“LA POLTRONA DEL SINDACO” E I TARLI DELLA POLITICA TRA FINZIONE SCENICA E IMPIETOSA REALTA’ [ADRIANO SITZIA]

0
146

Una foto incorniciata davanti al sipario chiuso ha accolto, sabato sera, gli spettatori, accorsi numerosi al Teatro comunale di Terralba per la prima di “La poltrona del Sindaco”. Esordio teatrale dello scrittore ed artista oristanese Domenico Cugusi, questa commedia fin dal titolo non lascia dubbi sul tema affrontato e che, come tale, non poteva non incuriosire un ormai datato politicante di periferia come lo scrivente. D’altronde Cugusi politico lo è stato, soprattutto negli anni ’90, allorché ha fatto parte del Consiglio provinciale per poi sedere anche nell’aula degli Scolopi. Dunque si tratta certamente di “persona informata”.
La foto di cui sopra, che faceva presagire il triste destino politico del suo soggetto, è quella di un sindaco, primo cittadino di un misterioso, indeterminato centro abitato, Peropoli, che potrebbe essere piccolo – lo deduco soprattutto dall’esiguo numero di assessori – ma anche medio-grande – il suffissoide “-poli” e i progetti megalomani, anche se fumosi, del suo Sindaco infatti farebbero pensare almeno ad un capoluogo di provincia – ma potrebbe essere anche, perché no?, Oristano.
Peropoli è amministrata – si fa per dire – da un Sindaco, tal Pero Peroni, esaltato, mitomane, narcisista, albagioso e, soprattutto, millantatore seriale. Un sindaco che considera i suoi concittadini solo pecore da tosare, illudere e gabbare con mirabolanti promesse, ovviamente destinate a rimanere tali, tanto sono assurde. Per far questo s’è circondato di una giunta… adeguata: tre assessori/e, diventati tali per meriti procreativi, con deleghe al nulla cosmico, tanto piaggiatori e ruffiani, quanto incapaci e ignoranti, l’un contro l’altro armati nell’ingraziarsi il loro benefattore e nell’arraffare qualcosa del lauto banchetto (nuove lottizzazioni, appalti ecc.). Accanto a loro la Segretaria, anch’essa intenta ad assecondare il primo cittadino, e che però nel contempo lo controlla silenziosamente.
Tra sbalorditivi progetti green, prospezioni dentro l’abitato alla ricerca del petrolio da vendere al mondo, stadio galleggiante, centrali elettriche a sudore umano ecc., il nostro Sindaco ad un certo punto trova anche il tempo di immaginare una partnership universitaria con Oxford, ricorrendo ad un suo vecchio compagno di liceo. Costui, incredibilmente, visti i suoi trascorsi scolastici tutt’altro che “gloriosi” – come gli ricorda proprio il Sindaco – sarebbe riuscito non si sa come, ad avere una cattedra in questo antico e prestigioso ateneo britannico. Ovviamente è una truffa, in cui solo un boccalone come il nostro “Pero” poteva cascare! Così, una volta scoperto il raggiro, l’uomo con la fascia tricolore tra il torace e i fianchi, tenta in ogni modo di nascondere la figuraccia. Ma proprio una sua assessora, stranamente si lascia sfuggire la storia fin nei minimi, immorali dettagli – il solito viaggio di “lavoro” di tutta la Giunta in Inghilterra a… gozzovigliare a spese dei contribuenti – mettendo così la stampa e la minoranza nelle condizioni di “sputt*****” il Sindaco, costretto, suo malgrado, ad uscire di scena. D’altronde “morto un Papa se ne fa un altro”! The show must go on, soprattutto quello politico.
Dunque la storia, pur nelle sue volutamente eccessive esagerazioni, c’è ed è credibile! In essa si trova chiaramente riflessa la ben nota immagine del potere che vive ormai di vita propria, ma anche l’opinione, ormai patrimonio consolidato delle chiacchiere da bar, dell’inadeguatezza di molta classe politica un po’ a tutti i livelli. Così come è lampante il polemico riferimento al peso determinante e condizionante delle lobby finanziarie ed affaristiche nella politica odierna (ma anche in quella di un secolo fa), periferie incluse.
Invece meno convincente m’è sembrata la resa testuale e teatrale di questa realtà. E non mi riferisco alle prove degli attori, di cui ho apprezzato l’impegno e in alcuni casi anche una non comune capacità recitativa, tenuto conto che per la maggior parte di loro questa è stata la prima volta su un palcoscenico e davanti ad un pubblico! Né mi riferisco allo sforzo compositivo e produttivo del Cugusi, del quale anzi questo testo fa emergere ancora una volta la forte passione civile e il coraggio; il coraggio di affrontare, di trattare un tema delicato, spinoso e, insieme, complesso e insidioso qual è quello della politica oggi, soprattutto a livello locale!
Sorvolo anche su certi dettagli che, sempre a mio personalissimo giudizio, hanno inciso sulla qualità della rappresentazione: infatti trattandosi di una “prima assoluta” gli stessi possono essere facilmente “sistemati”.
Tuttavia proprio la struttura della commedia e la caratterizzazione del suo personaggio principale mi hanno lasciato un’impressione… contrastata, in chiaroscuro.
Intanto “La poltrona del sindaco” si articola in un atto unico di oltre 90 minuti! In questa ora e mezzo, a volte senza una comprensibile – almeno per me – disposizione logico-temporale sono pigiate tante scene. Alcune di queste peraltro mi sono apparse slegate e, in uno o due casi, anche ermetiche o superflue. Ecco, probabilmente una divisione in tre atti con qualche modifica nell’ambiente e nei suoi arredi – per esempio ad inizio d’ogni atto lo spostamento della poltrona simbolo del potere sindacale – avrebbe giovato e valorizzato la rappresentazione, il suo ritmo e la stessa agevole comprensione di determinati momenti.
Il personaggio del Sindaco. Evidentemente non sono a conoscenza dell’idea-base su cui l’autore ha poi costruito, sviluppato e caratterizzato i personaggi, ed in particolare quello principale di Pero Peroni. Tuttavia, il “Sindaco” che ne è venuto fuori, le sue battute schematiche, il suo volutamente ed eccessivamente esibito distacco, il suo “rigor” e la postura, chiaramente ispirata al Craxi forattiniano e bagagliniano, non m’hanno del tutto convinto. L’autore, anche tenuto conto della sua esperienza dentro questo particolare ambiente, per cui ben conosce le “trasse” dei politici, persino di quelli più sussiegosi e baroneschi, avrebbe certamente potuto creare un personaggio più complesso, più sfaccettato, ecco più vivo e vero, nel contempo riducendo all’indispensabile la “dimensione” della sua maschera e i tratti caricaturali e macchiettistici. Oppure, all’estremo opposto, renderlo anche visivamente un vero simbolo, per esempio dando voce e battute proprio alla “poltrona”!
Anche il numero dei personaggi m’è sembrato eccessivo tenuto conto della relativa semplicità della trama.
Last but not least la voce fuoricampo. Ovviamente e sempre a mio parere, i suoi frequenti interventi “didascalici” e puntualizzanti, un po’ declamatori, un po’ comiziali, un po’ sermoneggianti, apparivano ripetitivi, spezzavano il ritmo e, soprattutto, spiegavano ciò che era già chiaro ed evidente nelle scene.
Ma trattandosi di un lavoro in fieri, certamente le prossime rappresentazioni ci vedranno testimoni di importanti novità.