PERCHE’ MUSSOLINI E’ ANCORA CITTADINO ORISTANESE AD UN ANNO DAL CENTENARIO DELLA MARCIA SU ROMA (1922-2022)? [ADRIANO SITZIA]

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Sta destando interesse e vivaci discussioni social – e non solo social – il voto negativo alla mozione di revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini da parte della maggioranza che attualmente amministra Oristano. La politica così come l’opinione pubblica si sono divise tra chi ha considerato, con diverse sfumature di grigio, una perdita di tempo antistorica questa mozione del Consigliere comunale Andrea Riccio, e chi invece ne ha sostenuto la positiva importanza ed il rilevante significato innanzitutto morale, sottolineando peraltro il ritardo con cui si è giunti a questo (mancato) atto amministrativo. Ora, se per il ritardo si può a buon diritto invocare la non conoscenza di tale concessione – anch’io ammetto di non averne saputo niente fino a questi giorni -, diverso è invece il discorso di chi si trincera dietro il solito “benaltrismo” o, a mio avviso, ancor peggio dietro sfuggenti motivi storici. Che ad Oristano ci sia “ben altro” di cui occuparsi penso che ne siano consapevoli persino i piccioni di piazza Roma. Per quanto riguarda la “perdita di tempo”, beh, solo chi non è abituato a frequentare le stanze della politica ed i suoi consessi assembleari può convintamente sostenere questo argomento. Infatti tante e tali sono le “perdite di tempo” – e di gettoni ecc. ecc. – durante gli stessi Consigli (comunali, regionali …) che considerare spreco di tempo – e di soldi – un dibattito ed un voto su una sola mozione, non può non far sorridere. Tra l’altro, a differenza degli interventi sull’odonomastica – leggi Savoia! – che implicano tutta una serie di costi e di adempimenti per gli stessi residenti, questo atto, anche burocraticamente parlando, si sarebbe potuto fare praticamente a costo zero!
Ben più rilevante ed interessante è l’aspetto storico, invocato in città come in tanti altri Comuni dove si stanno discutendo e votando analoghe mozioni di revoca della cittadinanza onoraria al Duce del Fascismo, da chi è contrario a queste iniziative. Infatti, secondo i sostenitori della tesi per così dire “storica”, Benito Mussolini è un personaggio storico, la cittadinanza onoraria concessagli fa parte della storia e, dunque, la storia non può né deve essere cancellata! Ora che Benito Mussolini faccia parte a pieno titolo della storia, è lapalissianamente banale ribadirlo. Invece sostenere che cancellando una cittadinanza onoraria si cancelli la storia, è, persino formalmente, un illogico nonsenso. Sì perché la storia si fa con i documenti e un atto amministrativo come questo è ovviamente un documento storico, che, tra l’altro, riporta e cita un altro documento storico – l’atto di concessione della cittadinanza – della cui esistenza – ripeto – molti, me compreso, hanno saputo solo in questi giorni. Dunque non soltanto stiamo apprendendo fatti storici, ma soprattutto e proprio attraverso questi dibattiti consiliari, stiamo facendo anche noi storia! Tra l’altro non si può non notare il fatto che tali “feudali” omaggi al capo del governo e del fascismo furono decisi ed approvati addirittura nel 1924, cioè neppure due anni dopo la Marcia su Roma e due anni prima della stessa riforma podestarile dei Comuni, quando erano ancora in carica Sindaci e assemblee civiche. Un dato storico non di poco conto, che fa riflettere sia sulla situazione politica del Paese in quel periodo ma anche sulle notevoli capacità camaleontiche delle classi dirigenti di allora!
Il discorso storico però dovrebbe finalmente essere, almeno a mio avviso, un altro. Infatti a quasi cento anni (1922 – 2021) dalla citata Marcia su Roma, anniversario che sicuramente sarà al centro del dibattito pubblico dopo San Silvestro, con predicibilissime “scintille”, penso che sia giunto il momento di lasciare definitivamente Mussolini ed il Fascismo alla storia, a quella storia fatta con le ricerche e gli approfondimenti seri, con i lavori storiografici metodologicamente validi ed accurati, al di là delle ricostruzioni di parte, degli usi politici che ne costituiscono l’inevitabile corollario e della persistenza sociale e politica di retoriche, di atteggiamenti e di simboli. Una persistenza, tra l’altro, che fa comodo a tanti: innanzitutto a quei partiti e ai politici che vi nascondono il nefasto vuoto ideale e programmatico della loro parte, l’incapacità di trovare soluzioni, la neghittosità di fronte ai problemi, la perfida e sterile concezione della politica come mera gestione di potere e delle sue risorse. Una persistenza che fa il gioco di chi, sotto l’ombrello dell’eterna disputa fascio-comunista, sopravvive a se stessa, agitando spettri di impossibili “ritorni”, in una realtà politico-sociale molto diversa da quella del primo dopoguerra, e in cui i veri pericoli sono altri: la sfiducia nelle istituzioni, in particolare in quelle democraticamente elette; il crescente disprezzo verso la politica ed i politici, alimentato e fomentato dall’antipolitica social-mediatica degli ultimi decenni; il ripiegamento nel privato, ma anche l’incontrollata quanto subdola invadenza di media e social con la loro standardizzazione dei messaggi, anticamera del pensiero unico ed omologante. Un pensiero unico ed omologante che però, appunto, non si sta affermando a suon di manganellate e di bevute di olio riginoso, ma attraverso ordinari strumenti di uso comune, apparentemente innocui anzi pure molto utili!
Ma questa è un’altra… “storia”!