IL MILIA-PENSIERO E LA POLITICA SARDA CONTEMPORANEA TRA LIBERTA’ DI PENSIERO E NECESSARIA UNITA’ ATTORNO AI TEMI PIU’ IMPORTANTI [ADRIANO SITZIA]

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Graziano Ernesto Milia è uno degli ormai pochissimi politici sardi, che riescono ad andare al di là dei limiti del mestiere di più o meno “bravo” e capace politicante. Questo gli è possibile sia per la sua solida formazione politica – era figlio di un funzionario di partito – sia grazie ad una non comune preparazione culturale e storica (studioso di storia medievale con diverse pubblicazioni sulla Sardegna soprattutto giudicale), sia per una certa libertà di pensiero che lo caratterizza. Libertà di pensiero che, come più volte detto ieri sera, è, invece, una delle grandi assenti nella politica e nella stessa società di oggi. Perciò ascoltare dalla sua viva voce, pensieri e riflessioni sull’odierna situazione sarda ed internazionale non m’è mai parso tempo sprecato, a prescindere dalle innegabili differenze ideologiche.

Ieri sera, ad Oristano (sala coworking di via Vittorio Emanuele) Milia ha partecipato alla presentazione del suo ultimo libro ‘Non mi giro dall’altra parte. Conversazioni libere in una Sardegna da ripensare e rigenerare‘ (Janus editore), confermandomi questa positiva valutazione che avevo maturato. Introdotto da Marina Casta e stimolato dalle riflessioni e dalle domande dello scrittore e saggista Giuseppe Corongiu e dell’ex consigliera regionale del Centro Democratico, l’avvocata Anna Maria Busia, Milia ha preso spunto dal contenuto del libro – un’intervista-dialogo con Ivan Paone, nota firma dell’Unione, arricchita da altri contributi, tra cui per esempio quello di Antonello Cabras, al quale si deve l’Introduzione – per parlare sia del suo rapporto abbastanza intimo con la politica e quindi del suo lungo percorso politico-amministrativo, fatto di alti e bassi, di periodi buoni e di momenti difficili (in particolare una vicenda giudiziaria che, una dozzina di anni fa, ne interruppe la carriera quando era presidente della provincia di Cagliari); sia, soprattutto, della difficilissima situazione attuale, non soltanto dal punto di vista diplomatico ed economico, ma soprattutto politico e culturale. Una situazione caratterizzata, come ha più volte ripetuto, da una crisi delle democrazie occidentali tanto grave ed evidente quanto sottovalutata, se non proprio minimizzata, dalle attuali classi dirigenti. Una crisi determinata dal fatto che l’illusiva ed ingannevole globalizzazione, imperante durante i decenni a cavaliere tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, non è stata – volutamente? – controbilanciata a livello politico, per esempio attraverso il deciso rafforzamento delle autonomie locali. La Brexit, il crollo della partecipazione al voto e alla stessa vita politica in paesi dove invece tradizionalmente queste erano sempre state molto alte (Francia e Italia su tutti), ne sono alcune delle più importanti conseguenze.
I rischi di questa crisi sono ancora più gravi – ha proseguito Milia – per quelle realtà, come la Sardegna, già deboli e periferiche”.

Qui si innesta la parte, a mio punto di vista, più interessante e costruttiva della proposta di Milia. Intanto occorre quella che la politica sarda tutta oggi non ha: occorre una “visione” della Sardegna. “La politica – ha sostenuto il primo cittadino quartese – deve assumersi la responsabilità, certamente difficile, impegnativa, di indicare una strada e intorno a questa mobilitare la Sardegna!”. Ma per giungere a questo la stessa politica sarda “non deve dividersi in destra e sinistra, ma giungere a fare una proposta generale univoca”, tale dunque da unire i Sardi. Il riferimento esplicitato da Milia è – e non poteva che essere così! – la Catalogna.
Questa è un’utopia? Forse, ma oggi – secondo Milia – è diventata una necessità”.
La Sardegna ha davanti a sé tante sfide, inclusa quella, molto attuale, delle energie rinnovabili. Sfide come questa devono essere accettate, valutando bene i modi e le strategie perché le stesse “diventino opportunità per tutti noi” ed evitando dogmatismi e tabù, che, presi come tali, diventano solo ostacoli per la stessa crescita dell’isola.

Mi piace concludere con una constatazione: anche alcuni importanti uomini politici delle vecchie “scuole” iniziano a portare avanti un’idea di politica sarda che, come si dice, parte da ciò che unisce o che potrebbe unire, invece di rimarcare sempre le differenze o i peccati capitali dell’altro. Produrranno qualche risultato concreto? Chissà. Ma, anche a me, questo sembra un percorso obbligato, ancorché molto tortuoso ed insidioso.