25 LUGLIO 2023: OTTANT’ANNI FA … [ADRIANO SITZIA]

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Ottant’anni fa, esattamente domenica 25 luglio 1943, prima (alle due di notte circa) l’approvazione da parte della maggioranza del Gran Consiglio del cosiddetto ordine del giorno ‘Grandi’ e poi, nel pomeriggio, la destituzione e l’arresto di Benito Mussolini per decisione dell’astioso ma pur sempre connivente re Vittorio Emanuele III di Savoia, sancirono la fine del regime fascista e della dittatura mussoliniana, travolti dalle disfatte su tutti i fronti e da una conseguente crisi di consenso e di motivazioni esterne e forsanco interne al fascismo. La sera stessa l’evergreen Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, dopo Mussolini indubbiamente uno dei principali responsabili del disastro bellico, ricevette l’incarico di formare un governo “tecnico-militare” per portare l’Italia in qualche modo fuori dal conflitto e dalla stretta dell’alleanza con la Germania di Hitler. Fu l’ennesima importante poltrona che l’ormai anziano Badoglio “coprì” … nella sua lunga, fortunata, anche se poco “gloriosa” carriera. Sarà stato “pezo el tacòn del buso”? Bah, non lo potremo mai sapere.
Sugli avvenimenti del famoso “25 luglio”, in particolare sulle drammatiche nove ore di riunione del Gran Consiglio, convocato con molta riluttanza dal duce dopo ben 31 mesi di ibernazione, ormai si è detto e scritto davvero tanto. E’ dunque impresa alquanto ardua trovare qualche aspetto o qualche chiave di lettura particolare da proporre all’attenzione. Tuttavia mi è sembrato interessante cercare proprio tra le parole pronunciate dai gerarchi in tale riunione, spesso molto sfavorevoli verso i risultati del regime e dell’operato del suo duce, elementi di simiglianza con tutte le critiche che, anche oggi, per fortuna più liberamente, si rivolgono e si fanno alla politica e in generale al (mal) funzionamento del “Bel Paese”. Così ho deciso di riprendere in mano qualche testo diaristico o memorialistico, dove sono riportati appunti più o meno precisi e completi su ciò che venne detto in tale, decisiva riunione, di cui non esiste verbale.

Il primo dato che salta agli occhi è la retorica “benitolatrica” che caratterizza tutti gli interventi: una sorta di costante, litanico, formalisticamente rispettoso salmo dedicato al predappiese, suprema divinità laica di un fascismo, divenuto, soprattutto negli Anni 30, vuota mistica, astratta fede, terreno dogma. Era l’esasperazione dell’idea dello strongman, l’uomo del destino o della provvidenza, il leader carismatico, dotato di capacità divinatorie e di una innata buona stella e, come tale, in grado di salvare e salvaguardare i destini di un Paese in crisi. Un’idea molto in voga nell’Europa reduce dalle terribili conseguenze della Prima guerra mondiale, e che però, forse non proprio a caso, trovò nell’Italia povera, incolta, divisa e avvelenata dagli scontri sociali e dalle aspre contrapposizioni ideologiche, la sua culla e la sua balia. Un’idea che, ovviamente mutatis mutandis, è ritornata prepotentemente in auge, qualche decennio dopo – neppure troppi – nella stessa Italia delle mille sigle partitiche, allorché soprattutto il Thatcherismo e il Reaganismo divennero punti di riferimento-modelli in un (lungo) momento di grande confusione e di incapacità, per qualche protagonista di quella politica nazionale, ormai involutasi e con poca voglia di rinnovarsi e di arrischiarsi nel percorso di riforma delle istituzioni e del sistema-paese in crescente affanno. Da allora è stata una ricerca, a volte persino spasmodica, di presunt(uos)e leadership che sgravassero la classe politica e la società stessa dal peso delle responsabilità di affrontare i tanti, gravi ed insoluti problemi, in parte storici in parte però originati da quel modo di governare miopemente populista, che, soprattutto a partire dal primo centrosinistra, illuse gli italiani sulla possibilità di un futuro tutto “cuori e balocchi”. Ma i risultati furono nel ’43 e sono nel 2023 pesantemente negativi, perché una delle precondizioni della buona amministrazione/buon governo è quella di avere classi dirigenti e politiche capaci, preparate e positivamente ambiziose, e non certamente solo pifferai magici, bravi incantatori e uno stuolo di più o meno abili mestieranti. Ma per avere una classe dirigente de aicci devono esserci le giuste condizioni politiche e socio-culturali, che non si potevano avere allora, con una politica assente, sostituita dal partito unico statalizzatosi e appiattitosi nello stupido formalismo coreografico staraciano e nel suo essere legale tesserificio dispensatore di pane, poltrone e opportunità (più o meno trasparenti); né si possono avere oggi, in questa lunghissima transizione dopo la traumatica fine della Prima Repubblica e la scomparsa dei partiti storici, sostituiti da vuoti simulacri associativi a conduzione personale o familiare, … . Del resto mancava allora e manca anche adesso quel determinante filtro che si chiama “meritocrazia”, sostituito dall’esame cosiddetto dello “gnorsì”: se lo sai dire velocemente e bene, come Guglielmo il dentone, e magari pure in inglese, avrai un futuro. Ancora mancavano allora e mancano anche oggi quelle libere palestre di formazione e crescita in conoscenza e in responsabilità, che dovrebbero essere i partiti e le loro ramificazioni territoriali, le “sezioni”. Al loro posto, allora come ora, la scuola politica del “carpe diem”.
C’è poi la faccenda dell’opacità nella politica. In quella fatidica notte fu proprio Mussolini a trattare il tema a proposito dell’argomento, utilizzato da diversi suoi adulanti contestatori, della frattura tra nazione-masse e regime. Secondo l’ancora per poche ore capo del governo, le vere incrinature nel rapporto con gli italiani erano dovute alla constatazione che, mentre ormai tanti cittadini erano costretti a tirare la cinghia fino al “foro Mussolini”, invece certi gerarchi … Da allora le cose non sembrano essere cambiate molto, a parte appunto il titolo di gerarca (ma anche in questo caso non è ancora detta l’ultima parola): infatti la politica può davvero significare una svolta nella vita, mentre, d’altro canto, è evidente la disaffezione – quando non proprio il distacco – di una fetta sempre maggiore di cittadini nei confronti della stessa politica, nonostante gli sforzi propagandistici dei “partiti” e della parte dei media più vicina al potere di far credere il contrario con operazioni-simpatia ed infiniti sondaggi.
Un’altra similitudine tra allora e oggi si può individuare nella invasiva burocratizzazione dello Stato e nel conseguente incremento del suo apparato allora sviluppatosi in una miriade di enti, in buona parte poi “tenuti in vita” dalla Repubblica nata con la Resistenza. Tra l’altro una riforma di questo “tenore” interessò pure il Regio Esercito, allorquando – era il 1938 – si decise l’introduzione della divisione cosiddetta “binaria”, formata cioè non più da tre reggimenti di fanteria bensì solo da due. Le conseguenze furono, per un verso l’aumento considerevole del numero delle divisioni e quindi dei comandi di divisione (!!!), per l’altro lo svigorimento delle già non eccelse capacità di offesa di queste unità, se paragonate con le analoghe degli altri paesi. Le conseguenze le conosciamo bene!
Mi permetto un conclusivo auspicio: se un redde rationem, come fu allora quel Gran Consiglio, deve esserci, lo si faccia con un margine di tempo sufficiente ad evitare la catastrofe e nella maniera più democratica, partecipata e approfondita possibile.