AUTONOMIA DIFFERENZIATA: ANCHE IN SARDEGNA ENTRA IN AZIONE IL COMITATO CONTRO LA “RIFORMA” [ADRIANO SITZIA]

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Duncasa … anche nell’insularizzata Sardegna inizia a prendere forma la mobilitazione contro l’autonomia differenziata di Calderoli. Infatti stamane a Terralba si è tenuta una delle prime assemblee popolari del neonato Comitato Sardo contro la famigerata Calderonomia. Al tavolo di presidenza erano seduti Mario Arca (Demos), Carla Cossu (ANPI Oristano) e Andrea Pubusa, già docente di diritto amministrativo all’Università di Cagliari, che tanti ricordano come esponente di primo piano nelle battaglie contro i tentativi di riforma (o schiforma) costituzionale portati avanti – sempre invano – dal 2005 in poi. Erano previsti anche i collegamenti web con il professor Massimo Villone, già docente di diritto costituzionale in vari atenei ed ex parlamentare progressista; e con l’ingegnere Fernando Codonesu, ex sindaco di Villaputzu, ex componente della Commissione mista sul PISQ, ex consulente della Commissione parlamentare sull’uranio impoverito ed esperto di rinnovabili e sviluppo sostenibile. Hanno portato il loro contributo, oltre al padrone di casa, il sindaco di Terralba Sandro Pili: il consigliere regionale oristanese di M5S Alessandro Solinas; l’ex consigliere regionale e leader dei socialisti sardi Mondino Ibba; l’ex primo cittadino di Oristano – ora sindaco di Sorradile – Pietro Arca; il consigliere comunale e già candidato a sindaco di Sassari, Mariano Brianda; Marina Del Zompo, consigliera comunale di Quartu; l’assessora alle politiche sociali, cultura ed istruzione del Comune di Sant’Anna Arresi, Elisabetta Rossu; il dott. Francesco Carta, ex consigliere comunale di Oristano e diversi esponenti dell’associazionismo e del volontariato. Hanno inviato messaggi di adesione, tra gli altri, Andrea Soddu, primo cittadino di Nuoro, e la sindaca di Elmas-consigliera regionale di Alleanza Europa Verde-Sinistra Maria Laura Orrù.
Ovviamente assente il centrodestra sardo e oristanese (in quest’ultimo caso anche il centrosinistra istituzionale!), ma soprattutto s’è notata – e purtroppo non è una novità! – la scarsa partecipazione dei cittadini (sarà sempre “colpa” del giorno e dell’orario?).

Gli interventi sono stati sostanzialmente di tre tipi: quelli più tecnici, che cioè sono entrati in medias res (Pubusa, Codonesu, Ibba, Brianda); quelli politici (Solinas, Cossu), che invece hanno quasi esclusivamente stigmatizzato l’agire dei fautori di questa “riforma” e dei loro complici sardi; e i contributi di coloro che, amministratori locali e rappresentanti del terzo settore, vivendo già dentro le gravi insufficienze ed inefficienze italiche, temono che, con una siffatta riforma, le cose possano non solo peggiorare ma addirittura precipitare in termini di quantità e qualità dei servizi, delle prestazioni, dell’aiuto alle persone ed ai territori più marginali, tanto da parlare di possibile “istituzionalizzazione delle disuguaglianze”.

Per quanto riguarda la prima tipologia di contributi – a mio avviso la più interessante – sostanzialmente è emerso il problema di una preoccupante disorganicità della proposta di riforma. Una riforma che rischia non solo di squilibrare il già alterato quadro amministrativo italiano, ma di mettere in palese discussione i principi stessi della Carta costituzionale con un regionalismo asimmetrico, sbilanciato a favore di chi ha già molto e vuole ancora di più, nell’assenza di garanzie in fatto di compensazioni per le regioni in difficoltà. In questo senso generale disapprovazione ha suscitato l’atteggiamento dell’attuale amministrazione sarda, a guida sardista, che ha sottoscritto la riforma dopo aver ottenuto (sic!) l’inutile inserimento nella stessa del principio costituzionale di insularità, al quale una legge ordinaria deve obbligatoriamente far riferimento, e senza alcun passaggio in Consiglio regionale.

Alternative? Ecco, sì, qualcuno (Codonesu, Ibba, lo stesso Pubusa) ne ha parlato: ampliamento e potenziamento della specialità sarda, o persino (sic!) stesura di un nuovo Statuto speciale, che, anche sulla base di questi settantacinque anni di (presunta) autonomia sarda, possa dare un più ampio ventaglio di competenze esclusive alla RAS (energia, governo del territorio, ecc.). Proposte che dimostrano come finalmente anche a sinistra, qualcuno si stia rendendo conto dell’importanza di quei cambiamenti istituzionali in grado di avvicinare Stato e polis, Centro e periferie, spostando verso queste ultime poteri e responsabilità di governo delle specifiche necessità.

Tuttavia, accanto a queste aperture, ci sono stati alcuni interventi di ben diverso orientamento, come per esempio l’auspicio che proprio un comma costituzionale – il n. 3 dell’articolo 116 (“Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n)e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata”) possa rimanere sempre inattuato!

Mi permetto una breve chiosa conclusiva: se c’è un aspetto positivo della Riforma Calderoli, è proprio quello di aver riacceso l’attenzione su un tema, il rapporto Stato italiano – Sardegna, che sembrava essere finito definitivamente nel dimenticatoio, soprattutto dopo la recente ubriacatura da insularità. Spero che, a questo punto, anche qualche Oristanese raccolga tale sfida dialettica ed inizi attivamente un percorso per dare alla Sardegna ciò di cui ha davvero bisogno: poteri e risorse in proprio.