”BUIO NEGLI OCCHI” DI RAFFAELE ARCA [ADRIANO SITZIA]

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L’opera letteraria di cui oggi voglio parlarvi non è una novità negli scaffali delle librerie; non è neppure recente, perché è stata pubblicata ventidue anni fa! In realtà l’interesse verso Buio negli occhi (Delfino, Sassari 2003), appunto l’opera in questione, è nato per caso: un amico, conoscendo il mio particolare interesse – chiedo scusa della ripetizione – per il periodo fascista e per la storia sarda della prima metà del Novecento, me lo ha proposto. “Ci troverai sicuramente qualcosa di buono“, mi ha detto. Così convinto ho deciso di leggerlo e anche di proporlo all’attenzione delle persone che seguono questo blog.
L’autore, Raffaele Arca, all’epoca dell’uscita del suo romanzo, nonostante l’età non più verde, era un esordiente – in seguito (2011) ha pubblicato anche Ammentande sos tempos… stavolta in sardo – avendo dedicato la sua vita al lavoro (ferrovie) e alla famiglia. Tuttavia, fin da giovanissimo, era un buon lettore e s’era appassionato alla scrittura e alla storia. Passioni che alla fine lo hanno spinto a cimentarsi con la stesura di un romanzo, il “nostro” Buio negli occhi.
Si tratta di un romanzo storico, ambientato nei centri di quel Guilcier, che Arca, originario di Abbasanta, conosce molto bene. Siamo esattamente negli anni ’20 del secolo breve, quando l’Italia, dopo la sofferta vittoria della Grande guerra, conobbe una gravissima crisi socio-economica e poi politica, che si concluse con la fine dell’epoca liberale, e – ahinoi! – l’avvento del fascismo mussoliniano; e quando i Sardi, che tanto sangue avevano versato nelle trincee friulano-giuliane, spesso coprendosi di gloria, cominciarono, per la prima volta dopo secoli di passiva subalternità a vari dominatori, a prendere coscienza della loro unicità nel contesto statuale italiano, e, insieme, della loro marginalità, tale da condannarli ad una inevitabile povertà e a una arretratezza senza speranza. Nacque così il movimento sardista, che, almeno nella sua fase iniziale – prima cioè che il solito kerdobacter sardonius contagiasse anche parte della sua stessa classe dirigente – riuscì a dirigere persino il PNF sardo orientandone scelte e determinazioni (per esempio la “legge del miliardo” grazie soprattutto a Paolo Pili, non a caso citato anche in questo romanzo).
In tale “milieu” si sviluppa la storia di Buio negli occhi, che vede al centro degli avvenimenti proprio un giovane ex combattente abbasantese, Battista Corona. Battista si era distinto al fronte tanto per il suo coraggio quanto per aver conservato la sua pietà umana, a differenza di tanti altri soldati disumanizzati sia da una guerra totale e abbruttente sia da una propaganda che del nemico faceva solo una massa di “bestie” assassine da trattare come tali e di chi non la pensava in questo modo uno spregevole austriacante traditore. Così un giorno, per salvare dalla furia cieca del suo sergente un austriaco che si era arreso, Corona subì un grave trauma che pochi anni dopo gli avrebbe tolto la vista e rischiò pure la corte marziale, salvato da alcuni suoi compagni e da un ufficiale dei carabinieri che aveva voluto andare in fondo alla faccenda.
Prima della guerra Battista era stato un brillante studente a Santu Lussurgiu, dove aveva conosciuto anche Gramsci. Ma gravi problemi familiari lo costrinsero ad interrompere gli studi. Tuttavia la passione per i libri non gli era mai venuta meno, così come la consapevolezza dell’importanza sociale dell’istruzione e dell’impegno civico e politico, prima da socialista e poi nell’associazionismo combattentistico e nel nascente sardismo.
Rientrato dalla guerra, aveva avviato in proprio una buona attività di molitore e, grazie al suo rigore morale ed alla sua grande disponibilità verso gli altri, era diventato una persona molto ben vista e considerata dal resto della comunità. Ma non da tutti! Sì perché come spesso accade nella letteratura come nel teatro e nel cinema, ad un personaggio-eroe positivo, senza macchia e senza paura, si contrappongono antagonisti parimenti negativi, villains, bud guys ecc., cartine di tornasole della eccezionale levatura del protagonista. Tuttavia in questo caso, direi manzonianamente, ecco che il perfidissimo leader di un gruppo di altolocati maggiorenti locali – i soliti reazionari riciclatisi in orbace – ad un certo punto della storia sarà toccato dalla Grazia.
“Manzonianamente”? Ho usato questa parola non a caso: infatti m’è subito sembrato che Arca, nell’ideare e scrivere il suo romanzo, avesse bene in mente soprattutto il modello dei Promessi sposi. Chi vorrà leggere Buio negli occhi potrà verificare questa mia impressione.
Apprezzabile e credibile l’ambientazione sociale, pur forse troppo schematica, così come del resto diversi personaggi. In particolare Arca mette in primo piano l’insanabile contrapposizione tra chi – Battista e i suoi amici – agisce per il miglioramento delle condizioni di vita dei tanti compaesani che non vivono ma sopravvivono, e per un ampliamento delle opportunità di crescita e di affermazione anche per coloro che nascono svantaggiati, e invece chi – in questo caso proprietari terrieri, industriali caseari, liberi professionisti – nato o diventato – a volte in maniera tutt’altro che limpida! – benestante, intende difendere ad ogni costo il proprio status di privilegiato, la sua posizione al vertice della comunità e la conseguente rendita parassitaria.
Per quanto riguarda struttura, tecnica narrativa e lingua, Arca non s’è avventurato in significative novità o particolarità, e quindi neppure in pericolose “estrosità”. A tal proposito va sicuramente rimarcato il dato che la storia scorre via veloce e insieme posata, quasi leggera e risulta di agevole lettura. Tuttavia certe situazioni e scene “dinamiche” potevano essere rese con tinte molto più scure, maggiore contrasto e, magari, con un momentaneo passaggio ad un registro più tragico.