IL CARNEVALE “ASSIDERATO” DI ORISTANO [ADRIANO SITZIA]

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Dunque anche quest’anno il Carnevale è passato. Oddio, parlare di carnevale nell’ex capitale giudicale è impresa sempre meno facile. Eh sì perché ad Oristano, non si sa esattamente per quali misteriosi motivi, il Carnevale semplicemente è scomparso, s’è eclissato. Questo soprattutto da quando la Sartiglia, antica, nobile e seria giostra equestre, ha esondato ricoprendo ogni diversa possibilità di fare carnevale e persino quel suo sapore spontaneamente popolare che chi comincia ad avere una certa età, ha pur conosciuto ed apprezzato negli anni della sua adolescenza e giovinezza.

Praticamente l’unico aspetto che collega ciò che comunemente si intende per “carnevale” (spasso, baldoria, burle, disordine, balli, spontaneità, spensieratezza, e last but not least ironia dissacratoria in particolare sui potenti) e la Sartiglia, sono le maschere dei cavalieri, capocorsa in testa. Togliendo quest’ultimo dettaglio nient’altro della Sartiglia ci riporta a ciò che “volgarmente” associamo alla parola e all’evento detto ‘carnevale‘. Ed è curioso che proprio le settimane riservate al Carnevale, ad Oristano siano dedicate ad una manifestazione che, appunto, è tutto fuorché scherzo, spensieratezza, ironia e satira. Malignamente si potrebbe immaginare che, in tempi assai lontani, un certo notabilato locale, con o senza tonaca, magari un po’ callido e un po’ gelatinoso, e forse un po’ troppo permaloso, abbia fatto in modo di dirottare con pazienza certosina, passioni ed istintivi “sfoghi” dei suoi concittadini verso la loro notoria perizia equestre, istituzionalizzandola.
Al di là di tale facile e superficiale mordacità seudo-storica, ciò che si vede oggi è il triste spettacolo di un non-carnevale, in cui il massimo grado di possibile evasione è il bicchiere di troppo – che, qualche volta, tra i giovani/-ssimi diventa rito collettivo – o, nei casi peggiori, occasionali stupidaggini vandaliche. Per il resto, … un centro cittadino blindato e temporaneamente trasformato in bazar, dove si può trovare di tutto, pieno di maxischermi, e in cui le persone, che vi vagano, non indossano, se non raramente, maschere e costumi ma vestono i soliti panni di spettatori e consumatori passivi di un prodotto “marketinghizzato” – scusate il brutto neologismo! – in maniera sempre più spinta. E, se fino a qualche decennio fa, accanto alla giostra equestre c’era spazio almeno per qualche altro momento anche rilevante – ricordo per esempio i cortei organizzati da Martinez e dai suoi amici -, poi, pian piano, il fenomeno Sartiglia è stato dilatato in estensione e quantità, moltiplicandosi (la Sartigliedda del lunedì, sa Sartill’e canna, su sartillu a moenti ecc.), e venendo affiancato da altri eventi collaterali, culturali o mercatali, per riempire i tempi vuoti.

Fuori dal centro cittadino … il deserto, il nulla assoluto!!!

Ora, pur comprendendo l’importanza economico-turistica di spingere il brand ‘Sartiglia’, pur apprezzando la passione di chi è direttamente coinvolto nell’evento e nella sua sempre più grande e complessa macchina organizzativa, non posso non osservare quanto, per molti di noi, sia “glaciale” un siffatto carnevale. Se poi a questo specifico fatto vi aggiungiamo la scarsa vitalità complessiva di questa nostra città, dove domina incontrastata quella che un amico definisce “murrungite”, tanto velenosa nella forma quanto praticamente infeconda, beh la frittata è … fritta.
Invece Oristano ha bisogno di riscoprirsi vitale, di dare sfogo alla fantasia e alla creatività e di trovare momenti comuni in cui farlo. E quale migliore occasione del Carnevale!?
Allora, prendiamoci almeno Giobia lardaiolu e divertiamoci!

Che il 2025 ad Oristano possa essere l’Anno del Carnevale (senza attendere l’intervento dell’ONU).