di ricerca. Ma stavolta persino il maremagnum googleiano tace. Nel frattempo però appunto la memoria personale e quella altrui cominciano a dare qualche risposta: “Ma sì, quella… certo”…. Ed ecco venir fuori qualche indizio, per esempio che si tratta di un progetto risalente forse addirittura agli Anni 90 per la creazione di una “comunità” – appunto! – di cura delle dipendenze da stupefacenti e affini. Progetto che, in seguito, si concretizzò nell’edificazione di una struttura dedicata proprio in agro di Pabarile. Ok, ma poi che è accaduto? La “comunità” è stata aperta, è funzionante, quante persone accoglie e/o segue? Uhm! E qui cominciano a sorgere grandi, angoscianti punti interrogativi: “Oisi biri…!”. Allora, prima di piangere non ci resta che verificare. Così, novelli Marlow conradiani, partiamo alla ricerca del nostro Kurtz non risalendo il fiume Congo, bensì, più modestamente, attraversando la tranquilla ed accogliente campagna oristanese. Lo facciamo sulla base dell’indicazione fornita da quella – è proprio il caso di dire – “benedetta” pagina istituzionale e, soprattutto, dei lontani ricordi di chi tale edificio ebbe occasione di vedere. Così determinati, e dopo aver fatto almeno una buona mezzora di auto, giungiamo a contatto visivo con la vecchia discarica di Bau Craboni, ancora animata da diversi mezzi pesanti. Qui ci guardiamo attorno per tentare di individuare qualche indicazione che ci conduca alla nostra meta. Niente! Nessun cartello con su scritto ‘Comunità terapeutica’ o simili ci conforta. Ma noi non ci diamo per vinti e decidiamo di addentrarci in alcune stradine dal fondo orribilmente sconnesso. Prova qui, prova lì, ad un certo punto alla nostra destra eccola!, è proprio lei: la comunità, o, meglio, la struttura che cercavamo. Sì perché di “comunità viva”, come amano dire i preti, non c’è proprio traccia! Gli ingressi e le diverse aperture sono stati murati e tutt’attorno regna incontrastata l’incuria: erbacce fitte ed alte, pattume vario, schermi, stampanti, ferraglia, sfasciume, qualche chiazza nera dovuta a fuochi pericolosamente accesi. Insomma l’abbandono più totale, nonostante l’edificio, almeno apparentemente, sia ancora in condizioni tutto sommato tali da poter essere recuperato. Apparentemente! Comunque un abbandono che, tradotto in soldoni e soprattutto in soldi, significa milionate di lire o migliaiate di euro spese improduttivamente!
Insomma la struttura di Pabarile è l’ennesimo esempio oristanese di quell’ideologia tutta italiana, l’unica sopravvissuta più vigorosa che mai al tramonto tardo-novecentesco delle storiche dottrine politiche, nota ai più come “sperperalismo” o, più brevemente, “sprechismo”, che non ha esatto equivalente neppure in inglese (si potrebbe rendere con “squanderism”, “wastism”, “dissipationism” ecc.).
Ieri sembra che sia stato inaugurato per l’ennesima volta il Teatro Garau, che bene può spiegare di cosa si sta parlando: un piccolo vecchio cinema acquistato, nonostante fossero evidenti i limiti della struttura per una simile destinazione, dal Comune, poi ristrutturato, inaugurato, poi riadeguato, inaugurato, ancora chiuso, riadeguato, inaugurato ecc. ecc. Ma a tal proposito si potrebbe parlare anche del Palazzetto dello sport, della piscina, del mercato civico – anzi dei mercati civici -, del Provveditorato, della casa dello studente, dell’ex carcere militare, del Palatharros – e anche dello stesso Campo Tharros -, dell’Antiquarium, della Primaria di Piazza Manno, dell’Ospedale San Martino, dell’aeroporto di Fenosu, delle colonie di Torregrande e del suo lungomare e del suo porticciolo, delle aree grandi (e)venti ecc. ecc. tutti esempi che, in vario modo e a diverso titolo, rientrano dentro il perimetro ideologico dello sperperalismo, teorizzante appunto una sorta di istituzionalizzazione dello spreco delle pubbliche risorse. Ovviamente, anche qui da noi, l’evoluzione pratica di questa ideologia non ha seguito parametri univoci: esistono “risultati” perfettamente coerenti e riusciti, altri invece rimasti ad uno stadio intermedio, altri ancora a quello iniziale. Tuttavia va dato atto che, almeno in questo ambito, anche l’Oristanese ha cercato di dare il suo fattivo contributo allo sviluppo e all’affermazione dello sperperalismo come ideologia onnicomprensiva e omologante.