‘POTERI OCCULTI’, ULTIMO LIBRO DI LUIGI DE MAGISTRIS, PRESENTATO IERI AD ORISTANO [ADRIANO SITZIA]

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Ieri sera il sempre molto attivo Centro Servizi Culturali – UNLA di via Carpaccio ha avuto un ospite d’eccezione: l’ex PM, ex eurodeputato dipietrista ed ex sindaco di Napoli (2011 – 2021) Luigi De Magistris. Famose sono rimaste le sue inchieste ‘Poseidone‘ e ‘Why not‘, che hanno messo ancora una volta – semmai ce ne fosse stato bisogno! – gli intrecci tra affari privati, pubblici e di Stato in questo complicato Paese.
E proprio ai ‘Poteri occulti. Dalla P2 alla criminalità istituzionale‘ De Magistris ha dedicato il suo ultimo lavoro saggistico, uscito per l’editore Fazi nel dicembre 2024. E’ una sua ricostruzione dell’ultimo mezzo secolo della nostra storia repubblicana fatta seguendo le vicende di quel vero e proprio “regime di fatto“, come lo ha definito l’autore, costituito e consolidato con gli anni da questi stessi poteri. Un fenomeno non solo italiano ovviamente, ma legato fortemente al sistema capitalistico, una delle cui principali regole è quella del profitto ad ogni costo o sopra ogni cosa. Un fenomeno imperniato sulla disponibilità di persone e gruppi non necessariamente numerosi, ma collocati in posizioni apicali o comunque di grande responsabilità, in grado cioè di tradurre in atti e fatti concreti le decisioni prese in privata sede, soprattutto logge occulte o “coperte” o simili.
Stimolato dalle domande di Giuseppe Manias, l’ex magistrato ha proposto una sua ricostruzione della storia italiana a partire dal fatidico ’68, spartiacque socio-culturale, che avrebbe certamente fatto sentire i suoi effetti trasformatori, soprattutto per ciò che riguarda la lotta di classe, anche nel fino a quel momento inalterato sistema politico italiano; quel sistema iniziato nel 1948 e dominato dal bipartitismo imperfetto e dal partito-stato democristiano. Non a caso chi temeva tali scossoni, quasi subito diede inizio a quella che è comunemente nota come “strategia della tensione“: venerdì 12 dicembre 1969, intorno alle 16,30, in piazza Fontana, dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, esplode un potente ordigno, che provoca 17 morti e una novantina di feriti! In questo attentato viene collaudata anche quella macchina di depistaggi, ingannevoli piste e artefatte prove, in seguito costantemente affinata e praticata. In tale occasione a farne le spese furono gli anarchici. In realtà, come poi si scoprirà, l’esplosivo di tipo militare, proveniva da un deposito NATO a controllo americano in Germania, ed era arrivato a Milano passando per Verona, città dove erano attive alcune organizzate cellule terroristiche “nere”.
Altro snodo fondamentale fu il sequestro-delitto Moro, per il quale De Magistris non esita a parlare di “colpo di stato”, in quanto un atto violento di fatto bloccò quella che avrebbe potuto essere una svolta storica. Infatti era già stata portata avanti, proprio attraverso l’opera di Moro, della segreteria Zaccagnini, e di Berlinguer, la strategia del “compromesso storico” e ci si stava accingendo al voto parlamentare su un nuovo governo monocolore democristiano, in cui il PCI avrebbe svolto in maggioranza un ruolo “più diretto”. Non a caso poco tempo prima lo stesso Moro era volato a Washington per illustrare tempi, modi e prospettive del tentativo di cambiamento degli equilibri politici italiani. Ma a Washington il progetto di Moro fu accolto però con inequivoca ostilità. Poi ecco il sequestro, il “no” ad ogni trattativa con i terroristi, ma anche il fatto, venuto in seguito alla luce, che almeno due esponenti molto importanti della DC sapevano dove era tenuto in ostaggio il grande politico salentino. Dunque Moro doveva morire!!!
Nel 1980 un pesante terremoto distrusse l’Irpinia. Fu subito predisposto un piano di ricostruzione, che avrebbe convogliato in Campania un fiume di denaro. Garante di questa gigantesca operazione finanziaria pubblica era un oscuro, ma potente politico della DC campana: Ciro Cirillo, braccio destro del leader doroteo Antonio Gava. Anche Cirillo fu sequestrato dalle BR. Ma in questo caso, le istituzioni politiche furono molto meno intransigenti: infatti, attraverso la “mediazione” della NCO di Cutolo e dei servizi, si accordarono con i brigatisti per un riscatto di 1.450.000 di lire! Cirillo evidentemente non doveva morire!
De Magistris ha poi affrontato un altro snodo cruciale: le stragi mafiose del 1992 – 1994. Erano gli anni di “Mani pulite” e del crollo dei tradizionali riferimenti politici per la stessa malavita organizzata e per tutto quel mondo che, direttamente o indirettamente, ci aveva a che fare. “L’attentato a Falcone – ha proseguito De Magistris – fu così tragicamente spettacolare, proprio perché doveva ottenere risultati importanti a livello politico-istituzionale. Uno di questi fu l’aver dato il colpo di grazia alle ambizioni “quirinalizie” di Andreotti, già colpito dalla mafia, per la quale non era più un interlocutore politico-istituzionale potente e affidabile, con l’assassinio del suo braccio destro siciliano, Salvo Lima, ucciso sempre nel 1992 a marzo. Di fatto la carriera di Andreotti nelle posizioni di vertice dello Stato finì in quel momento. Poi soltanto processi“.
Borsellino, una volta ucciso l’amico e collega, aveva compreso di essere “un morto che cammina“. Proprio per questo, in quei due mesi trascorsi tra la morte di Falcone e la sua, iniziò a lanciare messaggi chiari ed inquietanti, soprattutto alla sua magistratura ed alle istituzioni. Le quali dal canto loro, sembravano essere preoccupate più di ciò che il magistrato palermitano avrebbe potuto rivelare che della sua sicurezza ed incolumità. Non a caso, per i suoi esecutori, l’attentato di via D’Amelio fu di relativamente facile esecuzione. E non a caso, appena ci fu l’esplosione, scomparvero sia la borsa sia la famosa agenda rossa, che Borsellino portava sempre con sé. A questo punto De Magistris si è soffermato sulla figura del magistrato che prese il posto di Borsellino alla Procura di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, scomparso nel 2017, ma oggi oggetto di un’importante indagine riguardante non solo la suddetta agenda ma soprattutto la sua presunta appartenenza ad una superloggia occulta, o Terzo Oriente, di cui anche diversi “pentiti” avevano parlato nei decenni scorsi. “Di questa affiliazione del Tinebra – ha concluso l’ex sindaco partenopeo – io ero a conoscenza già ai tempi delle mie indagini calabresi!!!“.
Immancabile un passaggio di De Magistris anche sulla trattativa Stato – Mafia: le sentenze non hanno svelato bene questo aspetto, anche se tutte o quasi ne ammettono l’esistenza!
Ovviamente De Magistris non ha potuto non soffermarsi sulle inchieste da lui portate avanti contro quelle da lui definite “massomafie” e, soprattutto, sulle conseguenze a livello personale, in particolare la fine del suo percorso nella magistratura, da lui etichettata sotto la voce “omicidio professionale“: “se la vecchia criminalità organizzata contro i suoi avversari usava il piombo, oggi i metodi sono meno rumorosi, ma molto più efficaci, in quanto perfettamente legali e, insieme, ugualmente letali. In pratica, a livello istituzionale ti viene impedito di portare avanti il tuo lavoro, mentre al tuo sputtanamento provvedono la politica – per esempio a me sono state dedicate 117 interrogazioni parlamentari – e i media compiacenti”.
Se l’Italia di fatto non è mai stata una democrazia sostanziale – ha concluso De Magistris – perché la sua Costituzione, nei suoi principi fondamentali, è rimasta per gran parte inattuata, però è proprio questa Carta fondamentale, scritta con saggezza dai nostri padri costituenti, ad indicarci la via, al comma 2 dell’articolo 1 e, ancor di più, al comma 2 dell’articolo 3, perché la Repubblica è fatta insieme dalle istituzioni e dai cittadini!