Ieri sera, ospite di “Peace Please”, 5° Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato da Legacoop al Chiostro del Carmine di Oristano, ha dato il suo contributo alla lettura dei principali eventi di politica internazionale il noto analista geopolitico e divulgatore Dario Fabbri. Giornalista professionista e personaggio televisivo molto seguito anche se, probabilmente, “poco capito”, Fabbri anche nell’appuntamento oristanese ha voluto ribadire l’importanza di una adeguata formazione geopolitica sia dei decisori ma anche della stessa opinione pubblica del Paese, intendendo con “geopolitica” una non superficiale, o, peggio, stereotipica conoscenza dei vari Stati, a livello non solo politico-leaderistico, ma geografico, storico, etnico-culturale, linguistico, economico, religioso…
“Qui da noi – ha sottolineato Fabbri – solo recentemente l’interesse per la geopolitica è cresciuto sull’onda dell’esplodere di conflitti che hanno scosso le nostre serene esistenze e, con queste, anche tutte le nostre presunte certezze. Purtroppo però in molte analisi prevalgono ancora improvvisazione e superficialità“. Invero io vi aggiungerei anche “propaganda”.
Il direttore di “Domino” peraltro non si sorprende di questo dato, perché “oltre che essere una popolazione piuttosto anziana e ancora relativamente benestante, siamo anche parte dell’unica porzione del mondo convintasi che la storia fosse già finita nel secolo scorso e fosse finita con il trionfo del modello politico occidentale, quello della democrazia cosiddetta liberale, e di quello economico-finanziario e sociale anglosassone, fondato essenzialmente su individualismo e privatismo. Una porzione, questa occidentale, che pensa e sogna un mondo omologato e, appunto, anglosassonizzato“.
Invece – ha proseguito Fabbri – gran parte del globo “non solo è e si sente estranea in tutto o perlomeno in parte a questi nostri modelli, ma spesso presenta o propone modelli socio-politici opposti, in quanto fondati sulla centralità delle aggregazioni umane, delle collettività (tribù ecc.). E, soprattutto, che non è affatto interessata ad omologarsi al nostro!”.
Per permettere al pubblico di meglio comprendere le conseguenze di un simile approccio, Fabbri ha portato proprio l’esempio del conflitto, anzi dell’aggressione statunitense ed israeliana all’Iran e dei risultati conseguiti.

Subito Fabbri ha ben distinto le vere o presunte giustificazioni di ciascuno degli aggressori. Nel caso di Israele infatti occorre tenere conto del fatto che, nell’attuale Medio Oriente, l’Iran è l’unico Paese dichiaratamente nemico di Tel Aviv e attivamente impegnato nel tentativo di cancellarlo dalla carta geografica. Un nemico che, anno dopo anno, si stava facendo più pericoloso. Un nemico di quasi cento milioni di abitanti e con un potenziale di crescita tecnologica e industriale non indifferente. Un nemico per di più dotato di importanti riserve di quella “merce” ancora preziosa che sono gli idrocarburi. Dunque contro questo nemico l’aver agito per fare in modo che il potente alleato americano agisse militarmente, secondo Fabbri, è stata un’operazione logica e comprensibile.
Invece molto meno logica e comprensibile è apparsa l’azione statunitense, che non è né può essere attribuita al solo Trump, ma, per ritornare a quanto detto prima, deve appunto essere ricondotta ad un apparato di potere, di intelligence e di analisi, che ha misconosciuto la realtà iraniana di Paese molto complesso, di antica e consolidata tradizione imperiale e in grado, nel 1978-79 di portare avanti una sua rivoluzione interna nonostante l’ostilità del mondo occidentale, alleato dello Scià. Tale equivoco valutativo ha condotto Washington all’errata convinzione che sarebbe stato sufficiente decapitare il vertice perché a fare il resto ci avrebbero pensato gli stessi Iraniani.
All’opposto – ha proseguito Fabbri – in mancanza di un subitaneo crollo del regime o di una grande azione militare sul terreno, è accaduto che “l’eliminazione dei gerontocrati alla guida del regime lo abbia addirittura fatto ringiovanire anagraficamente di almeno vent’anni rimettendo in funzione l’ascensore delle carriere; che la quantità di uranio arricchito iniziale sia ancora tutta lì, disponibile o recuperabile; che l’arsenale balistico e di UAV sia tutto sommato ancora sufficientemente fornito e pericoloso“. Ma la conseguenza decisamente più grave e più facilmente predicibile in mancanza di un’operazione anfibia per mettere in sicurezza almeno il “bagnasciuga” iraniano, è stata proprio la ricattatoria chiusura di una delle principali vie commerciali del pianeta, lo Stretto di Hormuz. Un blocco che ha messo in discussione lo stesso piedistallo strategico su cui poggia la superpotenza di Washington, cioè l’egemonia marittima; egemonia che concretamente si traduce nel controllo diretto e sostenuto (più o meno convintamente) dalla NATO e dal QUAD asiatico, di tutti i punti chiave di passaggio e di traffico commerciale marittimi (Panama, Magellano, Bering, Suez, Taiwan, Malacca, Gibilterra, Manica, Dardanelli, Bosforo). Un’egemonia che, tra le altre cose, ha consentito l’illusoria stagione della globalizzazione, propagandisticamente venduta come libero commercio mondiale.
Fabbri poi ha messo in guardia contro certe letture della storia, tipiche di determinati settori della pubblicistica storica e politica italica, che si focalizzano sulle leadership. Infatti “i leader non inventano nulla, bensì sono capaci di cogliere, di tradurre in consenso e quindi in azione concreta istanze già radicalmente diffuse: queste, anche in caso di sconfitta politica del “capo”, gli sopravvivranno“.
Un altro punto toccato da Fabbri è quello, ancora una volta molto occidentale, di proporre schemi interpretativi e previsionali solo su base “razionale”. “L’essere umano – ha ricordato Fabbri – neppure nei casi più… estremi, vive e agisce soltanto razionalmente: istinto, sentimenti, emozioni, paure, sopravvalutazione di sé ecc., giocano sempre un ruolo molto importante. Ancor di più quando tutti questi fattori agiscono nella dimensione collettiva di un popolo, di una società, di una comunità!“.
Nel successivo, tranquillissimo “faccia a faccia” con il presidente di Legacoop Nazionale, Simone Gamberini, rispondendo a una sollecitazione del moderatore, il giornalista dell’ “Unione Sarda” Giuseppe Meloni, su possibili futuri scenari di guerra pericolosi per gli equilibri mondiali o almeno continentali, Fabbri, a parte la questione di Taiwan, ha detto che occorre seguire con molta attenzione l’evolversi di situazioni già adesso difficili o comunque critiche: per esempio quelle tra Turchia e Israele, tra Egitto ed Etiopia, tra India e Pakistan, ma anche tra gli stessi USA e il Messico.
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